La Napoli del sottosuolo

di

Data

Napoli è tutta vuota sotto. Non mi chiedete come si regge perché nemmeno i napoletani lo sanno.

Napoli è tutta vuota sotto. Non mi chiedete come si regge perché nemmeno i napoletani lo sanno. Da dietro una chiesa o nello scantinato di una casa potete scendere nei sotterranei. Qualche volta costa più, qualche volta meno. Ovviamente non tutti i giri valgono. Ce n’è uno che ti fa girare per cisterne romane. Quello è il più noioso, ma anche il più divertente.
Si passano delle ore a quaranta metri di profondità a fissare del tufo scavato in cui ti dicono si teneva l’acqua e in cui si sono rifugiati i napoletani durante la seconda guerra mondiale. Siete a quaranta metri di profondità e l’aria è umida. Dove ci sono le lampadine è pieno di muffa, ma per il resto c’è solo odore di terra. La cosa divertente però c’è. Anche in passato i napoletani avevano problemi con i rifiuti. Nel seicento quelle grotte funzionavano da discariche. Così fino alla seconda guerra mondiale quando il posto è servito come ricovero.
“Allora visto che avevano urgenza di scendere per via delle bombe…hanno compresso l’immondizia e ci hanno versato sopra un solaio in cemento…ora camminate su cinque metri di immondizia.” Dice la guida.
Per passare da una cisterna all’altra ci sono dei cunicoli lunghi una diecina di metri. Qualcuno soffre di claustrofobia e rimane indietro. Poi prende coraggio e si lancia. Per ora sono illuminati e larghi poco più di un metro. Lungo le pareti ci sono dei fori a distanze regolari. La guida ci dice che servivano al “pozzarolo” per fissare delle travi di legno su cui si muoveva per calcolare quanta acqua ci fosse. I segni sono a una settantina di centimetri da terra. I cunicoli non sono più alti di un metro e ottanta.
Una signora obesa davanti a me guarda un paio di volte quei segni e poi si immagina la scena di questo tipetto che riusciva a muoversi in un metro e dieci di altezza per lavorare. Fa due bei respiri profondi. Sa bene che lei potrebbe rimanerci incastrata o venirgli un attacco di cuore. Sa bene che nella sala in cui ci troviamo nessuno sarebbe disposto a fare quel lavoro. Fa altri due respiri e si tocca una collana che porta al collo. Ogni volta che la tocca la e la solleva per portarla alla bocca le rimane un segno bianco che dopo poco scompare.
La guida ci fa girare altre due stanze. Poi arriviamo in una sala enorme e le persone che stanno davanti a noi accendono delle candele.
“Il posto in cui stiamo per entrare lo sconsiglio a tutti i claustrofobici. È un tunnel lungo settanta metri, è largo cinquanta centimetri e alto centoventi. Non è illuminato…e non è in rettilineo. Sono una serie di curve e controcurve. Per chi volesse provare non ci sono problemi… fatti i primi quindici metri se l’impatto dovesse essere troppo forte c’è un tunnel laterale illuminato con cui può tornare in questa stanza”. Ci dice la guida.
Lungo le pareti ci sono le muffe e si sente un forte odore di polvere. Da lontano viene un suono sordo di acqua che rimescola. Sembra provenire da dietro le rocce. La guida ci dice che al termine del tunnel ci sarà illustrato il funzionamento dei pozzi al tempo dei romani.
Ci mettiamo in fila e mia moglie prende una candela in mano. La mano le trema, lei soffre di claustrofobia. Così aspettiamo che tutto il gruppo si sia inserito nel tunnel. Ma la signora obesa mi rimane dietro, anche lei è terrorizzata. Ha i capelli biondi che le scendono sulle spalle larghe e il viso che diventa bianco ogni volta che muove la bocca.
Dico a mia moglie di aspettare e provo a entrare. Il posto è abbastanza stretto. Devo camminare a gambe piegate. La signora obesa mi viene dietro con una candela nella mano destra. Faccio i primi sei metri. Il tunnel dà fastidio anche a me. Poi con quella signora dietro mi sembrava di essere in trappola. Ma lei mi guarda e mi sorride, non sembra essere a suo agio.
“ Lei è mai stato in California?”, mi chiede.
“No…perché?”
“Prima o poi deve andarci…ci sono vialoni enormi e parcheggi talmente spaziosi che deve orientarsi per ritrovare la macchina. È tutto fuori misura”.
Mentre mi parla riprendo a muovermi strusciando tra le rocce.
“Una volta mio figlio aveva lasciato la macchina dal carrozziere. Una volta quando era venuto a trovarmi nella mia nuova casa. Be’ ha dovuto impiegare tre ore per ritrovare la sua vettura. Nella via c’erano sei carrozzieri. Tutti bene o male che si assomigliavano”.
Raggiungiamo la via laterale di fuga. È piccola e illuminata. Ci si sente sul punto fare la fine del topo in gabbia. Quando mi ritrovo con mia moglie le dico di provare almeno quei primi quindici metri. Lei prende la candela e entra nel cunicolo. Fa i primi tre passi e riesce urlando. È troppo anche per lei. La signora obesa mi viene vicino e mi chiede se mi sono ripreso. Io le faccio notare i segni del “pozzarolo” anche dentro il tunnel. Si ritocca la collana e le rivedo l’alone bianco sulla carne rossa.
La gente riesce dopo una decina di minuti. Ha fatto tutto il percorso. Anche un omone che secondo me ci sarebbe rimasto incastrato. Ci dicono che alla fine del tunnel non c’era niente di interessante, anzi la cosa più bella pare proprio essere stato quel tunnel. Una signora eccitata chiede alla guida se si può rifare. Un’altra grida: ”Ridateci i soldi”.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'