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La mia Dorothy e Aurelio Picca

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Dorothy era l’unica che contasse. Tutte quelle mezze tacche di donne su cui mi è capitato di inciampare non faranno mai una Dorothy. La mia Dorothy. Era venuta giù per me da un paesino a venti chilometri da Brighton.

Dorothy era l’unica che contasse. Tutte quelle mezze tacche di donne su cui mi è capitato di inciampare non faranno mai una Dorothy. La mia Dorothy. Era venuta giù per me da un paesino a venti chilometri da Brighton. Lei sì che era fantastica. Potevo passare ore fuori del locale dove lavorava solo per il gusto di vederla. Aveva quelle guance così rosse quando staccava e non è che fosse bellissima, ma Dio aveva quell’eleganza di una madre del nord. Avrei voluto mollare tutto per fuggire con lei in una piccola fattoria. In una piccola fattoria che di certo mi avrebbe depurato dallo schifo che mi tocco vedere mercoledì sera.
Dorothy se n’era ormai andata da qualche mese. Così sono andato alla presentazione di un libro di Aurelio Picca. Quel maledetto però aveva organizzato tutto per farmela fare sotto. Perché andò così e c’è poco da dire. Aveva programmato la presentazione presso l’albergo Aleph. Dio, se siete gente in gamba e vi trovate a passare per Roma non fermatevi in quel posto. Non ho nessun consiglio da darvi su come sopravviverci perciò non fermatevi e basta. A me invece e toccato starci per più di un’ora. Roba da rimpiangere ogni inferno.
A cominciare dalla Hall neon sfavillanti e statue di samurai. Poi ogni santo inserviente, cameriere e albergatore ti può anche dire venti volte per secondo: ”Prego.” Lo dico qui perché anche loro fanno parte dell’arredamento. Io e Raffaele li abbiamo visti all’Ikea. Made in China.
– Anche i pezzi di merda ora fanno in China!- aveva detto il mio amico Raffaele. Lui è uno sveglio, lui queste cose le capisce e non ha bisogno di aggiunte.
Poi, oltre i samurai il bar dell’albergo. Là si toccava il fondo nemmeno a dirvelo. Nemmeno il più lurido casinò di Las Vegas saprebbe essere così trucido. Tavoli illuminanti o a forma di scacchiera – ovviamente senza le pedine. Salottini con musica a tutto volume che ovviamente li rendeva vuoti e stoffa alle pareti di un rosso così lussurioso che mi ammosciai. A chi cavolo può piacere questa roba. Come se non bastasse poi mi accorsi delle cameriere. Sembravano delle rumene appena assoldate per fare un film fetish. L’abito nero che indossavano e i capelli legati con una coda non facevano che stuzzicare la mia fantasia.
– Mi scusi c’è Rocco o Riccardo?
– Prego?
– Andiamo, mi faccia fare un pezzo serio. Siffredi o Schicchi?
– Non credo di aver capito. Comunque il signor Picca è arrivato si può accomodare se desidera, prego.
La cameriera faceva la finta tonta. Ma fu un bene. Per un paio di minuti la mia testa si svuotò da Dorothy e non potei fare a meno di rigirarmi la cameriera su un letto ricolmo di piume.
Entrai nella sala. Dio del cielo era ancora peggio. La moquette alle pareti era di un verde che in Italia non si vede da almeno quattrocento anni. E il pubblico era composto per lo più da matusalemme che variavano dai cento ai centoventi anni. Una scena raccapricciante. Dorothy, mia piccola Dorothy vieni a prendermi. Porta mia via da questa fogna metropolitana travestita da albergo lussuoso.
Il brutto era anche che l’albergo era suddiviso in varie sezione che tra loro cozzavano. Quel maledetto di arredatore sarebbe da sedia elettrica. Ad esempio la Hall con i suoi colori rossi e le sue lampade a forma di fallo era la sezione lussuria. C’era anche la zona inferno e settimo cielo, una zona che si trovava all’ultimo piano e aperta per sole stramalefiche divinità che non mi fu permesso vedere. Stramaledetti che muoiano di cancro alle palle. Queste divinità da quando sono scese in terra fanno proprio la bella vita.
Picca saluta un po’ tutte le persone nella sala. Ma a me no. Sa bene il maledetto che sono un grande scrittore e potrei farlo fuori quando mi gira. Poi si siede al tavolo della presentazione e accanto a lui Sargentini: chi lo conoscesse bene, chi non lo conoscesse meglio. Dopo di loro un’attrice e un critico di cui non ricordo il nome purché la parola fu data a Sargentini e quel tipetto iniziò a travolgere la mia testa con frasi del tutto insignificanti. Roba del tipo: “ Picca a me piace perché è un’artista vero,”o ancora ” Ho letto le prime cinquanta pagine e ho capito, poi ho letto tutto il libro e non ho capito. Quando ho messo insieme il tutto ho capito veramente!”.
Signori capite cosa diavolo mi tocca sopportare. Dorothy! Oh avrei lavorato anche in fabbrica pur di tirare su una fattoria con te. Avrei scritto di notte come Faulkner quando scrisse Mentre Morivo. Perché sei andata via? Perché?
Dopo Sargentini fu la volta dell’attrice e le cose andarono peggio. Picca dal canto suo non faceva niente. Che tipo che deve essere. Faceva giusto delle faccette strane, pronunciando l’espressione della bocca sulle stronzate che l’attrice e Sargentini ci rifilavano. Per un po’ mi salvarono quelle faccette. Ma non per molto.
Quello che mi frega è che sono molto interessato a come reagisce il pubblico. Evitatelo, evitatelo sempre. Chiudetevi nei vostri pensieri da due soldi e fregatevene del pubblico che vi circonda. Ma io lo guardai e lo trovai interessato. Quel maledetto Picca aveva allestito in uno dei peggiori alberghi uno dei più grandi baracconi dell’anno: VENITE, VENITE SIGNORI. “VIA VOLTA DELLA MORTE”, L’ULTIMO LIBRO DI AURELIO PICCA.
Ma io ero troppo stanco per restarmene in quei paraggi. Il pensiero di Dorothy si era fatto sempre più lancinante, così come quel quadretto che mi trovavo sotto gli occhi. L’attrice disse un altro fottio di banalità. Ne mise insieme una dietro l’altra nemmeno fosse stata Udini: “ Io non sono una lettrice, io sono un’attrice e per anni ho recitato. Quindi sono una lettrice malata, proprio perché io sono un‘attrice!”
Quando iniziò il critico a parlare e le faccette di Picca mi parvero una uguale a l’altra fui costretto ad andarmene. Vattene via, corri scappa non ci tornare più qui. Ma in quel momento il buon Dio mi venne in aiuto. Vidi passare nel corridoio una di quelle cameriere fetish con la faccia di Dorothy. Oh miseria del cielo, era troppo per il mio cuore. Dovetti correre come un matto per le varie sale dai nomi assurdi prima di trovare l’uscita e un cameriere che di certo non era Dorothy, ma che aprendomi la porta mi disse un ”prego” che solo il diavolo eterno poteva aver creato.

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