Aureliano Amadei: “La verità su Nassirya senza omissioni e preconcetti”

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“Va bene: finita la presentazione ci prendiamo un aperitivo”. Al telefono Aureliano Amadei mi dice di avere un’ora dalla fine della presentazione del suo libro scritto con Francesco Trento

“Va bene: finita la presentazione ci prendiamo un aperitivo”. Al telefono Aureliano Amadei mi dice di avere un’ora dalla fine della presentazione del suo libro scritto con Francesco Trento, Venti sigarette a Nassirya (Einaudi Stile Libero, 12 euro e 50) all’inizio della partita serale della Roma. C’è tutto il tempo di una intervista all’aperitivo. Amadei è un ex-punk, un attore teatrale e cinematografico e un regista. Non solo: Amadei è un superstite e un testimone dell’attentato di Nassirya del 12 novembre 2003 in cui morirono 12 carabinieri, 5 soldati, 2 civili e 8 iracheni (ma probabilmente molti di più degli ultimi). Questo libro è un diario di guerra: Amadei arriva l’undici novembre in Iraq per girare un film nel deserto con il regista Stefano Rolla; il giorno dopo scampa miracolosamente all’attentato e viene rispedito in Italia per passare diversi mesi di degenza.
Alla presentazione, in quel di Mel Book Store di via Nazionale, parla Trento, il coautore, delle responsabilità oggettive sulla strage del Governo Italiano e, in particolare, del Ministro della Difesa Martino. “L’attentato è riuscito non solo perché”, come racconta Amadei, “non c’erano protezioni adeguate tra la caserma e la strada (le “serpentine” che avrebbero rallentato il camion pieno di esplosivo), ma anche perché la “Santa Barbara” degli italiani (il deposito delle armi) si trovava al piano terra ed è infatti esplosa”. Inoltre pare che l’esercito fosse molto preoccupato, nei giorni precedenti, dell’aumento degli attacchi da parte degli iracheni e fossero trapelate delle notizie sulla presenza dell’esplosivo in città. “Insomma l’attentato poteva essere evitato ed è assurdo che i responsabili di questi errori non si siano dimessi dai loro incarichi politici”.

Poi Amadei legge un brano sul dopo-attentato e si passa a parlare dell’ipocrisia nazionale di aver affrontato una guerra spacciandola come “missione di pace”. Viene rievocato il clima dei funerali di stato con l’Altare della Patria pieno di fiori, le lacrime di Ciampi e, soprattutto, la retorica della patria e degli eroici morti italiani che ha offuscato tutte le domande e oppresso l’indignazione.
Amadei, verso la fine, dice una cosa che mi colpisce e che potrebbe essere parafrasata così: nonostante sia morto il mio amico Stefano Rolla, nonostante abbia la caviglia maciullata e un orecchio sordo a causa dell’esplosione, nonostante abbia visto morire dei bambini iracheni, il mio livello di indignazione si è abbassato molto, continuo a condurre la mia vita normale.

Che film di fiction dovevate girare in Iraq?
Rolla e Adele Parrillo avevano scritto un copione che metteva in buona luce il rapporto tra i soldati italiani e la popolazione locale: una storia d’amore tra un carabiniere e una irachena. Il finale doveva essere tragico con una bomba sganciata dagli americani che provocava una carneficina.

Hai pensato di fare un documentario sulla tua storia e sulla tua testimonianza?
Volevo fare un documentario sulla condizione dei reduci di guerra in Italia. Che è una condizione che non esiste più dal dopoguerra ad oggi. Mi hanno impedito di farlo perché il Ministro della Difesa non mi ha dato l’autorizzazione di fare le interviste ai militari scampati all’attentato. Con Trento faremo una riduzione teatrale del libro.

Nel libro accenni ai risarcimenti per reduci di guerra che non ci sono.
All’uscita del libro i risarcimenti non erano stati ancora dati ai sopravvissuti militari. Ora glieli hanno dati, ma a me ancora no. Mi hanno anche ricattato dicendomi che non li avrei ricevuti, se non mi fossi stato zitto.

Una caratteristica del libro è l’umanizzazione dei soldati?
Continuo a scontrarmi un po’ con tutti su questo punto. Uno dei punti di forza del libro è la verità senza omissioni e preconcetti. Esistono le contraddizioni. Personalmente non ritengo immorale che in Italia ci sia un esercito che, fortunatamente, obbedisce al parlamento. Il problema è che il parlamento li manda a fare una missione del cazzo. Missione che, ci tengo a dirlo, gli stessi soldati contestano.

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