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Asor Rosa, la Castellina, Bruno Arpaia e il mio Angelo

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Il buon vecchio angelo era seduto accanto a me. Volevo un po’ di ispirazione da lui per scrivere questo pezzo. Invece lui se ne stava lì buono buono con la faccia annoiata e sfatta. Senti ti vado a prendere un po’ d’acqua, magari ti riprendi un attimo, gli faccio.

Il buon vecchio angelo era seduto accanto a me. Volevo un po’ di ispirazione da lui per scrivere questo pezzo. Invece lui se ne stava lì buono buono con la faccia annoiata e sfatta. Senti ti vado a prendere un po’ d’acqua, magari ti riprendi un attimo, gli faccio.
Sapevo bene perché era ridotto in quello stato. C’eravamo finiti una bottiglia di Porto sotto un sole diabolico. Cavolo, ma guarda te se un angelo addetto all’ispirazione debba ridursi così. Ma quando tornai con un bicchiere d’acqua se l’era data. Mi aveva fottuto. Che Dio lo fulmini, pensai. Capii da subito che non era giornata per fidarsi degli angeli, anche loro da qualche parte hanno un treno da prendere.
Ma ora? Io come me la sarei cavata? Il pezzo andava comunque scritto e trovarsi nel centro di una presentazione senza un cavolo di angelo era dura. Perfino per me che ho la scorza bella tosta. Chi poteva prendere il suo posto? Asor Rosa forse? No. Non mi pareva all’altezza. Dico questo perché per molti è una qualche divinità, mentre per me aveva solo un biglietto dell’autobus nel taschino. Dio del cielo, nemmeno con la più fervida fantasia mi sarei immaginato un Dio con un biglietto nel taschino. Anche perché ero certo che mi sarei rotto la testa nel pensare a chi, nell’ordine cosmico, sarebbe stato dato il nobile compito di addetto a vidimarlo. Forse a me. Giuro pensai questo come se tutto d’un tratto mi fossi giocato il cervello. Dio ti prego se il mio cuore si dovesse bloccare ora fammi fare quel lavoro, pensai.
Comunque la presentazione era iniziata da mezz’ora, di questo ero certo. Meno certo era se avrei visto la fine. Quel maledetto angelo. Ce l’avrei pure fatta con lui, ma così… No, così era sleale.
La sala era cosparsa di vecchi. Ognuno aveva il suo bravo giornale sotto l’ascella e una copia del libro presentato. Io mi ero messo in una posizione straordinaria. Da lì avevo il dominio assoluto della sala conferenze e dell’autore del libro presentato, anche se ne stava un po’ in disparte dietro la colonna, quindi lasciando tutta la scena ad Alberto Asor Rosa e a Luciana Castellina. Già perché sono stati loro ad aver parlato per quasi tutta la presentazione. In certe situazioni il piano terra di Melbookstore può trasformarsi in un circo, in un set da film porno, in un negozio di onoranze funebri o in un micidiale girone dell’inferno in cui i diavoli fanno scontare il peggior contrappasso possibile: la noia. E quella si dava il caso che fosse una di quelle situazioni.

L’autore era un certo Bruno Arpaia e lo vidi subito che lui in certi ambientini da salotto ci sguazzava alla grande. Sa il fatto suo il tipo, pensai. Un attore a recitare il suo libro e un chitarrista con una Ibanez fantastica ad accompagnare la presentazione. Cavolo l’avessi avuta io quella chitarra. Non che ci avessi fatto molto, ma conosco qualche negozietto a Roma che me l’avrebbe pagata come nuova.
Ma torniamo con i piedi per terra. Avevo aspettato più di un’ora perché l’invito aveva l’orario sbagliato. Così mi ero sistemato con i tecnici a mettere in piedi tutto il baraccone della rappresentazione. Uno di quelli sì che era in gamba. Si chiamava Lucio. Mi diceva tra una cosa e l’altra che amava leggere. In quel periodo tornava a casa la sera e l’unica cosa che gli riusciva fare era leggersi un’antologia americana di racconti dell’incubo. Cavolo pensai, chi può essere più fortunato di lui. Per un po’ fummo amici. Ma tutto si guastò con l’arrivo del chitarrista che attaccò a provare tutti i suoi distorsi da un fottio di soldi. Oggetti in grado di sintetizzare fino a trecento suoni e ogni singolo tono presente in questo universo. Cavolo, roba che ti stende.
Io mi accomodai e per un paio di secondi stetti tranquillo. Ma poi fui risucchiato da un vecchio alla mia destra che voleva sapere ogni diavolo di cosa sulla mia vita. Chi sei? Come ti chiami? Hai lo sguardo intelligente! Dio mio era fantastico. Insomma a me che ho perso il nonno di crepacuore certa roba mi tocca subito. Però, dopo qualche minuto iniziai com’è mio solito a fare il cretino. Gli rifilai una quantità di stupidaggini una dietro l’altra. E lui se le bevve tutte:
– Sa sono stato imbarcato tre anni in marina. Sommergibilista di terza classe. Poi ho fatto anche un paio di mesi su quelli americani. Ah, dovrebbe vederli i loro sono a reazione nucleare, mica come i nostri che a mala pena vanno a diesel.
– Si vede subito che lei è un ragazzo in gamba. Sa, io anche ho fatto la guerra.
– Be’ anche io ho sparato. Veramente non potrei parlarne. Sa, la missione era segreta. Comunque sono stato mandato in Iraq con precedenza assoluta.
– Su coraggio, mi dica qualcos’altro. Anche io sono stato soldato.
– Ma certo lo so. È che davvero non posso. E se è per questo non posso dirle per quale motivo sono qui oggi a questa conferenza.
– Lei mi vuol dire che è in missione oggi?
– La prego non mi faccia dire altro.

Già, non mi faccia dire altro. Stavo finendo per crederci a tutte quelle balle. Ma Asor Rosa prese a parlare e fui salvo. Disse che il libro era un ‘opera straordinaria e sincera. Soprattutto per quel che riguardava la risonanza dialettale che rendeva la storia in presa diretta. Bruno Arpaia, sempre secondo il caro Asor Rosa, aveva fatto delle considerazioni sul tempo che rivelavano la sua attenzione a questo tema. Già perché il titolo dell’opera è “Il passato davanti a noi”. Ma non riuscii a mantenere la concentrazione più a lungo. Cose mostruose stavano avvenendo intorno a me. A un tratto m’immaginai tutta la stanza come un intero squadrone di sommergibili alla fonda in qualche porto dei Caraibi. Cavolo quelle fantasticherie col vecchio avevano fatto effetto. Dico che ogni persona lì presente mi pareva un sottomarino, capite? Me compreso. Era perfetto. In fondo ero lì per farli a pezzi e ora con testate nucleari a mia disposizione, fornite dal buon sentimento patriottico della nazione da me rappresentata, mi preparavo a farli secchi uno ad uno. Sarebbe stato magnifico.
Ma tornai sulla terra dopo pochi secondi. Era cominciata la lettura del libro.
L’attore accanto a Luciana Castellina aveva preso a recitare il libro. Dalla sua bocca uscivano frasi che suonavano più o meno così: – Leggendo Benjamin ho trovato la chiave. Sì, Benjamin che parla delle generazioni che hanno un breve futuro…
Il problema era che tutta quella storia suonava come se solo lui lo avesse letto. Dico Benjamin. Forse è per questo che si nascondeva dietro la colonna mettendo in primo piano gli altri presentatori. Già, aveva capito, ma in ritardo. Avrebbe dovuto chiamare la casa editrice Guanda e bloccare tutta la produzione dell’opera. No, capisco. In fondo sono una persona pratica. Mettersi dietro la colonna durante la presentazione fu veramente dignitoso, e per quel che riguarda il caro Benjamin sono sicuro che ora come ora gli vada peggio di quanto vada a noi. C’è gente che è in grado di strumentalizzare anche i più sottili pensieri. Poche parole a buoni intenditori.
Dopo circa mezz’ora di discorso sulla generazione nata nel dopoguerra, e su cui è improntato tutto il romanzo, stavo per cadere a terra dal sonno. Il problema quando mi addormento ancora ubriaco è che posso russare come un indiavolato. Come un lavoratore che ha spaccato pietre tutto il giorno e non c’è verso di svegliarlo. Dio ti prego tienimi sveglio, pensai. Aprimi queste maledette palpebre e illuminami della tua luce, oppure rimandami l’angelo.
Quello fu il momento. Asor Rosa iniziò a parlare del fatto che la generazione rappresentata nel libro era fiaccata dall’idea di sentirsi isolata. Dal fatto di non essere riuscita a comunicare alle generazioni successive il proprio sentimento, la propria passione. Cavolo, quello sì che era un bel concetto. L’avevo già letto in Derrida, nel caro e vecchio Derrida. Ma ora detto da un mio connazionale assumeva tutt’altro sapore. Tra generazioni si parla molto poco e l’intensità con cui un gruppo di persone vive una data di ricorrenza non è detto che si protragga nel tempo con la stessa intensità ad altre generazioni. Cavolo quell’Asor Rosa è veramente il miglior italianista che abbia mai visto, pensai. Così diedi di gomito a quello affianco a me e gli dissi: – Certo che è un Dio il professor Asor Rosa!
E quello mi fa: – Mai parole più sagge ragazzo.
Per me era chiuso. La presentazione non poteva che finire con quella sua straordinaria considerazione. Ma Dio del cielo, devo essermi giocato la testa, perché iniziai a vedermi su un autobus per il paradiso a timbrare biglietti a ogni santo e Dio che si fosse imbarcato.

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