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Jacopo Iacoboni: “La politica è un mezzo per raccontare l’Italia Duemila”

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A una settimana dalle elezioni, mi ritrovo, per caso, nella Feltrinelli di Largo Argentina.

A una settimana dalle elezioni, mi ritrovo, per caso, nella Feltrinelli di Largo Argentina. Sto spiegando a due turisti portoghesi che questo buco pieno di ruderi in mezzo alla piazza, ora un ricettacolo di gatti randagi, è stato il teatro dell’uccisione di Giulio Cesare ed entro con loro dentro la libreria. C’è la presentazione del libro Votantonio – Viaggio nell’Italia elettorale di Jacopo Iacoboni, giornalista de “La Stampa”, per Donzelli editore dodici euro e novanta centesimi. Con l’autore, sulle poltrone di pelle nera, ci sono Concita De Gregorio, inviata de “La Repubblica”, Walter Veltroni, er sindaco de Roma, e mister Donzelli in person.
Tra i molti avventori e ascoltatori della presentazione, noto una donna pericolosamente incinta, perché sfoggia una pancia enorme da nono mese abbondante di gravidanza e imminente al parto. Ho una visione: e se partorisse adesso e Veltroni si improvvisasse ostetrico e aiutasse la donna a partorire qui in mezzo ai libri, come si chiamerebbe il neonato? Walter? E se fosse femmina?
Alla fine della presentazione riesco ad intervistare Iacoboni.

Nel tuo libro, nato da un viaggio fatto nell’Italia in “campagna elettorale permanente”, hai affrontato l’evoluzione dei candidati italiani. Quello che più mi ha colpito è il trasversale candidato ibrido. Puoi spiegare le cause di questo fenomeno?
Dopo l’89, la caduta del muro, e il ’92, la dissoluzione della Dc con tangentopoli, anche la politica italiana s’è disancorata dalle sue due ideologie principali. E’ un meccanismo complesso, che unito alla nascita di nuovi partiti, al dominio e all’influenza crescente della tv, alla mutazione antropologia prodotta nelle teste dalla cultura di massa e dalla grande distribuzione, fa sì che anche la politica cominci a galleggiare in un territorio spurio, appunto, disancorato da appartenenze. È qui che tutto si fonde e sfuma, le appartenenze si mescolano, e a volte come dicevo si ibridano in un solo uomo. Assisti così a quelli che sembrano degli assurdi, il candidato riformista radicale, il fascio-leghista, o lo stesso corpo ibridato del primo candidato trans (che c’è stato a Bologna, Marcella Di Folco, e non è come tutti credono Wladimir Luxuria)

Secondo te la spettacolarizzazione o la campagna immateriale della politica ha preso piede solo in Italia o anche nel resto dell’occidente?
È evidentemente un fenomeno globale. In America o Inghilterra accade lo stesso movimento. L’Italia però condisce tutto con la gravità del conflitto d’interessi del presidente del Consiglio.

Lo storico Sabbatucci sostiene nei suoi libri che la legge maggioritaria è stata una conquista per il popolo italiano che ha assistito per cinquant’anni alla formazione di coalizioni di governo create dopo il voto, cioè che non rispondevano alla volontà popolare. Approvi questa tesi? La reintroduzione della legge elettorale proporzionale è secondo te un passo indietro?
In un capitolo del libro in cui si parla dei nuovi trasformismi cito anche la tesi di Sabbatucci. Credo che il trasformismo – non solo nel senso tecnico in cui lo usa lui – sia effettivamente una delle maschere eterne e risorgenti dell’antropologia, prima che dei comportamenti politici, italiani. Sicuramente, la legge proporzionale – che è anche peggiore del vecchio proporzionale con le preferenze – non è una mano per fronteggiare queste inclinazioni italiani, umane e parlamentari.

Chi vincerà ?
Siamo all’80° di una partita di calcio in cui il centrosinistra sta vincendo 2-1. Ma in dieci minuti è possibilissimo che l’avversario segni due gol.

Alla presentazione del tuo libro, Concita De Gregorio ha sostenuto che la televisione sta decadendo come mezzo di comunicazione di massa. Condividi questa affermazione?
Credo che volesse dire che la tv, guardata in prospettiva, e sullo sfondo di ciò che accade in altri paesi – lei conosce molto bene il caso della Spagna, per esempio – sia destinata a perdere l’influenza che ha avuto, o almeno a ridimensionarla, parallelamente alla maturazione economica e civile del Paese. A me l’Italia sembra ancora un paese molto immaturo.

Come sei diventato giornalista politico per “La Stampa”?
Università, borsa dottorato, scuola di giornalismo. Poi stages gratis (due alla Stampa, in Rai, al Gruppo Espresso). Prima assunzione a Mantova, alla Gazzetta di Mantova, dopo un anno Gianni Riotta mi ha chiamato alla Stampa.

Quando hai capito che del giornalismo ti piaceva l’inchiesta e la cronaca politica?
Ho sempre seguito la politica, e quella particolare politica raccontata sui quotidiani, fin da ragazzino, assieme ai romanzi ai saggi, ai libri di filosofia. È stato naturale finire a scriverne, ma per me la politica non è il retroscena, è un semplice mezzo per raccontare l’Italia Duemila. Come cerco di fare in Votantonio.

Che bisogna fare per diventare un giornalista di politica. Rivelaci qualche trucco?
Studiare, lavorare, non lamentarsi né piangersi addosso, essere disposti a partire e lasciare la propria città. E avere un po’ di fortuna.

Tu lavori al Nord. Hai fatto diverse inchieste in ambienti della Lega. Come le hai fatte?
È semplice, lo stesso di quando lavoro a Roma, o a una manifestazione: andare, vedere, raccontare senza pregiudizi. Spogliarsi un po’ delle proprie idee, e cercare di capire. Le idee poi verranno comunque fuori dal taglio del racconto, dalle sfumature, dalle cose che si sceglie di narrare. La Lega da questo punto di vista è un terreno esemplare, io credo che molti dei vizi presunti nordisti siano vizi italiani, così come certe furbizie smaccatamente meridionali siano invece comuni a tutto il Paese.

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