La cecità dei troiani e Cassandra

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Monodramma senza canto, musica per dolore e orchestra è quello di Michael Jarrell, in scena il 5 Ottobre a Venezia, in occasione della Biennale Musica

Monodramma senza canto, musica per dolore e orchestra è quello di Michael Jarrell, in scena il 5 Ottobre a Venezia, in occasione della Biennale Musica, libretto tratto da una rivisitazione della Cassandra di Christa Wolf (edizioni e/o 1997 Roma) da parte del marito germanista Gerhard Wolf. La genesi dell’opera risale ad un periodo persino antecedente alla stesura del libro, quando Christa Wolf nel 1980 all’Università di Francoforte introdusse le sue Premesse a Cassandra, esercizio letterario pubblico che riprende una parte del materiale diaristico di Christa e l’Agamennone di Eschilo. Nelle Premesse è posta in evidenza la radice del lungo racconto, monologo su Cassandra: è il disagio provato dalla scrittrice verso la cosiddetta letteratura femminile, da cui nasce un pensiero fazioso di giudizio verso l’altro (il sesso maschile), perchè nelle differenze ci sono i germi di terribili regressioni. Quello della possibile degenerazione ideologica è un tema che aiuta a capire le posizioni talvolta estreme assunte dalla sofferente Cassandra: la figura dell’amazzone Mirina, esempio di tolleranza, esprime una eterogeneità di punti di vista che solo apparentemente risulta ristretta a quello univoco femminile.

Una donna è attraversata da crudeli visioni. Ha appena visto come in un film sfuocato la sua tragedia personale e quella del suo popolo in uno sfondo color cenere. L’abuso della guerra e quella sul suo corpo stanno per essere compiute, lo urlerà a tutte le persone che ha attorno, ma nessuno le crederà. Colpa di Apollo. I fatti che ha visto non sono ancora accaduti. L’odore del sangue non si è ancora mischiato a quello velenoso della lama del mostro Achille e Aiace d’Oileo non avrà ancora tormentato l’innocenza della sua femminilità. La donna ha il dono della predizione. Si chiama Cassandra.
Gli archi dell’orchestra inondano di armonie incalzanti il teatro, descrivendo le vicende con note spietate, assecondando lo spartito che come una corda tagliente stringe le membra dell’io narrante. I crismi della femminilità martoriata bruciano liberando un fumo acre che dall’olfatto si riflette sulla vista ignara della protagonista, promanando lacrime di sangue dagli occhi stanchi di vedere orrori di infamie riversate dai greci sui troiani. Mentre assistiamo attoniti all’indifferenza dei troiani per la figlia di Priamo ed Ecuba, personaggio omerico e poi virgiliano, la sua frustrazione, un urlo nel vuoto, quello di tutte le donne non ascoltate, lacera l’atmosfera del tempio di Apollo, teatro delle vicende più atroci.
Sarà lo stesso dio, nella metafora onirica dello sputo sulla bocca della protagonista ad avvelenarla con la maledizione di vedere gli orrori del futuro senza poter mai essere creduta, devastata dal sentimento di impotenza di non poter intervenire a cambiare la rovina dei suoi affetti. Allo sbarco dei greci farà seguito l’orrore: Achille la bestia entrerà nel tempio di Apollo e farà scempio del giovane Troilo decapitandolo dopo averlo inseguito fino al luogo sacro per i troiani.
Cassandra vuole incidere sulla superficie liscia ma dura delle usanze e delle tradizioni, fermare la sua inerzia autodistruttiva come quella degli altri troiani. Cercare collaborazione tra le donne separate dalle invidie, ignare del dramma del loro progressivo allontanamento dalla vita e dalla considerazione degli uomini.
Le crisi di Cassandra schiumano la rabbia di chi subisce l’indifferenza, quando vede avvenimenti destinati a ripetersi: non solo gli eventi nefasti si proietteranno in anticipo nei sogni della figlia di Priamo ed Ecuba, ma anche l’inutilità di vite ripetitive che non influiscono sugli avvenimenti.
Tutti possono leggere il futuro se vogliono, ma pochi sono in grado di cambiarlo. L’uscita di Cassandra dalla cecità è anarchismo che prescinde dalla volontà degli dei e degli uomini, è il tentativo di una persona che nelle ingannevoli spoglie della donna vinta, in realtà assurge al ruolo di entità autonoma. Sarà urtata dalle finzioni di Ecuba, dal suo stesso compito di àugure, dalla cecità dei troiani rispetto al controllo greco e ai dolori subiti. La repressione silente ma inesorabile e progressiva dell’infiltrato Eumelo accresce la sensazione soffocante dei ricordi grondanti di amarezza.

In realtà Christa Wolf nel suo libro Cassandra, vera fonte della rappresentazione, sia nella sua essenza intrinseca che nell’incontro con la musica, è esule da prediche meramente femministe e non giudica gli uomini: Anchise non lasciò mai che un albero fosse abbattuto senza prima garantirgli la sopravvivenza con un seme o una gemma, che staccava e piantava sulla terra. Nel padre di Enea si evince l’immagine dell’uomo amato, lontano dalle fissazioni guerresche di Priamo, dalla violenza bestiale dei guerrieri greci, dalla cupidigia di Paride.

Cassandra vive nelle contraddizioni con il suo rapporto con Polissena che la stupirà con la sua vicinanza, il racconto dei suoi sogni e il suo desiderio di annullamento che giunge dal desiderio di darsi carnalmente all’ignobile Andro, ufficiale di Eumelo. La sorella sarà complice dell’uccisione di Achille, ma Cassandra inspiegabilmente non gioirà della morte di un nemico odiato nel profondo di se, mostrando una delle contraddizioni del suo personaggio complesso.
Un dovere non amato che la prosciuga di ogni gioia sta alla base dell’alienazione di Cassandra, ma anche di quella della sorella Polissena. La vertigine di annullamento colpirà la protagonista nel momento in cui, forse con il falso alibi della difesa di Polissena, si opporrà al piano per uccidere Achille. Da questo episodio forse si può trarre una spiegazione a tutto il libro della Wolf e di conseguenza al melologo rappresentato: nelle pagine più controverse, è facile cogliere l’opposizione conformista della tradizione a quella che può essere definita una verità autodistruttiva latente in ogni personaggio, ossia in tutti i troiani è presente, dal momento delle prime umiliazioni dai greci, una sorte di dipendenza, assuefazione al dolore. Nelle donne troiane questo diventa persino eccessivo, quasi un delirio autolesionistico, con l’eccezione delle amazzoni, pugnaci ma non meno intransigenti degli eroi. Dalle stesse donne giunge la provocazione di Pentesilea: i maschi sono macellai, fanno ciò che li diverte, noi uccidendo facciamo ciò che è necessario, ma non ci diverte.
L’angoscia colpirà Cassandra nel vedere un Priamo sempre più friabile, idolatrato da cantori falsi che rievocando la grandezza dei vecchi eroi troiani gravano i viventi di un pesante fardello, rendendoli più piccoli. Il re di Troia è piegato dalla morte di Troilo e di Licaone, il primo decapitato, il secondo venduto al re di Lemmo da Achille per un vaso di bronzo.
La voce di Ida Marinelli è una corda che vibra di disperazione seguita dall’orchestra formata da strumenti classici e un sintetizzatore; è lei che nell’opera definita anche melologo, per via della fusione del melodramma e del monologo, sarà Cassandra che attende la sua fine nella fortezza di Micene. Su di lei incombe il desiderio di morte di Clitennestra che è nell’aria dall’inizio dell’opera: la fine di Cassandra può giungere a momenti. La narrazione in flashback del suo passato è intrisa dell’angoscia dei momenti che la separano dalla morte, ma, la descrizione degli eventi che ne hanno scandito la vita negli anni dell’assedio greco a Troia, fanno capire che lei ha già vissuto tutto il dolore possibile, rendendo l’attesa della morte una liberazione.

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