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Tutti i figli di Jeeg

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Non ci si muoveva. Alla mostra di Andrea Pazienza a Roma quasi non si entrava. A Lucca Comics & Games si faticava ad avanzare tra gli stand.

Non ci si muoveva. Alla mostra di Andrea Pazienza a Roma quasi non si entrava. A Lucca Comics & Games si faticava ad avanzare tra gli stand. E poi: il più interessante film della passata stagione è stato Sin City, della triade Frank Miller (autore del fumetto che ha dato origine al film e regista), Roberto Rodriguez (regista), Quentin Tarantino (fiancheggiatore di lusso), non un cartoon ma qualcosa di più. E se Tim Burton è diventato uno dei registi più interessanti e visionari della scena, lo si deve anche al suo rapporto con l’illustrazione. E con tutto ciò che chiamiamo fumetto. Il suo bambino Ostrica, il suo Nightmare before Christmas e il recente La sposa cadavere sono esempi di un’estetica che poi si riflette nei suoi film con gli attori, come l’ultimo colorato pop La fabbrica di cioccolato. Anche i nostri Gloria&Manu gli rendono omaggio quasi esplicito. Dal fumetto al mondo in carne e ossa. A Roma per la mostra dedicata ad Andrea Pazienza c’era un sacco di gente che non sarebbe stonata tra i suoi disegni. Sarà che gli anni ’70 sono di moda, fatto sta che le barbette, i vestiti, le facce e l’aria da reduci di una guerra non combattuta, erano gli stessi. A Lucca, invece, c’erano i Cosplayer, abbreviazione di Costume Player, letteralmente giocatori o attori (play in inglese significa sia giocare, che recitare, che suonare, play it again, Sam…) dei costumi. Non è come il carnevale, dove le maschere vengono dalle tradizioni più diverse. I Cosplayer interpretano personaggi dei fumetti, dei disegni animati e dei videogame. Qualcuno si veste come i personaggi dei film di fantascienza e quindi le guardie della Flotta Imperiale di Star Wars passeggiano accanto ai Cavalieri dello Zodiaco.
L’idea viene dal Giappone, come molte altre cose di questi tempi, il karaoke, il sushi, Mai dire Banzai, Kitano, Murakami e i manga. Questo produce due effetti. Il primo è che i personaggi interpretati sono spesso quelli dei cartoni animati giapponesi. Il secondo è che il fenomeno viene sottovalutato perché non è Usa, né terzomondista, né marxista o post, né liberista o neocon, quindi non può diventare una bandiera politica. Non puoi schierare Jeeg Robot d’Acciaio sotto le bandiere con il Che e Lupin III stonerebbe tra i Papa Boys.

Ma intanto sono immagini che producono immagini. Al di là della commistione tra i generi e le scoperte intellettuali che temi alti e temi bassi nel post moderno ormai convivono (uff, come se non fosse sempre stato così in tante storie del passato: in Dante o in Shakespeare c’è più pulp e trash che in Tarantino), l’immagine ci conduce dove non sappiamo nemmeno di andare. Così Roma racconta la nostalgia per gli anni che hanno visto la fine delle nostre passioni pubbliche attraverso l’omaggio a un fumettaro geniale e dissipatore del proprio talento come Pazienza: la sua storia Il segno di una resa invincibile potrebbe essere il manifesto di un’epoca. Ma le immagini cambiano, si moltiplicano, si tatuano sulla pelle e finiscono dentro le storie che raccontiamo. Fumetti, videogames, giochi di ruolo, e perfino bambole e pupazzi, sono l’ultima confusionaria frontiera del nostro complicato immaginario di massa.

Del resto, uno dei racconti più riusciti di Joe Lansdale, si intitola Godzilla in riabilitazione. Ed è perfetto nel descrivere i mostri come reduci hippy alla Grande Lebowski. Quando Godzilla, il mostro giapponese dei film in bianco e nero, si riflette malinconico nelle vetrate dei palazzi d’acciaio che dovrebbe incendiare, mentre va a lavorare in fonderia, è anche lui un Cosplayer. E in Una vera bambola di A. M. Homes, uno dei racconti più riusciti degli ultimi anni, la Barbie protagonista è insieme animata e di plastica, la bambola fidanzata di Ken che esce con un ragazzo vero. Il sogno di tutti i figli di Jeeg.

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