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Claudio Carafòli, Tiziano Floreani, Edoardo Pesce: “Grigio chiaro sull’orizzonte”

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Abbiamo incontrato Claudio Carafòli, autore e regista, e Tiziano Floreani e Edoardo Pesce, i due protagonisti di “Lezione da Tiffany”, spettacolo in scena al teatro la Cometa Off, a Roma, dal 9 al 28 Maggio 2006.

Abbiamo incontrato Claudio Carafòli, autore e regista, e Tiziano Floreani e Edoardo Pesce, i due protagonisti di “Lezione da Tiffany”, spettacolo in scena al teatro la Cometa Off, a Roma, dal 9 al 28 Maggio 2006.
Carafòli ha scritto numerosi spettacoli tra i quali “Le Impiegate”,”Mais e poi Mais,” Kessy canta” prodotti dal Teatro Eliseo e, dopo il grande successo ottenuto al Teatro Orologio, riporta in scena “Lezione da Tiffany”, la storia di due comparse rimaste chiuse per una notte in uno studio di posa di Cinecittà. Tiziano Floreani e Edoardo Pesce, oltre a recitare, cantano, ballano, imitano personaggi famosi e ripropongono battute di film celebri. Tutto a partire da una situazione difficile, una specie di teatro nel teatro, un exploit di allegria e di momenti di riflessione. Da non perdere.

E’ importante per te, Tiziano, il ritmo nel recitare?
Sì, è molto importante. Anche nelle cose lente c’è un ritmo. Il pubblico non deve mai annoiarsi e distrarsi.

Quale autore ti piace di più?
Neil Simon.

Per te, Edoardo, com’è lavorare con Claudio?
Fra me e Claudio c’è un rapporto amichevole che si è instaurato con il tempo, dal momento che questo è il terzo spettacolo che facciamo insieme. Questa amicizia porta a momenti molto belli ma anche a momenti di tensione che non ci sarebbero in un rapporto lavorativo normale. Sono queste tensioni che fanno sì che il risultato sia migliore.

E tu, Tiziano, da quanto tempo lavori con Claudio?
Ho iniziato con un primo spettacolo come attore protagonista, “Quartetto per Viola”. Avevo vent’anni. Io frequentavo una scuola popolare a Roma, ero al secondo anno. E’ venuto Claudio, faceva in quel momento uno spettacolo e, siccome gli altri ragazzi non andavano bene, il ruolo era adatto per me e, ballavo abbastanza bene, mi ha fatto fare il provino. Facevo Giulietta. Però, lo spettacolo più importante per me è stato “Desiderio” perché sono stato appagato come attore: avevo un ruolo più difficile, più “tosto”.

Com’è la situazione dei giovani attori oggi?
Edoardo: Negativa. A Parigi, agli attori di strada danno la diaria. Qui, si lavora solo per conoscenza.
Tiziano: Ciò che rovina adesso è la TV: la mancanza di programmi che diano spazio a cose più intelligenti. Prima gli attori avevano la possibilità di andare in TV a far vedere le loro potenzialità. Era più facile imporsi, arrivare al pubblico, raggiungere un minimo di notorietà, un riscontro sia economico che personale. Oggi, è un circuito chiuso, fatto di compromessi, conoscenze, favori. Io avrei voluto crescere negli anni sessanta. C’erano più ideali, più cose di cui parlare, più cose che ti coinvolgevano. La mancanza di idee uccide la creatività. La gente vede i reality, perché in TV c’è quello. La TV ha una responsabilità notevole. Le cose che si salvano sono su Rai Tre.

Claudio, nei tuoi spettacoli grande importanza è data alla musica, perché?
La musica per me è importantissima. La musica accompagna la nostra vita. Anche i bambini, quando giocano, per esprimere una situazione di paura urlano dadadan. E’ inconcepibile separarla dalle parole. Il mio teatro è la parola insieme al movimento e alla musica. Spielberg ha trovato solo un modo per parlare con gli alieni. Loro con la musica l’hanno capito.

Spesso nelle tue pieces si parla di nevrosi, ansie, paure da cui scaturiscono situazioni divertenti, pensi che il teatro debba fermarsi alla realtà o andare oltre, nell’immaginazione?
Io credo nelle mie cose di rispecchiare la vita. Possiamo essere incavolati e poi un amico ti dà una carezza e sei allegro. Credo che la vita sia fatta di tanti frammenti. Puoi piangere, ridere, provare un’emozione.

Nello scrivere ti ispiri a qualche autore in particolare?
No. Quando faccio una cosa mi piace sperimentarmi in qualcosa che fa parte dei miei desideri, del mio vissuto. Poi certo c’è l’idea, ma anche quella deriva da desideri inconsci che saltano fuori.

Quale attore ti piacerebbe dirigere?
Ho sempre lavorato con attori molto giovani perché c’è un terreno fertile e hanno fantasia, li ammiro. Su di loro cucio le mie storie. Questo li aiuta a far uscire la loro bravura.

Qual è il tuo autore preferito?
E’ Beckett, forse perché ho recitato in “Finale di partita”. Il mio desiderio sarebbe riportarlo in scena.

C’è una battuta, a cui sei affezionato, che ti piace in modo particolare?
Ce ne sono tantissime. Una in particolare è quella che dice Clov, il servo, proprio in “Finale di partita”: “Cosa vuoi fare nella tua cucina? Vado a vedere la mia luce che muore”. Oppure quando Hamm, che è paralitico, gli chiede: “Cosa vedi alla finestra? Grigio chiaro sull’orizzonte”.

Qual è la situazione del mondo del teatro?
Il piccolo teatro non interessa. Non c’è la possibilità di farsi notare. Si dà tanto spazio ai reality. Muore Valeria Moriconi, solo poche righe. Ci sono strutture che non ci permettono di emergere. Anche le sovvenzioni statali danno luogo ad un circuito chiuso per cui finiscono nelle mani delle ditte a cui noi piccoli registi dobbiamo rivolgerci per poter pagare i contributi agli attori. Anche alcune leggi andrebbero riviste.
Una volta c’era il ricambio degli attori, si scoprivano talenti nuovi. Abbiamo mandato i biglietti dello spettacolo a cento direttori di teatri. Di queste cento persone, non ne è venuta una. Poi, oggi, la gente preferisce la TV. Tutte queste cose uccidono il teatro giovane.

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