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Carlo Fava e l’Io tollerante: verità da subito

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Carlo Fava non è solo un musicista, uno scrittore e un attore, è anche un uomo che non può rimanere indifferente nei confronti del mondo così come una pietra accetta passivamente di essere parte del paesaggio.

Carlo Fava non è solo un musicista, uno scrittore e un attore, è anche un uomo che non può rimanere indifferente nei confronti del mondo così come una pietra accetta passivamente di essere parte del paesaggio. “O” indaga sul passato torbido di Carlo Fava, attorno al quale si sono stagliate figure di Personaggi criminali, titolo del precedente lavoro, teatro di ombre dove si stagliano immagini lombrosiane .
Infine assistiamo in prima fila al suo presente fatto di spettacoli coraggiosi, interpretazioni di viso e corde vocali, note fuoriuscite da riverberi di viaggiatori luminosi. Carlo sa che non si può svelare l’inerzia di giorni tutti uguali affondando gli artigli di un io giudicante sulle caricature esagerate della società odierna: si corre il rischio di confondere la poesia con il più banale gioco di difesa delle proprie posizioni, o di contrapposizioni che suggeriscono una libertà talvolta solo apparente.

Allora Carlo, in gioventù hai potuto approfondire la visione del teatro di Lee Strasberg, figlia delle astrazioni concettuali di Stanislavskij, secondo la quale le emozioni derivanti dalle esperienze personali diventavano la chiave per l’attore nel sentire propri i panni di un personaggio nella scena. Quanto hai potuto apprendere da questo approccio verso l’arte?
Questa domanda mi consente di rievocare un grande maestro d’arte drammatica, Richard Gordon.
Appena finito il liceo volevo diventare un attore a tutti i costi ma sapevo di essere vittima di irrisolvibili blocchi emozionali e paure d’ogni genere. Il mio desiderio di eguagliare le gesta di Al Pacino e Montgomery Clift era enorme ma era altrettanto grande la paura che mi costringeva a non tentare quel passo. Ci pensò Richard a sbloccare la situazione facendomi intraprendere un viaggio meraviglioso, irripetibile e a volte dolorosissimo. Richard era un outsider totale e totalmente ignorato dalle “istituzioni”, aveva un suo metodo che univa psicanalisi, lavoro sulle emozioni e tanta, tanta improvvisazione. Di regola il primo anno gli allievi non toccavano un testo teatrale. Niente dizione, niente forma. La parola d’ordine era Verità, da subito. Gli anni successivi servivano a rinforzarla, modellarla a, come dire, farla diventare “bella” e accessibile a tutti. Il nostro modo di recitare si fondava su un principio semplicissimo: vietato sovrapporre finzione a ciò che di preordinatamene finto c’è già (testo, scenografie, luci, insomma la “rappresentazione” ); all’attore quindi il dovere di essere sempre “in presa diretta con le sue proprie emozioni” e di darle in prestito al personaggio. La mia prima improvvisazione era una scena in cui dovevo interpretare un ragazzo timido al suo primo appuntamento, la classe era gremita e il mio cuore palpitava. La ragazza con cui recitavo la scena era già alla fine dei quattro anni di corso e , manco a dirlo, era bellissima…dopo un brevissimo scambio di battute la ragazza inizia a spogliarsi lentamente (e completamente) e dopo aver fatto, inizia a spogliare me… alla fine della scena il maestro lacrimava dal ridere e la classe dopo aver seguito in un religioso silenzio esplodeva in un clamoroso applauso…era l’inizio di tutto, un viatico intelligente, ironico che esorcizzava tutte le mie paure e che riportava tutto alla normalità.
Di una cosa Richard soprattutto si rammaricava: del fatto che non trovasse modo di creare una compagnia di attori presi dalla strada..” è incredibile quanto il mio giornalaio sia potenzialmente più bravo di quasi tutti gli attori che vedo in televisione o in teatro…il problema è che al mio giornalaio non gli frega niente di fare l’attore…”
In quegli anni è nata l’idea di “confondere” il teatro con la musica, l’idea (certamente non originale) di far convivere canzone e testo recitato….

L’idea che si prova ad ascoltare la tua musica o a vedere i tuoi spettacoli teatrali è quella di sfogliare un giornale vivace, leggero, curioso dove il linguaggio del mittente vuole raggiungere con il suo messaggio il destinatario senza mai indulgere in inutili leziosità. L’impressione è che tu per parlare di grandi cose parta dalla quotidianità…
Mi piace la parola quotidiano, questo duplice significato di vita –di- tutti- i -giorni e notizie- del- giorno. Se dovessi riassumere in poche parole la mia poetica la raffigurerei in un giornale dove, insieme alle cose del mondo, puoi trovare notizie che riguardano me, il mio privato con la pretesa che possano vibrare insieme ai pensieri, alle vicende e alle emozioni degli altri….

E poi ci siamo noi che ci perdiamo irrimediabilmente e irrimediabilmente ci perdiamo in niente… dai tuoi esordi discografici fino al teatro e alla musica attuali la tendenza alla autolesionistica vacuità delle persone ti ha sempre attratto. Tu con il precedente disco, poi diventato spettacolo teatrale, Personaggi criminali, hai approfondito anche il tema delle ossessioni proprie della natura umana. Cosa c’è dietro questa smania di annullamento di tutti gli uomini? Possiamo sempre definirla una questione meramente culturale?
Mi piace anche la parola annullamento e cioè il naturale declino verso quello che Freud intravedeva “al di là del principio del piacere” e cioè il regno della morte. E non è certamente su quest’ultima che dobbiamo lavorare quanto su una ricerca del piacere che ci incoraggi e ci permetta anche di migliorare e di crescere come società e come individui… la comunità occidentale cosiddetta normale segue traiettorie prevedibili e scontate: bisogno, desiderio e oggi, direi, capriccio (automobile superaccessoriata, videofonino con doccia, eccetera)… il mondo dell’alienazione e della follia ci parla in continuazione, propone linguaggi e soluzioni alternative… è un tema che sicuramente non ho esaurito con Personaggi criminali ma che riprenderò senz’altro.

L’Italia non legge, l’ultimo disco è un notiziario dove le parole vorrebbero vestire un pensiero analogico, suggerire una nuova via per l’informazione che esca dai binari del conformismo digitale del progresso diventato moderno totem di adorazione. Con poche parole un affresco in cui le immagini sono chiare ma mai spietate, far riflettere ma mai ferire sembra il corollario del tuo scrivere. Non dai mai l’impressione di voler assurgere alla figura di profeta. Far comprendere senza giudizi le nostre contraddizioni umane è l’unico mezzo che abbiamo per stimolare l’introspezione delle persone?
Il teatro/canzone è effettivamente il modo migliore di denunciare “morbidamente”. Nel mio caso la musica ha spesso la funzione di stemperare, addolcire la parola violenta, di denuncia. Nell’arte sono infastidito da qualsiasi forma di aggressività e di retorica. Credo anche che l’importanza delle cose che dici e la forza con cui le dici deve essere proporzionale alla tua credibilità di artista. ( Per intenderci Gaber ha scritto e cantato “Io, se fossi Dio” dopo decenni di onorata carriera )…

Cos’è un uomo flessibile? Ci dobbiamo difendere da lui o può insegnarci qualcosa?
Il personaggio protagonista della canzone “L’Uomo flessibile” è un uomo che pensa di poter navigare placidamente nelle acque di quella che Zygmunt Baumann chiama “società liquida“, un uomo che pensa di poter governare con disinvoltura la sua nave in mezzo a tutte le onde, i cambiamenti e i cambi di rotta della nuova modernità. La canzone ha un finale amaro dove tutti un po’ ci ritroviamo, un finale dove si rimpiangono le poche ( ma buone ) cose solide che le generazioni precedenti hanno costruito e che ci sono sembrate per un attimo obsolete ed inutili.
Però anche “flessibilità” è una parola che mi piace…mi piace la flessibilità di chi ha il coraggio di cambiare idea, la flessibilità dello scheletro del giaguaro, la flessibilità di una donna curiosa…

Tu hai partecipato al festival Leo Ferrè. Cosa è cambiato del poetare in musica e cosa si può ricordare della sua figura di aedo? Il romanticismo deve essere veicolato in altre forme o può ancora nutrirsi di inni come quello del poeta francese sugli anarchici?
Il romanticismo oggi è la forma più originale d’anarchia.

Spesso lo scrittore coglie un incipit dalla musica o da un’immagine. Cosa ha suscitato i tuoi ultimi stimoli artistici? Hai un metodo o ti affidi alla casualità?
Il metodo da molti anni è più o meno lo stesso: una volta al mese Gianluca Martinelli ed io ci troviamo di fronte a un pianoforte e a una bottiglia di Averna, che si lavori o no la bottiglia alla fine è sempre vuota. Scrivere parole in coppia è un privilegio ed un’esperienza che pochissimi hanno, è un mistero bellissimo che è anche una grande, profonda amicizia. La casualità, come la chiami tu, è il motore di tutto, almeno nel nostro caso. Un’esperienza o un’illuminazione è tanto più urgente quanto più si manifesta in forme improvvise, inaspettate, casuali..appunto.

Cosa puoi consigliare infine agli allievi di una scuola di scrittura?
Leggere leggere leggere…

Carlo Fava, musicista, scrittore e attore. Fava suona il pianoforte dall’età di 10 anni e ha studiato recitazione (arte drammatica) con l’insegnante americano Richard Gordon. Nel 1993 ha partecipato al Festival di Recanati e al Festival di Sanremo e l’anno successivo ha pubblicato l’album d’esordio “Ritmo vivente muscolare della vita”. Nel 1998 ha collaborato con Mina, Ornella Vanoni e Beppe Grillo e nel 2000 è uscito il secondo album “Personaggi criminali”, anche titolo del suo spettacolo teatrale del 2001, andato in scena al Piccolo Teatro di Milano, a Fano in occasione del festival “Il Violino e la Selce” di musica contemporanea (diretto da Franco Battiato), e a Mantova nell’ambito del Festival della Letteratura. Lo ricordiamo inoltre in “Quelli che Jannacci” (condotto dallo stesso Enzo Jannacci sulle reti Rai) e a “Colorado Cafè” al fianco di Diego Abatantuono. La sigla della trasmissione di Italia 1 era la sua canzone “Comici”. Il 2004 è iniziato il suo momento d’oro: partito dal Teatro Verdi di Milano con lo spettacolo “Le notizie”, è stato ospite d’onore a San Benedetto del Tronto per il decimo festival dedicato a Leo Ferrè, ha pubblicato recentemente il suo ultimo disco “L’uomo flessibile”, infine a Viareggio per il primo Festival Teatro Canzone Giorgio Gaber. Le tre grandi passioni culturali di Carlo Fava sono la letteratura di Gadda, Camus, Celine e Cortazar, il cinema di François Truffaut, Federico Fellini e Woody Allen e naturalmente la musica: classica e lirica (Verdi su tutti); jazz (in particolare il pianista Bill Evans) e rock (da Jimi Hendrix ai Radiohead).

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