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Il commissario Espinosa e lo psicoanalista carioca

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Espinosa, il commissario protagonista di Uma janela em Copacabana, non è il poliziotto che spara, atterra la gente a forza di pugni.

Espinosa, il commissario protagonista di Uma janela em Copacabana, non è il poliziotto che spara, atterra la gente a forza di pugni. Forse perché è un personaggio generato da uno scrittore che non ha più vent’anni. L’autore, Luis Alfredo Garcia-Roza, è un famoso e accreditato psicanalista carioca. Garcia-Roza ha infatti insegnato Teoria Psicanalítica alla Universidade Federal do Rio de Janeiro per trentacinque anni. Dopo la carriera accademica, invece di aspettare la pensione, ricomincia da capo e si innamora della narrativa. Si avventura nel sentiero del poliziesco, che non gode certo di robusta tradizione in Brasile. Diventa padre di Espinosa, un commissario integro, corretto, che ottiene immediatamente grande successo. Il primo romanzo di Garcia-Roza, O Silêncio da Chuva, lanciato nel 1996, ha riscosso il Prêmio Nestlé e il Prêmio Jabuti.
Uma janela em Copacabana non è stato ancora tradotto in Italia ma ha avuto ottime recensioni negli Usa. In Italia, invece, Rizzoli ha pubblicato di questo autore Il teorema di Rio (tit. originale Achados e perdidos), nel 2001 e Il silenzio della pioggia (tit. originale O Silêncio da Chuva) nel 2003.
Garcia–Roza non considera affatto la sua attività di giallista contigua a quella di psicanalista.
Gli unici punti di contatto tra la struttura narrativa del giallo e l’indagine psicanalitica, sostiene, consistono nell’esercizio del sospetto nei confronti di ciò che sembra ovvio e nel fatto che le minacce più insidiose risiedono, in entrambi i casi, tra le cose più familiari e prossime alla propria intimità. Quelle che appaiono vicine ed innocue e che sono anche le più sfuggenti, invisibili e le meno conosciute.

Uma janela em Copacabana riprende le vicende dello stesso protagonista Espinosa, ambientate nella Rio de Janeiro dei giorni nostri.
Il poliziotto creato da Luiz Alfredo Garcia-Roza è un uomo mite, amante delle buone letture. In lui non c’è traccia di brutalità. Un uomo riflessivo e pacato che sa distinguere.
All’inizio dell’indagine, il primo obiettivo di Espinosa è quello di comprendere se dovrà combattere qualche boss della malavita organizzata oppure qualche mezza tacca, per poi calibrare gli strumenti difensivi alla violenza dell’avversario. Affronta le questioni con calma e profondità. Ma Uma janela em Copacabana soprattutto ci fa vivere qualche giorno per le strade di Rio. Espinosa, conducendoci con sé ci fa assaporare le sensazioni e le atmosfere della città. E non appena proviamo una curiosità, l’autore sembra pronto a esaudirla. Dove ci si ferma a mangiare e cosa si beve a Rio e con chi è prudente parlare? Come saranno le donne che il commissario frequenta, come si alternano i suoi amori? Quali i suoi gusti e i suoi vestiti, cosa dice e di che parla quando si ferma a scherzare con gli amici? Con chi ci si imbatte per strada, quali i pericoli? E soprattutto, fin dove può arrivare il successo dell’indagine quando, come il commissario Espinosa, ci si imbatte nell’omicidio di tre colleghi. Poliziotti più che modesti, che non si erano neanche proposti di eccellere, che si accontentavano di vivere nell’ombra. “mediocri, non si distinguono né positivamente né negativamente” , di una mediocrità che si rivelerà presto fittizia. Propria di chi conduce una vita clandestina ed evita di farsi notare. I loro conti in banca fanno sospettare che ricevessero bustarelle. Ma da chi erano corrotti? Dalla mafia del gioco d’azzardo, da trafficanti di droga o erano stati uccisi da altri colleghi subornati ? Come può un uomo solo coadiuvato da una piccola squadra venire a capo di tutto questo?
A Espinosa ci affezioniamo presto. Ai suoi risvegli pigri, quando si prepara la colazione da solo con un vecchio tostapane rotto che brusca le fette di pane da un solo lato ma dal quale non si separa per la complicità nella lentezza dei ritmi mattutini. Al suo aggirarsi nell’appartamento che abita da sempre, facendosi largo tra pile di libri accatastati. Alla sua passione per la lettura ereditata dalla nonna che si trasferì presso di lui senza poter cedere la propria casa in affitto perché troppo ingombra di volumi che non avrebbe saputo dove sistemare.
Per Espinosa disordine anche nella vita affettiva.
Sì, ci si affeziona a Espinosa, al suo disordine anarchico sposato indissolubilmente alla sua attendibilità, alla sua preoccupazione di proteggere i testimoni, al suo rigore privo di intransigenza e di intolleranza. E’ un uomo onesto che non per questo odia i disonesti. Ciò nondimeno persegue con tenacia la ricerca dei colpevoli.
Chi è o chi sono i colpevoli? Si tratta di un malavitoso o di un poliziotto spaventato o di un criminale comune? Per capirlo Espinosa è costretto ad indagare in quell’enorme sottobosco che coinvolge quasi tutte le stazioni di polizia. Il commissario decide di servirsi di una piccola squadra di fiducia e, quando si accorge di essere pedinato, chiede a uno solo dei suoi uomini di coprirgli le spalle. I suoi movimenti vengono continuamente spiati. Il piccolo gruppo si trova in una posizione particolarmente esposta. I colleghi, gli altri poliziotti, esclusi dalla squadra, li isolano e diffidano di loro. Temono vogliano ricattarli o denunciarli. E in prima linea resta un gruppetto di cinque o sei persone che ben presto viene a conoscenza di segreti che possono far saltare un sacco di gente potente e non.
Potere e giustizia. Come si coniugano in una democrazia sudamericana? ( E non solo?).
Tranquilli. Il libro non ha la temerarietà di rispondere a questi interrogativi. Però se li pone e cerca di dare un’occhiata al di là del recinto, e noi con lui.

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