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Sabino e la sua Ultima Cronaca

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La popolarità di Fernando Tavares Sabino come narratore è legata alla produzione di crônicas, frutto di una collaborazione quotidiana per giornali e riviste

La Compagna di viaggio di Sabino

La popolarità di Fernando Tavares Sabino come narratore è legata alla produzione di crônicas, frutto di una collaborazione quotidiana per giornali e riviste, in cui ha ritratto episodi ed esperienze di vita come istantanee in strada, con un tono colloquiale, inventivo e fluido. La crônica brasiliana rappresenta un’ esperienza narrativa consolidata e significativa che potrebbe suggerirci una grande originalità di soluzioni e di tecniche ma che ha fin qui scarsamente interessato le scelte editoriali italiane. La crônica, specie nell’interpretazione che Sabino ne ha realizzato, è una confluenza di racconto, articolo di cronaca o di costume, poesia. La crônica è una cronaca che ha perso i caratteri fortuiti o esasperati, smette di essere una scabra e apparentemente insensata sequela di accidentalità. Mette in primo piano fatti comuni che, narrati con stile veloce ed intenso, rivelano la propria originalità e carica emblematica. Sabino è considerato uno dei maggiori rappresentanti del genere crônica nel panorama delle lettere brasiliane e alcuni dei suoi testi sono ritenuti dei classici, rappresentativi del genere, come ad esempio le crônicas raccolte nei volumi O Menino e o Espelho, O Homem Nu e A Companheira de Viagem.
Fernando Sabino ha concesso ad Omero il suo racconto A última crônica, tratto dalla raccolta A Companheira de Viagem, che è stato pubblicato e distribuito nel 1995 nella versione cartacea di Omero. La poesia, l’amenità, l’ironia, l’attenzione al particolare, peculiari di questo genere narrativo, contrastano con lo stile sbrigativo e aggressivo oggi riservato al giornalismo, specialmente televisivo. La crônica restituisce un altro sguardo sulla realtà. Non semplicemente aneddotico, ma capace di esplorare il quotidiano con attenzione amorosa, e riconsegna a chi legge il ruolo di protagonista piuttosto che lasciarlo in quello di spettatore. Può essere una strada percorribile: impedire che la storia sia totalmente altro dalle nostre piccole storie di tutti i giorni.

Ma ecco A última crônica per i lettori di “O” la rivista di Omero (traduzione di Luisa Ramundo):

L’ultima cronaca

Tornando verso casa, entro in un bar della Gávea per prendere un caffè al banco. In realtà sto rimandando il momento di scrivere. La prospettiva mi spaventa. Mi piacerebbe sentirmi ispirato, coronare con un buon risultato un altro anno di questa ricerca del pittoresco e dell’irrisorio nel quotidiano di ciascuno. Mi proponevo soltanto di raccogliere dalla vita di ogni giorno qualcosa del suo disperso contenuto umano, frutto della convivenza, che la rende più degna di essere vissuta. Miravo al circostanziale, all’episodico. In questo inseguimento dell’accidentale, sia in una situazione che si coglie di sorpresa all’angolo della via, sia nelle parole di un bambino, sia in un avvenimento domestico, mi trasformo in un semplice spettatore e perdo la nozione dell’essenziale. Senza più niente da raccontare, curvo la testa e bevo il mio caffè, mentre il verso del poeta ripete nel ricordo: “così vorrei il mio ultimo poema”. Non sono poeta e sono privo di argomenti. Lascio dunque un ultimo sguardo fuori di me dove vivono gli argomenti che meritano una cronaca. Nel fondo del bar una coppia di colore si è appena seduta a uno degli ultimi tavoli di marmo lungo la parete a specchio. La compostezza dell’umiltà, nella moderazione dei gesti e delle parole, risulta incrementata dalla presenza di una negretta sui tre anni, con un fiocco in testa, tutta ben acconciata nel vestitino povero, che si è anch’essa accomodata al tavolo: osa a malapena dondolare le gambette corte o spaziare con gli occhi grandi di curiosità attorno a sé. Tre esseri schivi che compongono intorno al tavolo l’istituzione tradizionale della famiglia, cellula della società. Vedo però che si preparano a qualcosa di più che a soddisfare l’appetito. Passo a osservarli. Il padre, dopo aver contato il denaro che discretamente ha estratto dalla tasca, abborda il cameriere reclinandosi all’indietro sulla sedia, e indica al banco un pezzo di torta sotto la campana di vetro. La madre si limita a restare a guardare, immobile, vagamente ansiosa, come se aspettasse l’approvazione del cameriere. Costui ascolta, concentrato, l’ordinazione dell’uomo e poi si allontana per servirlo. La donna sospira, guardandosi intorno, come per rassicurarsi sulla naturalezza della sua presenza lì. Accanto a me il cameriere fa preparare l’ordinazione del cliente.
L’uomo dietro al banco prende la porzione di torta con la mano, la deposita in un piattino – un dolce semplice, di un giallo scuro, solo una piccola fetta triangolare. La negretta contenuta nella sua attesa, guarda la bottiglia di Coca-Cola e il piattino che il cameriere le ha lasciato di fronte. Perché non comincia a mangiare? Vedo che i tre, padre, madre e figlia ubbidiscono attorno alla tavola a un rituale discreto. La madre rimesta nella borsa di plastica nera e lucida, ne estrae qualcosa. Il padre si munisce di una scatola di fiammiferi e attende. Anche la figlia aspetta, attenta come un animaletto. Nessun altro li osserva oltre me.
Sono tre candeline bianche, minuscole, che la madre infilza con cura nella fetta di torta. E mentre versa la Coca-Cola, il padre sfrega un fiammifero e accende le candeline. Come a un gesto già provato, la bambina posa il mento sul marmo e soffia con forza, smorzando le fiammelle.
Immediatamente si mette a battere le mani, con molta convinzione, cantando con un balbettio, al quale i genitori si uniscono discreti: “tanti auguri a te, tanti auguri a te…”. Poi la madre raccoglie le candeline, le pone di nuovo nella borsa. La negretta afferra finalmente la torta con le due mani impazienti e prende a mangiare. La donna sta a guardare con tenerezza – le sistema il nastrino fra i capelli crespi, pulisce le briciole di torta che le cadono in grembo. Il padre percorre rapidamente con lo sguardo il bar, soddisfatto come per convincersi intimamente del successo della celebrazione. Percepisce all’improvviso che lo sto osservando, si turba, imbarazzato. Vacilla, minaccia di chinare la testa, ma finisce per sostenere lo sguardo e finalmente si apre in un sorriso.
Così vorrei la mia ultima cronaca: che fosse pura come questo sorriso.

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