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Il mondo non è un panorama – Un giorno al festival di filosofia “Instabilità”

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Il titolo di questo articolo è una citazione di Schopenhauer. Ma andando a farsi un giro al festival di filosofia di Roma verrebbe da dire il contrario: si può gustare un panorama, semmai parziale.

Il titolo di questo articolo è una citazione di Schopenhauer. Ma andando a farsi un giro al festival di filosofia di Roma verrebbe da dire il contrario: si può gustare un panorama, semmai parziale. Il festival filosofico, organizzato dall’Associazione culturale Multiversum, presieduta da Giacomo Marramao e dalla rivista “MicroMega”, diretta da Paolo Flores d’Arcais con il sostegno di Telecom Italia, è diviso in tre gruppi: tavole rotonde, lezioni magistrali e incontri tra filosofia ed altri mondi. Senza avere un’idea precisa su quello che mi aspetta e armato della sola macchina fotografica, vado, venerdì 12 maggio, nel medias res del festival, all’Auditorium Parco della Musica. Subito, all’ingresso, incontro Adelaide, una studiosa sartriana, che mi parla entusiasta di un convegno sulla tecnica tenuto da Galimberti. Galimberti sarà un fantasma di tutta la giornata anche se non seguirò nessun dibattito con lui protagonista. Il primo incontro a cui partecipo è nel Teatro Studio ore 16.30 e si intitola: “In stabile fluire – Potenza dell’immagine – Forme fluenti, corpi immaginari, ambienti sensibili” dialogo tra Lucio Saviani e Paolo Rosa (Studio Azzurro) con proiezioni video. Tra il pubblico ci sono tanti studenti universitari che guardano i filosofi, soprattutto gli ospiti stranieri, come fossero delle rockstar. Accanto a me sono seduti Marina, una studentessa di architettura, Chiara, una studiosa heideggeriana, e Emanuele, uno studioso kantiano pugliese. A quest’ultimo chiedo subito se posso scrivere “nicciano” invece del più complicato “nietzschiano” e lui mi autorizza. La seconda tavola rotonda che vado a sentire, alle 18, affronta di più il tema generale del festival intitolandosi: “Generazione instabile: precari, flessibili, polimorfi?”. Partecipano Alberto Abruzzese, Manuel Cruz, Enrico Ghezzi, Derrick de Kerckhove, Santiago Zabala e modera Lucio Saviani. Il secondo incontro è una schidionata di banalità e frasi fatte, forse per il poco tempo a disposizione per i relatori. La parte del leone la fa de Kerckhove allievo di Marshall Mc Luhan, quella dello spettacolo Enrico Ghezzi che riesce comunque a blobbare due o tre immagini geniali.

Alla fine del dibattito esco fuori per fare un primo bilancio, dopo solo questi due incontri. Fotografo un pastore maremmano legato ad un passeggino abbandonato in mezzo alla piazza dell’Auditoium dedicata a Berio. Come tutti i festival è normale che alcune cose siano migliori e altre noiose. Mi dico: resisti. In generale il tema del festival mi sembra molto modaiolo, nel senso che la instabilità/precarietà ormai è entrata nella quotidianaità dei media e, sempre respirando l’aria della rassegna, mi sembra che ci sia uno spirito che scimmiotta un pò il savoir faire della intellighenzia francese. Mi spiego meglio: questo tema, che rimanda alla socialità e alla politica, ricorda l’impegno dei pensatori francesi. Solo che la radice politica di questo festival viene dalla rivista “Micromega” e mi viene da rabbrividire pensando ai passati interventi e impegni politici degli intellettuali borghesi di sinistra.

Avvicino una ragazza di nome Giulia che indossa la polo del festival perché fa parte del servizio d’ordine. Giulia mi racconta di un convegno sull’islam con Abdennour Bidar, a sua detta, illuminante. Avvicino un altro gruppetto che sta parlando in termini negativi di Galimberti: lo definiscono ironicamente “il filosofo della posta del cuore” e non posso che condividere. Poi alle 20:13, esattemente al tramonto del sole come in un film, incontro sotto gli alberelli d’ulivo dell’auditorium, Valeria Abate, la mia collega e rivale di redazione alla Rivista “O”. Lei è fresca come una rosa e monitorerà il festival dalle prime ore di giovedì fino alle ultime di domenica. Io sono a pezzi e stanco solo dopo due incontri. Mi metto in ginocchio e la supplico di sbirciare nei suoi appunti, ma lei me li nega e scappa verso altri simposi. Cazzo: scriverà sicuramente un pezzo migliore del mio. Fortunatamente accorre in mio aiuto un burbero filosofo esistenzialista, ma generoso che mi regala una scaglia di hashish come consolazione. Si avvicina, forse attirato dalla canna, Francesco, uno studioso decostruzionista, che mi rivela di essersi innamorato di una pompiera che lavora lì all’Auditorium. Poco prima di entrare all’ultima tavola rotonda, “Cinema/come filosofia: la seduzione mentale delle immagini” delle ore 21, mi arriva un sms allarmante del mio amico Alessandro da Messina: “Mi è caduto un busto di gesso di Nerone sul piede e ho l’alluce tutto nero. Forse me lo devono amputare porco…”. Con questi presagi entro nella sala Teatro Studio tutta rivestita di ciliegio americano, il legno migliore per l’acustica. Nel corridoio che porta alla sala, ho appena intervistato una donna con un vestito “bordeaux prugna” (un colore che non esiste, ma che lei mi ha specificato), che mi ha detto che di tutti i filosofi ascoltati l’unico comprensibile era stato Galimberti, degli altri non si capiva nulla. Sul palco ci sono da destra a sinistra Curi (uno che parla a vanvera), Marramao (che i maligni hanno soprannominato “il prezzemolo della filosofia” per la sua ubiquità), Velotti (il moderatore), Bruno (un simpatico vecchietto dai forti poteri soporiferi), Montani (un professore di estetica figaccione) e Stiegler (filosofo francese). Quest’ultimo è il vero special guest della serata: filosofo francese allievo di Derrida, sta scrivendo un’opera immensa e rivoluzionaria di cinque volumi su “Tempo e tecnica” iniziata in carcere dopo un passato di rapinatore di banche. Tutte queste informazioni me le da Emanuele, il pugliese kantiano, che ho ritrovato felicemente e che è diventato il mio Virgilio filosofico, ormai. Resto immediatamente affascinato dalla figura di Stiegler, mentre Emanuele, mi passa le sue cuffie per sentire la traduzione istantanea dal francese. L’intervento di Stiegler è magistrale, una spanna sopra gli altri, semplice e perfetto al tempo stesso. Alla fine del convegno sono esausto: faccio un’ultima foto al panorama di ascoltatori e filosofi, riesco a rubare una maglietta del servizio d’ordine e mi allontano come un turista col suo nuovo souvenir.

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