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Aveva passato gli ultimi tre anni a seguirla per parchi, sale da tè e piste da bowling. La sua ossessione per quella donna era legata a un sacco di fattori.

Aveva passato gli ultimi tre anni a seguirla per parchi, sale da tè e piste da bowling. La sua ossessione per quella donna era legata a un sacco di fattori. Primo fra tutti quello di non riuscire a prendere sonno la notte. Come se sotto il cuscino ci fosse una maledizione. Incubi disperati lo facevano alzare sudato e doveva rinfrescarsi le idee con acqua ghiacciata e un paio di sigarette, da quando lei se n’era andata. Il secondo fattore, più importante del primo, era sua figlia. La moglie gliel’aveva portata via una sera di sei mesi fa.
La ragazza lo aveva lasciato perché stufa tutti questi suoi comportamenti da pazzo. Ogni sera prima di andare a letto spegneva la luce una ventina di volte. Lo faceva al ciclo di tre. Accendeva, spegneva, accendeva, spegneva, accendeva e spegneva. Poi si sdraiava sul letto e dopo qualche secondo si rialzava. Nei periodi peggiori impiegava anche un’ora per mettersi al letto.
Appena si erano presentate queste ossessioni lei si era dedicata a lui con una certa paura. Quella persona non era sempre stata così. Quando l’aveva conosciuto era un aitante uomo d’affari, con una carriera brillante. Aveva cominciato a dare i primi segni dopo che si erano sposati. Poi era arrivata la loro primogenita Giulia e da allora era stato un vicolo cieco.
Nelle belle giornate di fine marzo, sapeva che sua moglie portava al parco la figlia. L’uomo raggiungeva il posto anche due ore prima. L’avevano licenziato da un pezzo dall’ufficio e ora si guadagnava da vivere col turno di notte in un edicola. Non era il lavoro che desiderava, ma non facevano storie per le sue fobie. Prima di passare il quotidiano a una persona lo faceva sbattere sette volte contro la vetrina. A certe persone quel rituale piaceva, tanto che avevano iniziato a guardarlo come uno con dei problemi. Si vedeva la compassione nei loro sorrisi, nei loro discorsi. Qualcuno gli stringeva la mano più di quanto avrebbe dovuto.
Per l’uomo la ragazzina era tutto. Non la vedeva da mesi e il tribunale aveva deciso tutta una serie di cose per cui il momento gli era impossibile vederla. Lui però le seguiva. Saltellando tra mattone e mattone, per non mettere i piedi sulle congiunzioni. Aprendo le porte tre volte prima di entrare o dicendo grazie sempre due volte se acquistava qualcosa. Ma evitava di acquistare qualcosa. Si portava tutto da casa già impacchettato e pronto. Calcolava tutto alla perfezione. Se per arrivare al parco la gente solitamente impiega dieci minuti, lui sapeva che ce ne volevano venti. Poi l’attesa di un paio di ore, casomai avessero anticipato la passeggiata. Quindi un termos col caffè e una bottiglia d’acqua.
La bambina andava al parco per via delle giostre. Dopo l’asilo si incontrava con le amiche e giocavano tanto, anche con gli altri bambini. La madre la guardava da lontano e ogni tanto la salutava, mentre chiacchierava con le altre mamme della soap opera e del maestro dell’elementari che era un bell’uomo. La bambina saliva sopra gli scivoli e poi la chiamava a gran voce. Si faceva vedere mentre veniva giù e tutta sorridente riprendeva a correre con gli altri.
Il parco del quartiere non era un luogo affollato. Bene o male tutte le persone si conoscevano o frequentavano gli stessi ambienti. Non c’erano luoghi bui o poco visibili. Una distesa di terra battuta con un paio di pioppi. Le giostre sulla destra e un piccolo campo da calcio sulla sinistra. Le panchine erano disposte intorno al perimetro e solo nel tardo pomeriggio erano davvero piene. Ma la bambina non rimaneva tanto. Alle diciassette veniva la babysitter per farla giocare e prepararle la merenda. La madre girava per negozi e andava a prendersi il tè con la sua migliore amica. Lei gli aveva presentato l’insegnante di capoeiera della sua palestra e stava cercando di combinare una seconda uscita.
L’uomo erano sei mesi che non parlava con la bambina e quel pomeriggio decise di andare al parco e salutarla di nascosto dalla madre. Prese l’autobus fino a sotto il palazzo di vetro, poi scese e con una scatola di clinex si pulì per bene tutto il cappotto per paura dei germi. Aveva portato anche con sé una boccetta di alcol e ogni volta ne spruzzava un po’ sui vestiti e strofinava.
“Questa roba non andrà mai via…mai!” ripeteva tra sé.
Prese un altro autobus. Poi scese nel piazzale davanti al parco e iniziò a camminare in punta di piedi per via del lastricato. Salì sul marciapiede e si riposò un attimo. Tirò fuori un’altra scatola di clinex e strofinò di nuovo con l’alcol. Da lì camminò in obliquo seguendo una colata di cemento su cui non stava nessuna congiunzione e nessuna pietra fuori posto.
Nel parco non c’era ancora nessuno. Un paio di cani si rincorrevano, mentre il padrone faceva footing. L’uomo non poteva toccare i muri e doveva camminare solo nelle zone erbose. Così allungò le gambe e attraversò due zolle. Poi saltellò su un paio di sassi e atterrò su una collinetta erbosa. L’importante era stare sempre al di fuori della terra. Quella roba gli si attaccava addosso e lo soffocava. C’era la procedura C da seguire in caso di contatto per più di trenta secondi con la terra. Bisognava strofinarsi con una spazzola disinfettata e con dell’acqua ossigenata. Era un’operazione che l’aveva mandato al pronto soccorso almeno un paio di volte e gli aveva rovinato la barba e i capelli. Ai bei ricci castani aveva sostituito un biondo sul rosso. Sembravano capelli colorati con qualche tecnica dozzinale e gli davano un aspetto sinistro.
L’uomo si sdraiò su una panchina e cercò di rilassarsi. Ne valeva la pena. L’aveva sognata per tanto tempo quella situazione. Lui e la figlia al parco. Nei sogni gli comprava tante caramelle e un paio di regali nel negozio di giocattoli all’angolo. Immaginava sempre che volassero degli aironi nel cielo, che poi scendevano e venivano a bere in un laghetto che stava al centro del parco. La figlia gli chiedeva se poteva fare il bagno e lui rispondeva di sì ogni volta. Si tuffavano insieme e nuotavano. Lui si metteva la bambina sulle spalle e la faceva tuffare dove l’acqua era più alta. Poi si sdraiavano sull’erba e prendevano il sole fino a sera, quando gli aironi volavano via.
L’uomo si versa un po’ di caffè e bevve tre sorsi la volta. Teme che quei cani in lontananza possano riempirlo di batteri. Teme che quando arriverà la figlia lui sarà in qualche angolo a strofinarsi i pantaloni e a litigare col proprietario delle bestie. Finito il caffè mangiò due gomme per rinfrescarsi l’alito. Sono sei mesi che aspetta di vedere la bambina e non vuole spaventarla. E’ sicuro che sua moglie capirà e non farà nessuna scenata. Vuole solo parlarle per qualche minuto. Il cielo è sereno e ci sono delle scie aeree che tagliano il celeste sopra il parco. L’uomo rimane col naso all’insù.
La moglie e la bambina spuntano verso le quattro da dietro un muretto. Stanno insieme alle signore che l’uomo ha imparato a conoscere per tutti questi sei mesi. Vanno verso la solita panchina e si tolgono le giacche. La bambina parte di corsa e va verso l’altalena. La madre si accende una sigaretta e comincia a parlare delle solite cose con le amiche. Ha un trucco pesante e l’uomo prova un certo disgusto nel vederla. Gli sembra strano che abbia potuto passare tanto tempo con quella donna. E’ più grassa e porta degli occhiali da sole che la fanno sembrare comune.
L’uomo passa dietro un pioppo e tocca tre volte l’albero. Sua figlia è vicina. Ma non vuole fare le cosa in segreto come aveva pensato in principio. Uscirà allo scoperto e se la moglie ha qualcosa da dire che venga dirglielo.
Sul campo da calcio entra una squadra di ragazzi. Fanno la conta e si dividono in due squadre. Uno spilungone pieno di foruncoli si mette in porta. Dietro di lui passa un camion che fa tremare la terra e fa spiccare il volo a un gruppo di rondini sugli alberi.
L’uomo calcola il percorso per arrivare all’altalena. Sulla sinistra ci sono una serie di zolle verdi. Si sente molto nervoso e ogni passo lo ripete tre volte. Alcune persone lì accanto lo cominciano a notare. Fa un passo, si ferma e torna dietro per tre volte. Calcola che ci vorranno cinque minuti per raggiungere le giostre a poche decine di metri. Tiene lo sguardo a terra e fissa le zolle. Mettere un piede sulla terra potrebbe voler dire ricominciare da capo o doversi pulire per una mezz’ora.
Più o meno a metà percorso sente i nervi cedergli. Il cuore gli batte forte e si convince che gli stia prendendo un infarto. L’aria inizia a riempirsi di polvere per via di quel portiere a pochi metri che ogni volta che rinvia sposta tanta terra con gli scarpini. Non se la sente più di ingoiare e inizia a trattenere la saliva in bocca. Vorrebbe sputare, ma ormai è uscito allo scoperto e sua figli potrebbe vederlo. Decide di ammucchiare tutta la saliva in una guancia. Deve dire soltanto poche parole, abbracciare la figlia e venire via. Vuole soltanto sentire il suo calore. Sa che la cosa lo calmerebbe.
Va verso la figlia che scivola giù e cade col sedere per terra. Ha il vestitino tutto impolverato e l’aria felice. Un passo e altri tre passi sul posto. La bocca inizia a sembrare gonfia, ma non vuole sputare la bava. Ha il cuore in gola e le gambe che gli tremano. Vorrebbe piangere, ma la figlia non deve vederlo in quelle condizioni. Non deve proprio.
La madre si volta, quando le amiche gli indicano una persona che sta chiamando sua figlia. Sembra il suo ex, ma è mal messo. Ha una protuberanza sulla guancia e un vestito da pochi soldi. Cammina andando avanti e indietro. E’ ubriaco sicuro. La figlia rimane ferma a fissare quella persona che la chiama. Lo guarda per bene e l’uomo si ferma a un paio di metri. Quando parla gli schizza la saliva dalla bocca. Dice qualcosa di incomprensibile e la bambina comincia a piangere e corre verso la madre che gli va incontro. L’uomo la segue col suo passo. Urla qualcosa e le signore alla panchina si alzano in piedi. Non hanno capito quello che sta dicendo e sembra un mostro.
La mamma prende le sue cose sulla panchina e corre verso il cancello d’ingresso. Non è convinta che sia il suo ex. L’uomo si fa forza e inizia a non ripetere i passi. Con un paio di falcate ha raggiunto le ragazze che stanno per uscire. Chiama ancora il nome della figlia sputando grosse gocce di bava. La bambina si gira e ferma la madre. Il padre fa per abbracciarla, ma la piccola ha il vestito sporco di terra. Il padre sgrana gli occhi e si blocca. Vorrebbe andare avanti, ma no ci riesce. Quei virus lo uccideranno in pochi secondi. Allora apre bocca e dice un paio di parole. La bambina non le capisce e si spaventa a guardare quella faccia gonfia e quella bocca che sputa tanta saliva.
La madre la prende in braccio, mentre sta urlando. L’uomo vede tutta la gente nel parco voltarsi e un paio di ragazzi che stavano giocando guardarlo in cagnesco. Le due figure corrono oltre le mura e si allontanano nel parcheggio. Sente il borbottare delle signore alla sua destra, le amiche di sua moglie. Sa cosa stanno dicendo. Quello è il giorno in cui gli aironi hanno spiccato il volo per ricadere dentro qualche uomo come uccelli di piombo.

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