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Ridere con Sedaris

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Quando sull’autobus ho iniziato a ridacchiare da solo, scuotendo la testa e dando pacche affettuose alle pagine di un libro la gente intorno a me ha fatto spazio all’improvviso.

Quando sull’autobus ho iniziato a ridacchiare da solo, scuotendo la testa e dando pacche affettuose alle pagine di un libro la gente intorno a me ha fatto spazio all’improvviso. Ecco lo spettacolo insopportabile di chi va fuori di testa nei luoghi pubblici e adesso non ci sono più posti adatti per tenerli nascosti. Io invece avrei voluto dire a tutti che a farmi ridere era lo scrittore che tenevo in grembo. Cioè, la sua propaggine stampata. Non ridevo perché scrivesse cose assurde e fuori dal mondo alla Palahniuk o violente e insensate alla Lansdale. Ridevo perché mi riconoscevo nelle pagine che descrivevano l’uomo buono e sensibile che cerca di salvare un topino di campagna dalla trappola in cui è schiacciato e lo fa morire tra tormenti inenarrabili. Ridevo perché rivedevo in un suo racconto gli occhi vigili e spaventati di ospiti inattesi che guardano tra le cose che faremmo bene a lasciar fuori da occhi indiscreti. Questo ridere non è casuale. Parte tutto dalla volontà dello scrittore David Sedaris e dalla ormai sua quarta raccolta di racconti uscita per Mondatori, collana Strade Blu. Si intitola Mi raccomando tutti vestiti bene ed è tradotta da Matteo Colombo. Per noi che in una scuola di scrittura stiamo continuamente immersi in testi acerbi e da formare la sorpresa è doppia. Non solo capita che per una volta si ride con un libro di racconti, ma lo si fa pure su storie di genere autobiografico. E lì la sfida è dura davvero. In quanti, famiglia Simpson a parte, si riesce a far ridere dei vizietti, delle storture dei gusti, degli stili di vita e delle ambizioni che ci riempiono oggi testa e cuore? E poi c’è quel luogo comune che suggerisce che nello scrivere storie autobiografiche bisogna rispettare la verità documentaria delle fonti. Non ci siamo proprio. Lo scrittore e il lettore devono solo emozionarsi, divertirsi, incazzarsi quando scrivono/leggono libri di narrativa, autobiografie comprese. E per riuscirci, mi si passi la metafora ardita, con le fonti documentarie, se necessario, ci si può pure fare il bidè. Ci sarà un motivo se lo scrittore veneto Giuseppe Berto ci avvertiva nel suo romanzo Il male oscuro che “da quando Flaubert ha detto «Madame Bovary sono io» ognuno capisce che uno scrittore è, sempre, autobiografico. Tuttavia si può dire che lo è un po’ meno quando scrive di sé, cioè quando si propone più scopertamente il tema dell’autobiografia, perché allora il narcisismo da una parte e il gusto del narrare dall’altra possono portarlo a un addirittura maliziosa deformazione di fatti e persone.”

Sedaris (il correttore automatico di word mi riscrive continuamente sedarsi pur di dare anche lui il suo contributo comico) gode nel mettere vicino personaggi incongrui per vedere cosa può succedere. Ne La bambina della porta accanto Sedaris è alle prese con una bambina difficile e come col topo di cui sopra cerca da uomo buono di aiutarla. E così la fine del topo stavolta tocca a lui:

Ero convinto che peggio di così le cose non potessero andare. Poi, quella sera, capii di essermi sbagliato. Stavo tornando dal bar ed ero sul ballatoio davanti alla porta di Brandi, quando la sentii sussurrare: “Frocio”. Aveva la bocca premuta sulla toppa della serratura, e la sua voce era debole e melodica. Era così che mi ero sempre immaginato la voce di una falena. “Frocio. Che c’è, frocio? Qualcosa non va?”.

Ma qualcosa di feroce non risparmia nemmeno gli stessi bambini della famiglia di David Sedaris. Nel racconto Scenda la neve la mamma di David Sedaris è stufa di avere per casa da una settimana una masnada di mocciosi urlanti per via di una nevicata extra che ha fatto chiudere le scuole. Manda i figli a giocare fuori di casa e quando è sera rifiuta di aprirgli la porta. Allora i bimbetti terribili decidono di farle un bel dispetto facendo investire da una macchina uno di loro cinque. Verrà sacrificata la sorella più piccola:

Povera Tiffany. Avrebbe fatto qualunque cosa in cambio di un briciolo d’affetto. Bastava che la chiamassi Tiff e potevi avere tutto ciò che volevi: la sua paghetta, la sua cena, il contenuto del suo cestino di Pasqua. La sua ansia di compiacere era assoluta e pura. Quando le chiedemmo di distendersi in mezzo alla strada ghiacciata, la sua unica domanda fu: «Dove?».

Siete preoccupati? Siete schifati? Che razza di comicità è quella di chi lascia morire scientemente una bimba in mezzo al ghiaccio? O di chi uccide un topo tra mille tormenti? Beh, aspettate a tirare conclusioni affrettate perché i finali di Sedaris sono un’altra di quelle cose che sorprendono. Dopo che il cinismo e le incomprensioni l’hanno fatta da padroni per quasi tutto un racconto, arriva sempre un colpo d’ala, una chiusura con relativa stretta al cuore. Un tocco di malinconica e inaspettata grazia che ci scioglie la risata in un sorriso riconoscente.
Per provarlo ecco il finale di Scenda la neve, con la sorella minore Tiffany sdraiata in mezzo alla strada, vittima sacrificale:

Scegliemmo un tratto in discesa fra due colline, un punto in cui gli automobilisti avevano quasi l’obbligo di perdere il controllo del mezzo. Lei andò a posizionarsi, con i suoi sei anni e il suo giaccone color crema, e noialtri ci piazzammo sul marciapiede a osservare. La prima macchina che arrivò fu quella di un vicino di casa, uno yankee come noi che aveva attrezzato le ruote di catene, e che si fermò a pochi metri da mia sorella. «È una persona?» chiese.
«Più o meno» rispose Lisa. Gli spiegò che ci avevano chiusi fuori di casa, e anche se il signore parve trovare questa spiegazione ragionevole, sono quasi certo che fu lui a fare la spia. Passò un’altra macchina, dopodichè avvistammo nostra madre, una sagoma col fiato corto che risaliva goffamente la collina. Non possedeva pantaloni, e le sue gambe affondavano nella neve fino ai polpacci. Avremmo voluto spedirla a casa, cacciarla dalla natura proprio come lei ci aveva cacciati di casa, ma era difficile continuare a serbare rancore nei confronti di chi aveva un aspetto tanto patetico.
«Sei uscita con i mocassini?» domandò Lisa, al che mia madre sollevò un piede scalzo. «Ero uscita con i mocassini» rispose lei. «Giuro, fino a un attimo fa ce li avevo»
A casa nostra la vita era così. Un attimo prima nostra madre ci chiudeva la porta in faccia, e l’attimo dopo ci ritrovavamo a frugare nella neve in cerca della sua scarpa sinistra. «Lasciate perdere» ci disse. «Tra qualche giorno salterà fuori». Gretchen coprì il piede della mamma con il suo berretto. Lisa glielo legò con la sua sciarpa, e stretti intorno a lei tornammo a casa.

Se non vi siete commossi almeno un po’ allora non siete adatti a ridere con le storie di e con Sedaris.

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