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Il cantato incanto di Capossela

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Abbracciava il suo pubblico, abbracciava ognuno di noi lanciandoci baci, ad uno ad uno, che si mischiavano al sudore e all’odore di vodka che l’avevano accompagnato per tre ore tonde...

Abbracciava il suo pubblico, abbracciava ognuno di noi lanciandoci baci, ad uno ad uno, che si mischiavano al sudore e all’odore di vodka che l’avevano accompagnato per tre ore tonde tonde, volate leggere come un soffio, cinque Aprile, ultima delle due date del tour di Vinicio Capossela, “Ovunque proteggi” in programma presso l’auditorium di via della conciliazione a Roma. Abbracciava noi ed il suo “irregolare” e “disomogeneo” gruppo di musicanti (tra giovani e meno giovani, dalla fisionomia decisamente disuguale), salutava e ringraziava dai piani alti a quelli bassi, compiacendosi di quel variegato pubblico ballerino che pareva preda di un mistico rito baccante. Una catarsi liberatoria, strato dopo strato, quest’ironico, profondo e solo omino con un principio di chierica si è svestito, fino a mostrarci il suo villoso petto nudo, lucido di sudore.

“Non trattare, non trattare, la tua fede non trattare”, sulle note di queste parole ha dato il via alla serata augurandoci un caloroso benvenuto all’interno di quella sala che ha fantasticamente definito come “la bocca di una balena”, i sedili rossi la lingua affamata e noi ritti su di questi i tanti denti; un pantalone scuro a quadri, un cappello appoggiato sul capo e addosso un finto pellicciotto color cammello, buio tutt’intorno al suo perimetro, alle sue spalle un pannello bianco macchiato e sconvolto dalle proiezioni di fluttuanti ombre cinesi ed un’immancabile aria di solenne ironia. Come un ospite in casa propria, un turista nella sua città, in punta di piedi (o di voce in questo caso)ci ha introdotti in una fiaba colorata, di blu, di cinesi lanterne rosse, di maschere, di corone di fiori, di costumi da geisha, da marajà, dalle tasche di una giacca nera lanciava lustrini argentati, eppure, nel rivolgersi a noi, teneva bassa la voce, gesticolava lentamente, dosava le parole di cui traboccava, ma le centellinava, perchè fossero quelle giuste, perchè godessimo del meglio che avrebbe potuto offrirci.

Un repertorio vasto, da “Brucia troia”, in cui ci ha fatto da guida alla volta della Colchide strattonando e facendo echeggiare una cintura di campanacci, a “Medusa cha cha cha”, leggero motivo sinuoso e tentacolare, a “Dalla parte di Spessotto” rivolta alla cosiddetta “piccionaia”, ai bassi fondi, con una borsa a tracolla contenente una pianola, per poi recuperare fiato seduto davanti ad un piano, composto e serio, malinconico e consapevole ci ha emozionati con “Dove siamo restati a terra Nuttless” l’amico perduto, l’amico arreso davanti alla vita, l’amico compreso perchè uguale a noi, fino ad addentrarsi nel pericoloso ed infido tema amoroso, è passato a “Con una rosa”, il cui inizio è stato ricominciato più di una volta dato il frastuono e l’entusiasmo in sala. Avendoci poi (per usare la stessa sua espressione) trovati “sensibili all’argomento” ci ha dato dentro, rifocillandosi di tanto in tanto con un sorso di vodka, rimanendo incollato al piano a poetarsi\ci addosso. Ha ripercorso in più punti lo storico itinerario del suo pesante bagaglio passato tra “Che coss’è l’amor”, “Il ballo di s.vito”, “Marajà” e qualche altro confetto di virtù amoroso, per poi concludere e ritornare sul palco tre o quattro volte ancora, mentre il pubblico scorreva più leggero verso l’uscita, ed era lui che faceva fatica a lasciarlo, ad allontanarsene; un breve e diplomatico richiamo all’ingombrante tema che affligge l’italia negli ultimi giorni riassunto in tre parole: “votate con prudenza”, un elogio alla capitale, un sorso bevuto da una bottiglia offertagli sul palco, la richiesta di alzarci e tenerci abbracciati sulle note di “Ovunque proteggi” e l’inchino improvvisato con tutti i componenti della band, lui al centro e mentre gli altri s’inchinavano, lui restava in piedi, quando gli altri si alzavano lui s’inchinava, e poi di nuovo, silenziosamente, sparito nel buio del suo cantato incanto.

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