Paola Pastacaldi: le radici del sentire

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Paola Pastacaldi è nata a Treviso, vive e lavora a Milano, dove insegna Analisi critica e comparata della stampa italiana e straniera.

Paola Pastacaldi è nata a Treviso, vive e lavora a Milano, dove insegna Analisi critica e comparata della stampa italiana e straniera. Ha pubblicato con Bruno Rossi Hitler è buono (Longanesi), C’era tutt’altra volta (Guanda), Vorrei essere trasmesso e Cosa dicono i bambini alla televisione (Salani).
“O” si è occupata recentemente delle suggestioni contenute nel suo romanzo Khadija (Khadija: La verginità dell’Africa), viaggio nell’Etiopia coloniale di fine Ottocento in cui Giuseppe Caterini, protagonista e vettore di emozioni per il lettore, scopre l’incanto di un mondo nuovo, dove l’importanza della percezione supera quella della razionalità.

Lei è sembrata destinata a scrivere il libro Khadija, per motivi ereditari, connaturati nelle sue radici familiari, possiamo dire che le suggestioni e la vita dei personaggi del suo libro siano state sempre latenti in lei? Quando ha sentito il momento di riportare sulla carta queste immagini e questa storia?

La ricerca delle radici è un meraviglioso e annoso soggetto di cui non sempre si può parlare in modo molto razionale. Ma nel mio caso non sentivo necessità di rinvangare qualcosa della mia famiglia, ma piuttosto di rivivere un soggetto esotico che mi apparteneva e mi seduceva come scrittrice. Ho avuto due nonni in Africa, uno in Etiopia a fine Ottocento e uno, Francesco Bellio, in Eritrea nel ‘35. Nutrivo da anni, in effetti, l’idea di scrivere una storia africana o esotica che prendesse spunto da ciò che sapevo di mio nonno Giuseppe Pastacaldi, ho finito di scrivere nell’agosto del 2001, un mese prima dell’11 settembre, dopo quasi quattro anni di lavoro. Sono state le ricerche a sostenermi passo passo, come ho scritto nella Nota, alla fine del libro. Sono stati i diari, i bollettini e i numerosi libri recuperati in biblioteca a darmi la prova che Harar era una città viva e amata dai ricercatori di mezzo mondo e che le storie delle esplorazioni dell’epoca meritavano una narrazione anche oggi, un amore da parte di lettori ancora interessati all’Africa dell’Ottocento. Più studiavo e più scoprivo argomenti connessi al tema, ricchi di bellezza e storia e affascinanti per la mia sensibilità. Come disse Calvino in uno dei suoi saggi sulla scrittura, un libro nasce molto, molto tempo prima che l’autore alle volte ne sia persino consapevole. Credo a questa riflessione. Anche se non vale per qualunque libro.

Uno dei personaggi più attraenti e che compare per soli due capitoli è quello del poeta. Vive la passione con Florence in maniera animalesca, superando come Giuseppe la diversità tra le persone in nome di un sentire che rimane probabilmente il leitmotiv della sua narrazione. Cosa porta questo personaggio a cercare una fine così tragica?

Il poeta ripercorre in parte la vita di Rimbaud, di cui ho letto le lettere da Harar, molto interessanti sulle illusioni che nutrivano coloro che nell’Ottocento si avventuravano in terre lontane, illuminanti queste lettere anche sulla difficoltà di mantenere la illusione che muoveva questi uomini su strade davvero pericolose e infine sulla difficoltà di reggere quel tipo di vita e le necessità economiche in cui si trovavano poi immersi. Anche il famoso poeta francese fu costretto a fare traffico di schiavi per Menelik per sopravvivere. Ma il poeta del mio romanzo ho voluto che fosse più tragico. Perché ho voluto che alla fine scoprisse che mentiva a se stesso. E’ molto duro ma molto semplice, allora gli uomini che partivano per terre lontane avevano un ideale più forte della vita stessa, alcuni morivano uccisi dai predoni, altri come il mio poeta si lasciavano morire quando le cose non funzionavano o impazzivano. Per romanticismo, per onore. Per un sogno infranto.

Oltre Giuseppe, Khadija, gli esploratori ed Edward, quali altri personaggi prendono spunto da persone realmente esistite?

Un po’ tutti i personaggi sono veri, in quanto escono da un’insieme di informazioni e dallo studio dei diari degli esploratori e dagli articoli che sono stati pubblicati nei Bollettini delle due società Geografiche di allora, quella di Roma e quella di Milano. La fantesca durante il viaggio con cui Giuseppe fa l’amore, lo stesso servo di Giuseppe che ho ripreso da un disegno pubblicato su un numero speciale del Corriere della Sera del Dicembre 1901, che conteneva un articolo su Harar scritto da Eduardo Scarfoglio, dono agli abbonati del Corriere della Sera. Ripercorro anche la storia del conte Porro, all’epoca vicepresidente della Società di Esplorazione Commerciale di Milano, trucidato sulla via di Harar a fine Ottocento. Ho ripreso tutti i dettagli dell’eccidio pubblicati nei Bollettini e anche parte degli onori a lui fatti e poi ripresi sul Corriere in occasione della morte. Quindi tutto il romanzo nasce da spunti reali rivisitati dalla fantasia della narrazione, ma i dettagli appartengono tutti alla realtà dell’epoca. Per fare un esempio, per il viaggio in mare e sui sambuchi e per le navi ho visitato un paio di volte il Museo Navale di Imperia e lo stesso direttore, come altri studiosi per altre cose, ha fatto delle ricerche per me sui sambuchi, mi ha illustrato la vita dei primi vapori dell’Ottocento, ho letto dei portolani del Mar Rosso. Così la scrittura prendeva spessore.

Nel periodo successivo alla stesura del suo romanzo, ha dovuto modificare in qualche modo il lavoro iniziale insieme all’editor della casa editrice PeQuod?

Non ho modificato nulla del romanzo. L’editore peQuod ha amato subito la storia e il modo in cui è stata scritta, l’ha testata con tre lettori diversi e poi mi ha sostenuta in modo assolutamente eccezionale, con una ottima distribuzione e una sensibilizzazione della forza vendita prima dell’uscita del libro, realizzata con una copia staffetta. E’ stato molto interessante lavorare con la peQuod e Marco Monina.

Cosa consiglia agli allievi di una scuola di scrittura?

Il mio consiglio a tutti coloro che vogliono scrivere è semplicemente di leggere molto con attenzione tutto ciò che ritengono utile allo studio di un argomento, di leggere anche secondo il loro piacere, in due modi dunque, uno per i contenuti e uno per sviluppare la sensibilità. Come è stato detto a me e non l’ho più scordato, la lettura di un libro o di dieci libri anche solo per scrivere poche pagine o addirittura dieci righe è fondamentale perché dà una qualità che il lettore sente senza ombra di dubbio. Poi serve la capacità di concentrarsi su un soggetto e impegnarsi fisicamente nella scrittura tutti i giorni.

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