Condividi su facebook
Condividi su twitter

Khadija: La verginità dell’Africa

di

Data

Yussuf ha tra le mani brandelli di carne. Davanti a lui occhi gialli e arancioni furbi. L’odore del sangue che gocciola dalle sue mani si mischia con quello della bestialità delle iene.

Yussuf ha tra le mani brandelli di carne. Davanti a lui occhi gialli e arancioni furbi. L’odore del sangue che gocciola dalle sue mani si mischia con quello della bestialità delle iene. L’incantatore lancia la carne alle risate degli animali. Dietro di lui la città etiope di Harar. Le iene sono passate attraverso le sue sei porte e nella crudele dipendenza dall’uomo, aguzzata da languori voraci, accettano il compromesso di uno spettacolo oltre il perimetro di pietra regolare e bianco della città. Erano becchine e spazzine delle mura alla fine dell’Ottocento. Parvenze umane disperate deambulavano mestamente dalla città verso l’esterno e si abbandonavano alla morte oltre le sue porte, al limite della civiltà, in un ecosistema cinico nel quale l’uomo poteva intervenire come anello della catena alimentare.
Tra le pagine di un libro si possono sentire gli odori e le passioni di un secolo fa se la memoria trasfigurata nel libro è quella congenita del proprio sangue. Paola Pastacaldi è nipote di una donna di etnia Oromo. Il suo romanzo Khadija prende il nome di questa donna la cui figura, catturata in un momento della sua adolescenza, suggerisce un viaggio immaginario che non ha paura di mischiarsi con il sangue dei morenti.

In noi urge una voglia immensa di vivere e di consumarci senza risparmio in tutte le esperienze. Sentire. Questo è ciò che farà impazzire il poeta che pronuncerà la frase, tra le pagine di un libro. Forse la follia che coglierà questo personaggio è la stessa di tutti coloro che affrontano la lettura di una narrazione, vivendo in una dimensione parallela a quella reale, vivendo in luoghi irreali o lontani, trasfigurando in vite immaginarie per chi non ha mai letto, tangibili per chi è aperto alla conoscenza e trova nella lettura la possibilità di respirare, vivere attraverso un altro corpo, sentire i suoi sapori, odori, soffrire e gioire con lui.
Il sentire di chi legge è talvolta tenue e si nutre di quello di un personaggio esistente solo in una narrazione della quale possiamo arricchirci, come nel dialogo con un estraneo, che può essere un personaggio o la generatrice di esso, come Paola Pastacaldi.
Come il lettore assetato di conoscenza, Giuseppe Caterini, protagonista del libro, si abbandona all’afrore di Khadija, così come il poeta a Florence, una regina incoronata d’Africa: l’accettazione del confronto con ciò che è ancora diversità, è ingresso in una nube, un appuntamento al buio nell’alveo dell’ignoto. Il viaggiatore toscano è trascinato dal desiderio di scambio, di arricchimento con il nuovo, mentre per il poeta l’incontro avviene casualmente con un involontario contatto di mani che si trovano nell’erba del campo di Ciallanco. Sullo sfondo di resti umani, testimonianza dello scontro di fine secolo tra un emiro ribelle e il Menelik, le dita del poeta e dell’esploratrice si incrociano dove guerrieri imperiali, vestiti orridamente, tagliarono i testicoli dei “traditori di Harar”, uomini che si vendettero al nemico Abdullahi Abd Esc-Scarkur, in una ricostruzione storica che sottolinea la fragilità di una terra lacerata dalle ambizioni di bellicosi emiri.

Sempre li, in quel truce teatro delle vicende umane, si rinnova la vita: le mani del poeta e dell’esploratrice si sfiorano comunicando un’emozione che passa attraverso l’estrema appendice del loro corpo, per poi attraversare le braccia e giungere allo sguardo di due persone lontane tra loro, separate dalle distanze geografiche e culturali in una scena in cui la poesia verde, fresca, poetica della pioggia che scroscia sull’erba avvera l’unione.
Il grottesco gridare scimmiesco, difforme dall’armonia dell’abbandono, alluderà al successivo dolore in un istante in cui le foglie possono trasalire dal piacere e i pensieri del viaggiatore volare a immaginari squartamenti, in un viaggio bestiale all’interno dei sensi, mentre alla fine si leva il canto di un usignolo che sancisce, beatificandola, l’armonia della natura. Nel bacio tra i due comprimari si rinnoverà il rito dell’incontro tra le diversità e stille di consapevolezza faranno germogliare semi di tolleranza dove la morte, presente nei resti delle ossa disfatte e inquiete, è testimone della diversità non accettata.
Io non ho nulla del conquistatore; nemmeno lei e il console che ci segue; Edward Thurn, alter ego letterario del pioniere inglese Samuel Baker, spiega a Giuseppe Caterini che alcuni esploratori compiono delle azioni in una fase di incoscienza, accettano un ruolo che a loro non appartiene. Una legge invisibile impone la conquista, una sorta di adesione passiva al colonialismo più becero per cui il promontorio degli aromi è la meta, obiettivo trasfigurato nello status symbol occidentale.

Khadija è l’innocenza dell’Africa che può essere razziata o amata. Nella sua direzione si riflettono le intenzioni dell’umanità eterogenea. Si prenda una schiava dirà Moreno Valentich, console italiano nella città di Harar, ma questo romanzo racconta una rivoluzione, il passaggio dall’etica dell’invasione a quella dell’accettazione dell’altroe del nuovo: il protagonista non avvertirà la violenza delle parole galleggiando sul conformismo coloniale come un sambuco mosso dalle correnti del cambiamento.
Sussurri e canti da Mille e una notte sono il mare su cui Giuseppe e Khadija naufragheranno, mentre la luna ieratica santificherà l’unione con i suoi raggi attraverso i rami di un salice, superando la finzione del racconto per raggiungere i sensi di tutti i lettori o condivisori del viaggio vissuto tra le righe.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'