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Io, la maestra Rinaldi e il dottor Zantaf

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Io rapino tabaccherie di paese. Un obiettivo semplice, non tanti soldi, ma sicuri. Non è un’attività onesta e non mi fa felice né ricco, però mi dà da vivere e si può dire che mi ha reso famoso.

Io rapino tabaccherie di paese. Un obiettivo semplice, non tanti soldi, ma sicuri. Non è un’attività onesta e non mi fa felice né ricco, però mi dà da vivere e si può dire che mi ha reso famoso. Ha i suoi lati negativi, come adesso, che devo aspettare dall’altra parte della strada, alla pioggia e al freddo, appollaiato su un vecchio scooter, fumando una MS umida, riparato solo da una tettoia gocciolante, devo aspettare che il tabaccaio di questo pomeriggio finisca di parlare col giovane che è appena entrato, finisca di esaminare un pacco di carta di giornale e una scatoletta di cartoncino che il giovane ha portato. Trafficano con qualcosa, circospetti, passano dalla scatoletta all’involto, non sembra un affare breve. Vorrei vedere meglio, ma non posso sporgermi più di tanto, mi bagno ancora di più. E devo anche passare inosservato, devo sembrare uno di qui, di Blera, provincia di Viterbo.

Io sono quello delle rapine di Topolino, quello che si maschera come i personaggi di Topolino (del giornalino intendo), che da tre o quattro anni “terrorizza impunito armi in pugno” le tabaccherie dell’Alto Lazio. Queste veramente non sono parole mie, ma delle cronache locali del Messaggero o del Tempo: “terrorizza” e “armi in pugno” sono ovvie esagerazioni giornalistiche, parole che io non userei mai. Io, fossi un tabaccaio, non mi terrorizzerei mai per le armi che impugno, per una pistola laser, chiaramente proveniente dal laboratorio di Archimede Pitagorico, per un temperino di Paperinik, o, come nel caso di oggi, per un corto bastone da passeggio. “Impunito” però è vero: in tutti questi anni non mi ha mai sfiorato neanche un sospetto, figuriamoci un poliziotto, non sanno neanche che faccia ho. Conoscono solo le mie maschere.

Per i personaggi di Topolino ho sempre avuto una specie di mania, una specie di amore odio, fin dai tempi delle elementari, fin dai tempi della maestra Rinaldi e del Dottor Zantaf, però il fatto delle rapine con la maschera di Topolino è stato un vero caso. Avevo finito gli ultimi soldi dell’ultimo lavoro, era quindi il febbraio del ’99, e chissà come mi sono ritrovato proprio qui nel Viterbese, con pochi centilitri di benzina nel serbatoio dello scooter, di fronte a una tabaccheria cartoleria emporio, come si trovano solo nei paesi. Doveva essere Capranica o Caprarola, uno di questi. Avevo finito anche le ultime sigarette, peggio non poteva andare. Riflettevo ciancicando una gomma americana quando ho notato ad altezza bambino un grosso cesto di vimini con un cartellino scritto a pennarello, 3000 L., pieno di maschere di celluloide, quelle con l’elastichetto dietro, che in città non si trovano più. Ho provato la prima, a caso. Era Carnevale, che da quelle parti è molto sentito. Mi sono guardato intorno, forse avevo già deciso, ho preso un tubo di stelle filanti 1000 L., tenendolo sotto il giubbotto, ma in modo che sporgesse, e sono entrato. La maschera era di un bel Topolino sorridente, con le grandi orecchie nere ben marcate, come una pubblicità di Eurodisney. Se la sorte mi avesse affibbiato Pikachu non sarei mai diventato famoso, credo.

I due dentro la tabaccheria di Blera sembra che abbiano finito. Il tabaccaio conserva il pacco sotto il bancone e la scatolina in una specie di cassetto aperto. Consegna un rotolo al giovane. Non vedo altro. Forse soldi, speriamo che in cassa gli sia rimasto qualcosa. Cominciano a salutarsi, il giovane rassicura il tabaccaio con ampi gesti del braccio rivolti verso la porta del negozio, verso di me. C’è tempo per un’altra MS, speriamo che le ghette non si rovinino col fango e gli schizzi e che tutto vada liscio come al solito. Questa delle rapine ai tabaccai è l’unica cosa che mi è riuscita bene nella mia vita da adulto, perché mi sono abituato a non strafare, a “non fare di più di quello che mi viene richiesto”, come disse la maestra Rinaldi, della scuola elementare di Via Ariosto, un lontano giorno alla fine dei Sessanta, mentre insieme al dottor Zantaf rovinava, in un certo senso, la mia vita. L’ultima volta che sono stato il migliore a fare qualcosa. Ai compiti che dava, la maestra non il dottore, prendevo sempre “Bravissimo”, e quando prendevo solo “Bravo” lei quasi si scusava con i nonni che mi venivano a prendere, come se fosse colpa sua, che non si era spiegata bene, o che non aveva impedito che io fossi disturbato. Era vecchia, zitella, con la gonna grigia che le arrivava ai piedi. Il “giorno del dottor Zantaf”, come lo chiamo da allora fu penultimo della quinta elementare. Ci diede il compito più facile: “Scrivete i nomi di dieci personaggi di Topolino”. Sicuramente pensava a me, sapeva che ero appassionato, che li conoscevo tutti. A casa ne scrissi sei pagine, di getto, non ho neanche contato quanti fossero. E dopo Sgrinfia, Faina, Gennarino e Filo Sganga, sulla settima pagina, solitario, il grande dottor Zantaf. Il giorno dopo, l’ultimo, la maestra Rinaldi mi chiamò per primo. Leggeva il quaderno insolitamente seria. Già dalla prima pagina cominciò a tracciare una riga con la bic rossa, verticale, sul bordo. Sul bordo di tutte e sei. Arrivata al dottor Zantaf, l’ultimo, maledetto, lo sbarrò con due diagonali rossi molto calcati. “Zantaf, Zantaf. non va bene, Walter, non devi fare mai di più di quello che ti viene richiesto, ricordatelo sempre”. La penna scrisse “Benino”. Il resto della classe esultava, io ero distrutto. L’esame di quinta andò così così. Ora però sono tornato a essere il migliore, non mi capitava da quell’epoca, scuola, università mai finita, lavori persi, sempre con questa frase nelle orecchie “non devi fare di più di quello che ti viene richiesto”.

Però alla fine mi è servita, la frase della maestra Rinaldi, che sembrava avermi danneggiato per tutta la vita, mi ha fatto elaborare i due segreti del mio mestiere: accontentarsi, in un mese massimo quattro cinque colpi ravvicinati, ognuno da quattro o cinquecento Euro, quello che mi serve per vivere, e sviluppare una strategia semplice, solo prendere i soldi e scappare, su un vecchio scooter, su una vecchia auto, su una corriera del COTRAL, nel labirinto di traverse e parallele, tra Cassia, Flaminia e Salaria nei sessanta, settanta chilometri a nord di Roma. Il problema non è la polizia, ma i poveracci che provano a imitarmi, che vanno a finire male, e che mi innervosiscono i clienti, come li chiamo io. Zorri teatrali, Batman violenti, che non hanno il senso della misura, che fanno molto di più di quello che gli viene richiesto. Gridano, picchiano, si agitano, sparano. Non avranno mai la mia classe, il mio stile. Io all’inizio usavo solo la maschera di Topolino, la prima, poi quella di Paperino, poi, dopo i primi trafiletti sui giornali, non per esibizionismo, ma solo per confondere e disorientare i clienti, i travestimenti, sempre più fedeli: Ciccio col gilè, Paperoga con maglione e zucchetto, la divisa da Bassotto o da Giovane Marmotta. Ora mi dedicano articoli veri: “Folle travestito da Amelia la fattucchiera che ammalia mette sottosopra la piazza di Corchiano con falsi incantesimi, ma alla fine spariscono l’incasso della tabaccheria Scarponi e una stecca di MS” (segue cronaca – Il Messaggero – Il Viterbese e Civitavecchia – Martedì 20 novembre 2001). Violenza mai, o quasi: le mie armi sono sempre inverosimili, ma qualche volta mi tocca usarle. Qualche mese fa a Casperia, in Sabina stavolta, una cicciona si aggrappò al mio vestito di Nonna Papera che ci avevo messo due settimane a cucirlo e l’ho dovuta stendere con la torta di mele in gesso che tenevo in mano minaccioso. Ma ho una cosa che gli altri non avranno mai. Io ho il marchio, il mio segno. Lascio sempre un bigliettino col profilo aquilino del Dottor Zantaf.

Il giovane esce, finalmente, la T dell’insegna illumina una faccia che non mi piace. Butto l’MS fumata a metà, forse faccio ancora in tempo a fare un salto anche a Sutri, che la tabaccheria sulla Cassia dovrebbe aver cambiato gestione. Basta pensare alla maestra Rinaldi e al dottor Zantaf, è il momento di agire. Con la manica della palandrana azzurra, consunta a arte, lucido la tuba. Mi accomodo gli occhialini sul naso, cioè sul becco, attraverso la strada e brandendo minaccioso il bastone entro. “Vecchio ribaldo” mi tolgo la tuba “metti qua dentro tutti i miei tesorucci “. Il tabaccaio sembra inebetito, contempla me e la carta di giornale che ha ancora in mano. Vado a ridosso del bancone “Coraggio, vecchio mio” aggiungo “il livello del mio deposito è sceso di un millimetro e mezzo” scuoto il bastone “e io sono molto nervoso!”. Non capisco se ha capito, perché sembra non reagire, ma poi muove le mani, e la carta di giornale fruscia. Ne esce fuori una pistola. Non è inventata da Archimede, non è di plastica o di materiali alieni, è fatta di legno e acciaio. E’ vera. In un attimo noto anche la scatolina nel cassetto vicino, aperto. Manca qualche cartuccia. E’ anche carica. Oggi avrei fatto meglio a mascherarmi da Super Pippo.

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