Paola Cardellicchio: “Attenti alla letteratura della migrazione, questa volta durerà”

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Letteratura come affermazione di identità. Come speranza o come rifugio. Letteratura come sfogo. E ancora come rassegnazione e – perché no?- vendetta.

Letteratura come affermazione di identità. Come speranza o come rifugio. Letteratura come sfogo. E ancora come rassegnazione e – perché no?- vendetta. Tutto questo è la letteratura della migrazione, definizione forse angusta per racchiudere in sé gli scritti di chi emigra dalla terra natia per ricostruire una nuova vita altrove, e affida alla penna il compito di articolare i propri sentimenti nella lingua del paese ospite. Paola Cardellicchio e Giovanna Stefancich ci offrono degli assaggi di questa produzione letteraria nella loro antologia Stranieri di carta, edito dalla Editrice Missionaria Italiana (EMI). La Cardellicchio si occupa da anni di letteratura della migrazione e la sua conoscenza approfondita del mondo dell’immigrazione si basa anche sull’esperienza di insegnante di lingua italiana agli stranieri presso la scuola “Louis Massignon” di Roma, legata alla Comunità di Sant’Egidio. “La scuola”, racconta “è un modo per lavorare oltre che sulla lingua italiana anche sull’integrazione degli stranieri, avvicinandoli alla nostra cultura”.

In che modo riuscite a far incontrare la cultura italiana e una piccola società multiculturale riunita in un’aula?
Inserendo nelle lezioni elementi di letteratura, attraverso ad esempio la lettura di Se questo è un uomo di Primo Levi. L’importanza della narrativa consiste inoltre nel coinvolgimento emotivo e nella possibilità di ritrovare la propria esperienza in quella di un personaggio, nel sentirsi straniero o nella nostalgia della propria terra.

Ti riferisci a qualche testo in particolare?
Mi riferisco a racconti di Sciascia come Mare color del vino, che toccano il tema della emigrazione degli italiani all’estero. Oppure alla lettura di Ebano del giornalista-scrittore Kapuscinsky, o de L’identità del franco-libanese Maalouf. E’ con quest’ultimo testo che gli immigrati riflettono intorno alla loro “nuova” identità, alla possibilità cioè di appartenere a due culture e non sentirsi spaesati.

Passiamo al testo Stranieri di carta. Come è strutturata l’antologia?
Il testo, rivolto ad operatori del mondo dell’educazione, è diviso in tre sezioni, di cui la prima si riferisce ad autori immigrati in Italia, la seconda ad autori immigrati in altri paesi europei e la terza raccoglie testi di autori italiani come Camilleri, Lodoli o Carofiglio che hanno inserito nelle loro opere episodi riguardanti alcuni aspetti dell’immigrazione del nostro paese.

Cosa differenzia i testi degli immigrati in Italia rispetto a quelli degli immigrati in altri paesi?
I primi sono per lo più caratterizzati dall’esigenza di raccontare la propria difficile esperienza legata all’arrivo in un paese straniero di giovane immigrazione di cui spesso non si conosce la lingua. Per questo si può parlare di “letteratura di testimonianza”, che si esprime in forma diaristica spesso con il supporto di giornalisti. I secondi invece appartengono ad immigrati di seconda o terza generazione che hanno una buona padronanza della lingua -provenendo da ex-colonie inglesi o francesi- tanto da potersi esprimere attraverso il romanzo, trattando conflitti più sfumati, ma concernenti l’interiorità del singolo individuo. E’ il caso dell’anglo-giamaicana Zadie Smith, autrice di Denti Bianchi, e dell’anglo-pakistano Hanif Kureishi.

Qual è il rapporto tra le case editrici italiane e questi autori?
Intorno al ’90 c’è stato un boom di pubblicazioni di testi di immigrati, probabilmente in coincidenza con la legge Martelli. L’iniziatore è stato Pap Khouma con Io, venditore di elefanti, seguito da Shirin Ramzanali Fazel e il suo Lontano da Mogadiscio. Poi l’entusiasmo è scemato, ma sulla scia di quel periodo sono nati diversi premi letterari come l’annuale Eks&Tra che ha fatto emergere nuovi scrittori.

Qualche nome?
Igiaba Scego, giovane di origine somala, vincitrice del premio Eks&Tra nel 2003 con il racconto Salsicce, è autrice di La nomade che amava Alfred Hitchock e del romanzo Rhoda, che ha ottenuto un discreto successo di critica, così come la recente raccolta di racconti Le pecore nere pubblicata da Laterza, in cui compaiono altre tre autrici figlie di immigrati: Kuruvilla, Mubiayi e Wadia. Un’altra importante casa editrice, l’Einaudi, ha pubblicato nel 2005 Il paese dove non si muore mai, il romanzo di un’altra promettente scrittrice albanese, Ornela Vorpsi. Probabilmente è pronta a riaccendersi l’attenzione sulla letteratura della migrazione grazie all’alta qualità degli scritti degli immigrati di seconda e terza generazione. Attenzione che stavolta non scemerà facilmente.

Paola Cardellicchio dal 1998 insegna lingua italiana presso la scuola Louis Massignon di Roma, che si rivolge a immigrati. E’ laureata in pedegogia con una tesi sulla letteratura dell’immigrazione, dal titolo Vite sospese. Ha pubblicato un articolo sul medesimo argomento sulla rivista B@bel.

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