Antonio Pennacchi: “Bisogna provare sulla propria pelle le cose”

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Questa è la mia prima intervista telefonica. Digito il prefisso 0773- che, per chi non lo sapesse è quello di Latina e dintorni (15 comuni), e squilla un telefono in una casa, da qualche parte, tra Latina e Aprilia.

Questa è la mia prima intervista telefonica. Digito il prefisso 0773- che, per chi non lo sapesse è quello di Latina e dintorni (15 comuni), e squilla un telefono in una casa, da qualche parte, tra Latina e Aprilia. Dall’altra parte risponde Antonio Pennacchi, scrittore, autore dei romanzi Mammut (1994), Palude (1995), Nuvola Rossa (1998) e Il fasciocomunista (2003) nonché delle raccolte di saggi Viaggio per le città del Duce (2003) e L’autobus di Stalin (2005). Di lui so poche cose, dal sapore mitico, che la pubblicazione del primo libro gli è stata rifiutata 55 volte da 33 editori, che ha lavorato 28 anni in fabbrica e che prima era fascista e ora diessino. Inoltre tiene una rubrica sulla rivista di geopolitica “Limes”.

Pennacchi a giugno di quest’anno uscirà una tua raccolta di racconti per Mondadori. Come si intitola?
Si intitola Shaw 150 che è il nome di una macchina, non una automobile, ma una macchina di fabbrica. Il sottotitolo è “Storie di fabbrica e dintorni”: tutte storie che ho raccolto in questi 28 anni.

Quando hai capito di essere uno scrittore?
La mia è stata una vocazione tardiva. Per la prima parte della mia vita mi sono limitato a “vivere” e ciò mi ha permesso di raccogliere tutte queste storie che scrivo. Non sono un costruttore, ma un raccoglitore. Ho sempre pensato che bisogna provare sulla propria pelle le cose e non bisogna dire il già detto sennò c’è il pericolo di produrre un metalinguaggio. Bisogna avere uno sguardo laterale della realtà per raccontarla in modo originale e diverso. Ma la cosa più importante è la vita: “datemi la vita” come diceva De Sanctis.

Come si fa a diventare uno scrittore?
Per imparare a scrivere bisogna leggere i classici. È l’unica cosa che serve. Poi per farsi un’idea bisogna leggersi i tre capolavori della letteratura italiana. Lo sai quali sono?

No.
L’inferno di Dante (l’unico, più grande di me, è il Dante dell’Inferno. Purgatorio e Paradiso sono una rottura di coglioni. Nell’Inferno c’è Firenze, la vita vera); Il principe di Macchiavelli (lo devi leggere come un testo poetico); La vita di Cellini.

Che cosa caratterizza la tua scrittura, il tuo stile?
La mia è una scrittura de panza. Come diceva Lucilio “ex precordiis exstruo versus”, devono uscirti dal profondo. In romanesco funziona meglio così: “m’escono dal culo” i versi. Un’altra cosa fondamentale sono le origini, l’Agro Pontino.

In che senso?
Parlando di un luogo, piccolo che sia, si parla di tutto il mondo. Si fa un processo di universalizzazione, di estensione. Prendi Steinbeck che, descrivendo la sua cittadina Salinas, o Faulkner con le storie della contea di Yoknapatawpha hanno scritto delle cose comprensibili a tutti.

Dei tuoi libri mi piace questo raccontare/conversare. Un dialogo in romanesco di un narratore che sembra scomporsi. Chi ti ha ispirato?
Lo stile dialogico non me lo sono inventato io, ma Socrate. Quello andava in giro a rompere i coglioni a tutti col suo dialetto ionico. Il mio, invece, è il romanesco di dialetto.

Raccontami del tuo lavoro sulle “città del Duce”, le città di fondazione di epoca fascista?
No basta. Vatte a legge i miei articoli su “Limes”.

Ma ho ancora un sacco di domande da farti: il film che realizzeranno su Il fasciocomunista, il tuo rapporto con la critica, la politica, con gli altri scrittori italiani. Qual è la tua poetica?In due racconti della raccolta, Marco e Genesi di Marco, in appendice, è spiegata la mia poetica, ma mo me so stufato…

E l’intervista?
Guarda che io per le interviste, di solito, me faccio pagà, mò solo perché è per telefono…

Ma Pennacchi!?! Pronto Pennacchi? Pronto?
Tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu…

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