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Aurelio Picca a Frosinone

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Per un “visionario”, come in molti lo hanno definito, l’incontro con la scrittura di Aurelio Picca non poteva che avvenire all’insegna dello spettacolo. Siedo in prima fila laterale per studiare in dettaglio la performance dell’autore ma,

Per un “visionario”, come in molti lo hanno definito, l’incontro con la scrittura di Aurelio Picca non poteva che avvenire all’insegna dello spettacolo.
Siedo in prima fila laterale per studiare in dettaglio la performance dell’autore ma, soprattutto, per sbirciare i titoli dei libri che andrà a presentare.
Enrico Valenzi introduce l’ospite sottolineando il fatto che lo abbiamo colto in un particolare momento di pienissima attività, perché non più di venti giorni fa è stato presentato il suo ultimo romanzo Via volta della Morte.
Aurelio Picca ci invita ad una passeggiata autobiografica fatta di ricordi disseminati in luoghi, città, monti, colori e odori che attraversano non solo in lungo e in largo l’Italia, ma che arrivano a toccare le “viscere”più profonde della nostra terra.
Lui stesso definisce questo percorso come “deriva psicogeografica” e ci racconta di aver conosciuto lo Stivale rubando la macchina dello zio e lanciandosi a tutta velocità sull’Aurelia, fermandosi poi, sotto consiglio dell’istinto, in posti sempre diversi.
Ci confessa che le macchine sportive sono un’altra sua grande passione oltre alla scrittura, da non valutare però come due corpi estranei: “l’energia della velocità che sentivo ribollire nel mio corpo forse l’avrei fatta esplodere male se non l’avessi convogliata nella scrittura”.
Il percorso di Aurelio ci cattura ancora di più quando legge ad alta voce alcune frasi dei suoi libri, scelte al momento, abbandonandosi all’istinto e alle incertezze.
E’ un crescendo di emozioni che passano da rievocazioni nostalgiche a visioni, ricordi, ossessioni personali che vengono improvvisamente interrotte da una risata di tutto il pubblico quando, Picca, alzando lo sguardo verso di noi dice: “Vi sento troppo attivi, dovete essere passivi, allentate i freni perché sono le parole che vi devono catturare…”
Ma la voglia di andare avanti in questo viaggio è ancora tanta…
“Noi siamo apprendisti scrittori ed ognuno di noi deve riuscire, con il tempo, a costruire una propria lingua”. Così ci rivela il segreto dell’autenticità della scrittura che si sviluppa dalla singola parola e che deve essere lavorata proprio come fa il muratore quando costruisce una casa: mattone su mattone, parola su parola.

E’ l’ossessione della ricerca per la parola che ha portato l’autore allo studio della forma primaria della lingua: la poesia che è poi diventata fonte necessaria di ispirazione per uno dei suoi primi libri: Per punizione.
L’incontro si fa ancora più divertente quando Picca legge alcuni racconti tratti dal suo libro Esame di maturità scritto tra il 1993 e il 1994 in cui fa della giovinezza un mito. “Con questo libro la scuola è diventata per me una palestra di vita in cui mi sono accorto che i giovani amano le mie stesse cose: le macchine e la velocità. Quando ho iniziato a scrivere sentivo che questa giovinezza diventava delirio, come la vita, né più né meno. E siccome per far recitare il delirio non avevo bisogno del teatro, ma di una palestra, ho pensato che sarebbe stato meglio esibirlo a scuola. Così il delirio si è trasferito nei giorni e nei mesi che regolano un anno scolastico, fino al fatidico esame di maturità, che oggi si chiama con un altro nome”.
In seguito legge per noi l’epigrafe di Mulatti scritto nel 1996: “Gli uomini usano la crudeltà per cercare l’amore?”. Aurelio ci racconta che con questo romanzo ha voluto immaginare la doppia identità dei mulatti: angeli e demoni che si rivela grazie ad un ferocissimo viaggio interiore attraverso il loro corpo e attraverso l’Italia.
Un momento di forte intimità attraversa tutta la sala quando Aurelio Picca prende tra le mani Sacrocuore scritto nel 2003, un romanzo “spietato e colmo di pietà, tragico fino all’ultima parola, ma non triste”. Ĕ la storia della madre operata al cuore con un intervento dagli esiti imprevedibili.
Si sofferma poi sul suo ultimo romanzo Via volta della Morte raccontandoci quanto sia stato difficile per lui questo lavoro perché ambientato a Urbino, città a lui ostile per la completa chiusura. Ci mostra la copertina in cui il celebre quadro di Federico di Montefeltro, realizzato da Piero della Francesca, mostra il Duca di Urbino ritratto di profilo, e ci spiega che viene mostrato il profilo sinistro perché aveva l’altra metà del viso orribilmente sfigurata da un colpo di lancia. “La storia nasconde sempre un rovescio ambiguo”.
Prima di lasciarci ci consiglia ripetutamente di non andare alla ricerca di un libro, perché, spesso accade che è il libro stesso a cercare noi, “e noi, fortunatamente, ricordiamo solo i più bei libri che hanno incontrato il nostro destino”.
Nel suo raccontarsi Aurelio Picca è riuscito a mettere insieme materiali intimi, vite personali e ricordi così da dipingere un affresco di rara incisività.

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