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I licaoni di Villa Borghese

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Leggo sulla Repubblica del 22 maggio: “Roma, 16enne stuprata in pieno giorno a Villa Borghese”.

Leggo sulla Repubblica del 22 maggio: “Roma, 16enne stuprata in pieno giorno a Villa Borghese”. Riconosciuti dalla vittima sette giorni dopo l’aggressione tre extracomunitari che vivono in una baracca a Villa Borghese. Ai genitori la ragazza non aveva detto nulla ma poi ha trovato il coraggio di denunciare i tre. Una brutta storia, come tante, se non fosse che sto leggendo il giornale sdraiato, con lo stomaco scaldato dal sole, su un prato di Villa Borghese. Mi guardo intorno e provo ad immaginarmi il parco come teatro di una simile violenza. Tra i cespugli ci devono essere nascosti coltelli o bastoni. I bengalesi che mi cercano di vendere le rose, anche se non sono accompagnato da una donzella, potrebbero, da un momento all’altro, aggredirmi o rubarmi le scarpe che ho abbandonato incautamente tra le margherite. Ma tutto sembra tranquillo. I peschi sono in fiore, le coppiette fanno l’ottovolante con le lingue lubrificate, le vasche e le fontane sono verdi e torbide, l’orologio ad acqua è fermo dall’ottocento, le biciclette, i risciò e i pattini sono stati requisiti dalle comitive dei coatti e c’è il tipico odore di merda d’elefante. Tutto nella normalità. Questa villa fa schifo, in fin dei conti. L’asfalto delle strade se la sta lentamente mangiando, come si sta mangiando Central Park. Io ci sono stato a New York e, ve lo assicuro, il suo tanto millantato parco è orribile, con una strada super trafficata che le passa esattamente in mezzo. C’è solo un pratone a Central Park, recintato e infestato dai froci della Grande Mela, che viene chiuso nei casi di sovraffollamento. Così è Villa Borghese: un reticolo di strade, una esposizione di monumenti fatiscenti, un carcere per gli animali. Meno male che ci sono i musei a cui la Villa sembra aggrapparsi disperatamente per sopravvivere. E poi c’è pure Piazza di Siena che, a buon conto, si può trasformare in una arena per concerti, recentemente in un ring per i pesi massimi ed ora in uno stadio per l’ippica aristocratica.
Letto il giornale, mi alzo a malincuore: ho una agenda ricca di impegni e tutti nella villa. A questo articolo dovevo mettere un sottotitolo autoreferenziale: il Villa a spasso nella villa.

1. Per prima cosa, vado a visitare il nuovo Museo Carlo Bilotti d’arte contemporanea nell’ex-Aranciera della villa. Questo edificio, prima di diventare un ricovero invernale per l’agrumeto dei Borghese, esisteva prima della villa ed era stato costruito nel cinquecento dal Cardinale Scipioni. Non bisogna fare torto, sbrogliata la questione del palazzo fisico che ospita il museo, a chi da il nome alla collezione privata: Carlo Bilotti è un imprenditore di cosmetici di nobili origini meridionali e, cosa ben più importante, è un collezionista di arte contemporanea già amico e mecenate di de Chirico, Warhol, Lichtenstein, Dalì, de Saint-Phalle, Rivers e Rotella. Questo generoso riccastro, come altri suoi predecessori, deve avere una vocazione religiosa e da qualche anno ha in mente di costruire una chiesa a suo nome in Florida: “The Bilotti Chapel”. Lo so perché ho visto il modellino esposto nel museo dedicato a Warhol a Pittsburgh in Pennsylvania. Io ci sono stato in quella città e, vi assicuro, è quella che conta più ponti al mondo oltre ad essere la capitale del ketchup. Bilotti ha commissionato a tre artisti contemporanei super affermati, come Damien Hirst, David Salle e Jenny Saville, delle opere che richiamassero un tema religioso, possibilmente cattolico, e fossero dei trittici contemporanei per questa futura cappella. Non dico nulla del risultato: lascio al lettore il giudizio sulle opere esposte. Aggiungo un aneddoto: ho scoperto che la Seville si è comprata un palazzo in pieno centro di Palermo per farne il suo studio personale.

2. La seconda tappa è la Casa del Cinema. Raggiungo il Cinecaffè della Casa del Cinema: un sobrio bar per fighetti con i cuscini rossi. C’è un aperitivo elettorale di un certo Proia, candidato al municipio con i Verdi. In questa settimana di campagna elettorale ho partecipato ai seguenti incontri acchiappa voti:
a. Happy Hours a San Lorenzo offerto dal giovane candidato Casu, quello che sui manifesti sfoggia la sua vespa da vacanze romane.
b. Cena sociale in una viuzza del centro con porchetta e pecorino offerte dal candidato al primo municipio Marucci.
c. Pranzo in casa dei Colonna per sostenere il candidato Fayer al municipio a forza di brindisi come: “Viva la battaglia di Lepanto”.
Rifletto che tutti questi candidati hanno una divisa canonica, un fresca camicia bianca, e non a caso perché, nell’antica Roma, coloro che aspiravano alle cariche religiose si dovevano vestire completamente di bianco candido, dovevano essere illibati. Alcuni di questi attuali competitors politici locali, i più ricchi, mostrano sicurezza e sembrano quei ciclisti che hanno fatto una fuga di 150 chilometri e ora vedono il traguardo a 100 metri e stanno per alzare le braccia. Altri, più sfigati e con meno mezzi per fare la campagna, li vedi spompati e quasi arresi sulla salita più dura, quella con le pendenze al 15 per cento.
Ma torniamo al nostro Proia che, appena scoperta la mia pseudoprofessione, mi prende da parte e mi illustra il suo programma su Villa Borghese trangugiando tartine vegane.

3. Lascio Proia alle sue tartine e corro all’Istituto Giapponese di Cultura dove stasera c’è il grande chitarrista jazz Kazumi Watanabe, conosciuto in tutto il mondo e scelto per ben 24 volte consecutive come “Best Jazzman” dalla rivista Swing’s Journal. Il concerto è delicato come il the verde Sencha e le dita di Watanabe sono agili come se stesse costruendo una ikebana.
Dopo il concerto vado a fare una ultima passeggiata per la villa. Il sole è andato sotto e la villa è di un colore solo. Passo davanti alla GNAM, Galleria Nazionale di Arte Moderna, davanti al Globe Theater di Proietti e arrivo al confine dello zoo. La gabbia più vicina è quella dei licaoni. Strane bestie i licaoni, sembrano degli incroci tra delle iene e dei leoni. Sono dei canidi agili della savana a chiazze marroni e senape. Di notte non dormono mai e di giorno fanno sempre siesta. Così mi immagino questo branco di licaoni famelici e stressati dalla cattività che riescono a sfuggire, nottetempo, e vivere dentro Villa Borghese sbranando turisti sulla terrazza del pincio.

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