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L’editing ovvero la scrittura “al dente”

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Cari aspiranti editor, redattori e revisori di testi destinati alla pubblicazione, sappiate intanto che in questa attività occorre essere ben consapevoli del luogo che si occupa, nello spazio, nel tempo e in una dimensione per sua natura immateriale, nello svolgimento di questo peculiare ruolo.

Cari aspiranti editor, redattori e revisori di testi destinati alla pubblicazione, sappiate intanto che in questa attività occorre essere ben consapevoli del luogo che si occupa, nello spazio, nel tempo e in una dimensione per sua natura immateriale, nello svolgimento di questo peculiare ruolo. L’editor si situa in una sorta di terra di mezzo, un luogo spesso immerso in una leggera nebbia, e in un progetto temporale che si tratta prima di tutto di valutare in base a una iniziale analisi che è tanto sommaria, di necessità, quanto ragionevolmente verosimile.

Ogni manoscritto che vi verrà sottoposto vi viene affidato perché in esso esiste una potenzialità, perché il talento dell’autore, la originalità e il senso della storia che racconta, la sua capacità di rendere con rilievo e densità i personaggi, i rapporti di forza sui quali il romanzo (o i racconti) sono ideati e costruiti, sono stati considerati degni di interesse e pubblicabili ma nella sua forma attuale, nel lavoro di edificazione e di precisazione, in altre parole nell’armonia o nel gioco dissonante dello scritto, il testo non ha raggiunto il suo livello ottimale, presenta degli scarti, o degli eccessi, ha delle maglie allentate, il motore del racconto subisce degli arresti, s’inceppa, oppure bighellona a casaccio, oppure non ha ancora quella incisività nello stile e nella cadenza dei paragrafi, quella forza di attrazione e quel ritmo che gli sono necessari e che se ne stanno, come dire, un po’adagiati sul fondo. Il testo è a tratti debole, molle, scotto….

Cosa fare? Tanto per cominciare il testo va letto integralmente, poi posato in modo da maturare una impressione. Questa impressione generale va attentamente analizzata. E’ utile prendere qualche appunto in fase di lettura, a tale scopo. Per esempio: “Che passaggio noioso, si ha il desiderio di passare al prossimo capitolo…” oppure: “Qui non si capisce bene…Cosa centra quello che mi sta raccontando?” oppure ancora: “E questo qui chi è? Cosa ha a che fare con questa storia?” O: “Ma come mai questo personaggio, di cui conosco alcuni tratti distintivi, di colpo parla e si comporta come se fosse un altro? Non collima con l’immagine che me ne sono fatto…”

Fatta questa prima visita “impressionistica” del testo, si può passare al lavoro vero e proprio. La prima fase consiste in una operazione di semplice artigianato: si interviene sulla formulazione della frase, come su una partitura. Espressioni goffe, imprecise, inutilmente prolisse vanno corrette. In questa fase è molto importante mantenere una sorta di equidistanza mentale tra lo spirito, la cifra del testo, il tono e lo stile della narrazione e una naturale propensione a migliorarlo secondo quello che è il nostro gusto e il nostro orientamento culturale. E’ molto importante infatti che la scrittura non venga “manipolata o adulterata”: il testo va accompagnato nella sua potenziale evoluzione in meglio, in più chiaro e stringente. Va estratto dalla imprecisione , epurato dalle goffaggini e dagli inceppi, aiutato a superare piccole trappole e inciampi. Ma deve restare se stesso. Deve diventare più che mai e una volta per tutte quello che è già in potenza.

Una volta compiuto questo lavoro è necessario esaminarlo con l’autore con una disposizione di accoglienza e collaborazione. Occorre anche, a volte, rassicurarlo: le nostre correzioni non sono dettati imperiosi discesi dall’alto di una qualche scienza dogmatica fondata su codici e regole di ferro, ma sono suggestioni e interventi interlocutori, propositivi. Si lavora insieme con il comune intento di rendere migliore il testo. Non diverso. Evitando che l’autore si senta giudicato o paternalisticamente indottrinato.

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