Condividi su facebook
Condividi su twitter

Igino Domanin – Gli ultimi giorni di Lucio Battisti (Pequod)

di

Data

Gli anni Settanta: le canzoni di Lucio Battisti, le parole di Mogol, la guerra fredda, Bjorn Borg, Adriano Panatta, John Newcombe, il calcio totale olandese, la Royal Crown Cola, il...

Gli anni Settanta: le canzoni di Lucio Battisti, le parole di Mogol, la guerra fredda, Bjorn Borg, Adriano Panatta, John Newcombe, il calcio totale olandese, la Royal Crown Cola, il Subbuteo. Gli anni Ottanta: Armani. Hugo Boss, lo yuppismo, la Borsa. Gli anni Novanta: Internet, la new economy, il Nasdaq, le stock-options, la morte di Lucio Battisti. Elenchi di cose ed eventi che si manifestano come meteore nei racconti di Igino Domanin (Gli ultimi giorni di Lucio Battisti, Pequod, p. 119, e. 12,00), per parlare della perdita d’innocenza (nel caso l’avessimo mai avuta), dello sfiancamento irreversibile e della sopravvivenza angosciosa della civiltà occidentale. Gli ultimi giorni dell’umanità di Kraussiana memoria con in sottofondo le canzoni di Lucio Battisti.

Un’immensa distesa d’erba. La prateria della Brianza. Il deserto d’erba luccicante e serica, che si spande desolato. In mezzo impenetrabili estensioni, dove stanno blocchi di cemento senza fori o conglomerati rivestiti di appiccicoso amianto. Dove l’erba cresce a mazzi, altissimi: mezzo metro circa. Nel mare stopposo che tutto inghiotte, dove la terra minaccia di ripigliarsi indietro tutta la vita animale. Oppure nel mezzo del ventre verde, che tutto nasconde meglio.
Sto cagando. Sono sceso giù per la scarpata. Sul fianco della strada. La macchina è abbandonata a se stessa. Chiusa dappertutto, è rimasta parcheggiata sulla piazzola in alto sulla Statale. Ho avvistato la prateria. Mentre il mio ventre sobillava la mia volontà. Volevo far tardi a casa. Sono sceso, mentre era quasi il crepuscolo, nell’erba immensa e nuda. Volevo fare la cacca.
I pantaloni crollavano sulle caviglie. Affondavo col viso nel mare d’erba. Respiravo paonazzo nel buio odoroso. Mentre liberavo il mio intestino. Mentre sono spossato per la defecazione, allora avverto come una mancanza di patria.
Vivo come uno straniero da decenni. Forse da sempre.
Abito a Milano da quasi venti anni. Mi trovo sprofondato in un sofà rosso rubino. Ho in mano il controllo remoto dei suoni del mio HI-FI metallizzato. È un pomeriggio un poco ipnotico. Pieno di pesche, fragole, ciliegie e mirtilli. Gioisco degli arrangiamenti per archi della bossa novas di Tom Jobim. Ascolto un brano dedicato all’agonia di un dio marino. Mi piace affondare nei misteri acquatici. Mi sento a mio agio tra i tritoni e l’eros strafottente di Nettuno. Mi piacciono le ragazze in costume da bagno. Mi piacciono i bikini e le mulatte che sculettano. Che mi fanno l’occhiolino, mentre sventro una aragosta con le mani febbricitanti. Abissi, voi conoscete i misteri di un mare profondo e infinito! (…)
La mia infanzia l’ho passata a Catania. Per caso. Mio padre ha lavorato per un lungo periodo in Sicilia. Io ci sono cresciuto.
Andavo al mare su delle strane palafitte. Stabilimenti balneari, edificati secondo il modello di architetture preistoriche, già apprezzate nelle letture dei sussidiari elementari, che ospitavano le mie peregrinazioni di adolescente. Confuse ed accecate.
Giravo tra lunghe fila di cabine. Ho visto pupe bionde in costume intero, mentre in silenzio masticavano la pasta filante dei timballi.
Ho sentito per ore gli schiamazzi dei monelli, che s’infilavano dappertutto, al di sotto delle tavole di legno dell’impalcatura sulla quale ci trovavamo. Ogni tanto scendevo sulle rocce laviche. Mi sedevo sui massi. Tutto era fuoco. Che m’incendiava i pensieri. Quasi eiaculavo. Era una furia demente, cieca, senza scopo. Che mi portava a ricordare con rabbia come fossi uno di quei teddy boys senza causa né scopo. Per ore studiavo l’inquieta morfologia delle acque, il plesso dinamico dell’elemento informale e delle figure, il gioco del nero fondo e del riflesso adamantino della superficie. Le macchie e le linee. Il fatto aptico e il costrutto ottico.
Rimembro l’arroganza dei rugbisti etnei. E dietro la nube confusa e gladiatoria delle mischie e delle giocate, il volo alto, interminabile della palla ovale. Ricordo il chiasso di questi fratelli maggiori dei miei compagni. Che sfondavano la fica alle frottaglie di serve, calate dai paesi schiacciati sulle pendici del vulcano, venute a sverginarci il glande.
Erano dei fiori carnali. Erano delle lolite siciliane, prospere e incantevoli. Erano delle ninfe papuasiche, brune come il pane cotto e solari come divinità meridiane. Avevano ancora il viso sporco della sciara. La polvere lavica, si era incatramata ai loro incarnati di porcellana. Facevano il bagno nelle insenature di roccia nera. Nuotavano nell’acqua marina con la grazia di atlete olimpiche. Andavano sott’acqua, nell’oltremondo delle apnee, disperdendosi, per poi risalire e tornare visibili nella stessa trasparenza delle onde.
I rugbisti se le scopavano nelle case avite. Penetravano nelle loro stanze ombrose e ignote. Un ratto virginale, un mistero notturno secolare, mentre balzavano come pitecantropi eretti sulle loro prede, mossi dalla bramosia disperata del loro complemento ontologico. Il maschio copulava con la femmina. Per la prima volta, nel bel mezzo di un amoroso stupro, facevano così la conoscenza reciproca dei loro genitali.
La metamorfosi vinceva su tutto. L’uno nell’altro, confondevano i loro sensi; nella mescolanza e nella miscela, tra accensioni e fuochi, mettevano in moto la catena dell’essere. La vita minerale delle ossa si scioglieva nel calore inaudito del sangue. Addio Homonculus crudele, addio. Le meccaniche degli arti accedevano a nuove dinamiche: non più automatismi faticosi, ma la grazia dei fluidi. La scoperta della penetrabilità assoluta e senza resistenze, la grazia del contatto che produceva l’inarrestabile mescolanza.
Non ci sono più le stazioni della verga. Gli scappucciamenti scomposti della mazza fallica, compiuti con farneticazione, irroravano allora il mio corpo del sangue necessario. Vivevo quasi masturbandomi, sotto quel sole rosso acceso, che ardeva per me e le amanti turpi che infestavano i miei sogni presaghi. Ascoltavo Battisti. Gli enjambements complicati di Mogol, i ragionamenti affettivi sulla vita coniugale e sulle ansie d’amore puro, trovavano spontaneamente il loro filo conduttore sulle note metalliche di Battisti. La voce del cantante era irreale, una intonazione indistinguibile dalla vibrazione.
Battisti metteva a nudo il piano ultimo e segreto della sensibilità uditiva. Non lo avevo quasi mai visto. Non si esibiva in pubblico. Non faceva spettacoli televisivi. Però possedevo alcuni quarantacinque giri. Li ascoltavo compulsivamente, mentre le sue canzoni ripetevano frasi estatiche e, nel medesimo tempo, incomprensibili. L’ascolto ripetitivo produce effetti psichedelici. Battisti dischiudeva la mia via idiosincratica all’espansione della coscienza. (…)
I ricordi esplodono in maniera ricorrente. Come i bagliori furenti del vulcano, mentre il sugo delle fiamme colora la notte di rosso. Una memoria sovraeccitata, priva di ordine, rovinosa. Comincia come un sisma, che agisce nelle fenditure, e che feroce, mi aggredisce.
Nel 1977, per esempio, mi ricordo che ho dieci anni. Vivo sotto il vulcano Etna. L’Etna è in costante attività. Le eruzioni si moltiplicano. Fa sempre molto caldo. C’è una polvere nera che cade giù dall’Etna. Piove direttamente sui terrazzi, entra di soppiatto nelle abitazioni. Si chiama sciara. È cenere di lava.
Sotto i miei piedi c’è una terra giovane. In costante fermento. La Terra cambia pelle. Io me ne accorgo. Non facciamo mai abbastanza attenzione a dove mettiamo i piedi. La Terra che calpestiamo è solo la crosta. Sotto la scorza c’è il nocciolo: il fuoco. Il fuoco che distrugge, che annienterebbe qualsiasi uomo. Il fuoco che esplode: non è statico, ma dinamico. È proiettivo, ti viene addosso, t’invade. (…)
Cammino per le strade di Milano come dentro a corridoi. Negli ultimi anni mi pare non sia successo nulla di significativo nella mia vita. Quando sei bambino la Natura ti domina. Credi di avere una coscienza. In realtà, è pura sensualità. Il corpo non è una cosa tua, ma una cosa che cambia come vuole lui. Conta più quello che provi di quello che sai. Anche se, in realtà, io conoscevo molte cose del mondo.
Amavo il cabaret. Gli sketch surrealistici, gli esperimenti fonologici, le dizioni estemporanee.
In quel periodo: vado spesso a teatro. Catania è una città ricchissima di teatri. Di ogni specie.
Vincenzo Bellini è nato in questa città. il calco della maschera di cera del suo volto è conservato in un piccolo museo. Si tratta della testimonianza fedele del viso di un uomo appena morto, nitido e pulito, una maschera che mi sarebbe piaciuto indossare per una festa di carnevale. Il naturale relax della morte. Morire su una spiaggia di Taormina, verso maggio al tramonto. Seduti su una sdraio con un plaid appoggiato sulle gambe, quando non si hanno più forze. Neanche per trattenere nelle mani un bicchiere colmo di Campari e succo d’arancia. Non fa freddo. La luce è poca. Ma tutto è dolce. Magari Bellini era morto così, mentre canticchiava Casta diva e beveva l’assenzio. Poi avevano messo una maschera sulla sua faccia. Aveva un’espressione colma di un’estasi distante e inafferrabile. L’impronta era rimasta per sempre. La sua espressione era stata codificata nella traccia del calco. Tutte le nostre espressioni potrebbero essere frutto di un codice.
La presenza dell’Etna condiziona tutto in questa sezione spazio-temporale nella quale mi sono trovato a vivere. Il dialetto catanese differisce profondamente da quello palermitano. I catanesi parlano più velocemente. La parlata è cantilenante e nasale, priva di rotondità. Spesso priva di allusività. L’Etna ha spaccato in due la Sicilia. Da un lato la nobile e feroce cultura latifondista. Dall’altro gli umili contadini, i piccoli proprietari delle infruttuose zolle alle pendici dell’inesausto cratere.
Catania ha una modesta, ma tenace vocazione imprenditoriale. Negli anni precedenti era la Milano del Sud. Nel 1977 tutto cominciava ad andare in rovina. Lo capivo. Mentre viaggiavo in macchina. Sempre seduto sui sedili posteriori, mentre gli adulti parlavano tra loro. La zona industriale è depressa. Non ci sono attività. Qualcosa di marcio deve essere accaduto.
In mezzo a questo lungo quartiere di magri capannoni e squallidi edifici abbandonati in mezzo al fango, c’è un campo di calcio in terra battuta. Più lontano c’è l’aeroporto di Fontanarossa. Enrico Mattei è partito da qui, prima di morire. Ancora ne parlavano. Tutte le volte che si passava da Augusta, qualcuno ne parlava. Sempre in macchina, sempre sui sedili posteriori. Soprattutto di notte. Vedevo uno spettacolo di fiamme e di gas levarsi nell’aria vaporosa e salata. Doveva essere una grande industria petrolchimica. Mi chiedevo: ma qualcuno ci lavora là dentro?
Nel millenovecentosettantasette giocavo a tennis. Portavo i pantaloncini corti. Bianchissimi. Le scarpe da ginnastica erano prive di ammortizzatori. La suola era liscia e scivolosa sul terreno. I campi da gioco erano in terra battuta. Non ho mai visto un campo in erba. L’Italia aveva conquistato la coppa Davis. Aveva giocato, contro il parere delle forze politiche comuniste, nel Cile sanguinario del dittatore Pinochet. Soprattutto l’accoppiata del doppio era formidabile. Panatta e Bertolucci venivano appellati come gli spaghetti brothers. Bertolucci fu l’unico giocatore di tennis con il ventre sporgente.
Frequentavo un club tennistico situato poco a nord di Catania. Faceva sempre un caldo terribile. Ma il sudore, la nevrastenia, la noia interminabile erano gli ingredienti del tennis. La fascetta stretta sulla fronte per assorbire i liquidi, le soste per idratarsi e asciugarsi, i cambi continui di campo. Fino a pochi anni prima il tennis era un rituale per tipi blasè. Poi era cambiato tutto.
Panatta era un raccattapalle del circolo pariolino. Poi era diventato un campione, surclassando e umiliando Nicola Pietrangeli. Lo stile del tennis stava cambiando. L’eleganza del gioco era sostituita dall’atletismo dello sport. Gli australiani avevano dominato i campi per tutti gli anni Sessanta. Il loro gioco era fatto di pallonetti e smashes, volèe e battute angolatissime. Venivano a rete, con attacchi rapidi e fulminei. Alcuni di loro avevano fatto il Grande Slam. Adesso Ken Rosewall era diventato vecchio. Rod Laver l’ho visto giocare solo in qualche filmato di repertorio in bianco e nero.
Stava succedendo come al Brasile nel calcio. Gli olandesi avevano inventato il calcio totale e distrutto le pretese estetiche dei discepoli di Pelè. Alcuni fuoriclasse del tennis, come Bjorn Borg, annullavano l’ingegno barocco degli australiani. John Newcombe era l’ultimo discendente dalla schiatta pregiatissima di quei parenti accattivanti dei canguri. Il modo in cui i suoi colpi raffinati fendevano l’aria mi faceva pensare alla brezza oceanica. Poi però vidi Adriano Panatta dominare Newcombe. L’indole piaciona, sonnacchiosa e istrionica, del campione romano era uno schiaffo ai dandy del tennis. Improvvisamente il gioco degli australiani parve essere ricacciato indietro, nella preistoria dei gesti umani. Finora si era appena andati oltre le consuetudini beneducate del volano. Adesso cominciava l’era del tennis. Gli atleti scendevano in campo. Erano tristi, rosi dal travaglio psicologico, colti spesso dalla paura di vincere. Il nemico era dentro di loro. Anch’io mi trovai nel mezzo dell’era del Tennis.
Un gentleman di una certa età dirigeva le operazioni che si svolgevano nel club. Un figurino. Con i capelli, tinti di nero, con la riga in mezzo e la brillantina spalmata sopra. Sempre abbronzato, in modo che gli si vedeva, nitida sulla fronte, la sporgenza delle rughe. Aveva un pupillo antipatico, che favoriva in tutti i modi: un ragazzo riccioluto, dall’aria viziata, che ronzava intorno alla figlia. Mi capitò di giocare contro di lui al secondo turno del torneo di club. Il direttore del circolo tennistico fece l’arbitro; probabilmente avrei perso egualmente, ma le sue decisioni pregiudiziali e la complicità che regnava tra lui e il mio avversario, m’indispettirono enormemente.
Mi allenavo spesso. Respiravo l’aria fragrante, macerata nel profumo delle zagare. Facevo parecchi esercizi, dove ripetevo i movimenti del top spin e del rovescio a due mani. Movimenti plastici, senza palla. Imitavo lo stile di Borg. Sudavo intensamente. Mi riposavo, seduto all’ombra di una palma enorme, piantata sessant’anni prima da un barone che era padrone della tenuta, dove adesso sorgeva il club.
Una piscina era stata costruita nella zona retrostante lo spazio dei campi di gioco. Alcune signore sorseggiavano aranciata, distese in costume da bagno sul bordo della vasca da venticinque metri. Mi appoggiavo alla colonna del porticato dove un piccolo bar fungeva da chiosco. Guardavo la scena. L’ozio si impadroniva dei corpi di quelle donne. Erano sole. Tacevano. Guardavano il riflesso accecante del sole che si specchiava nell’acqua della piscina. Ogni tanto si sentiva il rumore di un tuffo. Qualcuno era immerso nell’acqua. Nuotava nel fondo trasparente della vasca. In apnea per diversi minuti. Per me era invisibile. Vedevo solo quelle creature femminili appagate dal vigore dei raggi che si abbatteva dolcemente sui loro bikini. Forse, pensavo, avevano sniffato cocaina. Il sudore che affiorava sulla carne abbronzata non era afrore, bensì l’emanazione dei narcotici che assumevano. Una lenta corruzione stava svolgendo la suo opera inconfessabile.
La cornucopia sessuale si offre solo agli amanti. Stavano ricordando. Lo facevano tutte assieme. Era una preghiera oscena al loro dio oscuro.
Forse il club era un riparo offerto a una pratica ignota alla sfera profana dei giocatori. Un’altra metà, esperta di poteri demiurgici, era dedita, a partire dall’affermazione incontrovertibile del Tennis, a praticare un’altra esperienza dello stesso gioco apparente. Forse alcuni atleti si prestavano alla voluttà di quelle regine intangibili che imponevano la loro legge sulla Piscina. Avevo paura e desiderio.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'