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Matthew Sharpe – Gli Schwartz (Einaudi Stile Libero)

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La famiglia all’alba del nuovo millennio. Crisi, devastazioni affettive, ricostruzioni affettive, incomprensioni, slanci d’amore… Un campionario di situazioni che l’incredibile Matthew Sharpe...

La famiglia all’alba del nuovo millennio. Crisi, devastazioni affettive, ricostruzioni affettive, incomprensioni, slanci d’amore… Un campionario di situazioni che l’incredibile Matthew Sharpe ci sciorina in trecento pagine di intelligenza e talento (Gli Schwartz, traduzione di Matteo Colombo, Einaudi Stile Libero, p. 300, e. 14,80). La famiglia, nel senso più tradizionale del termine, non c’è più. Ci sono un padre in coma per un dosaggio sbagliato di Prozac, e una madre che non sa che pesci prendere con i due figli, quando l’ex marito si ritrova in un letto d’ospedale. E loro, i due figli, Chris e Cathy, che si ritrovano a vivere, come recitano i versi di una canzone, in “un mondo difficile, felicità a momenti e futuro incerto”. Il romanzo di Sharpe può essere accostato in qualche modo a Le Correzioni di Franzen. Entrambi mettono sotto la lente d’ingrandimento il nucleo familiare americano, e ci colpiscono al cuore con personaggi e situazioni indimenticabili.

Al padre di Chris Schwartz dovettero sbagliare la dose di Prozac, perché un giorno, svegliandosi, si ritrovò il lato destro della faccia addormentato. Fu la seconda scoperta di un viaggio che il padre di Chris aveva intuito l’avrebbe portato a chilometri di distanza dal rifugio provvisorio della salute. La prima scoperta era stata, naturalmente, quella depressione per cui il Prozac avrebbe dovuto essere la cura, scoperta compiuta non da Bernard Schwartz ma da suo figlio, Chris. Era stato Chris a rendersene conto per primo, perché così andavano le cose in quella famiglia. L’anima del padre e l’anima del figlio erano collegate per analogia. Non esisteva tic o sbalzo d’umore dell’uno che non fosse rappresentato anche nel suscettibile bagaglio dell’altro.
Bernie Schwartz si sporse verso lo specchio della sua stanza e si tastò il lato destro della faccia con la punta acuminata del crocifisso tascabile che la figlia, Cathy, gli aveva regalato. Il diciassettenne Chris, nella sua stanza, digitò la seguente frase in un’e-mail che stava per spedire al suo amico Frank Dial: “Capisci di essere morto quando… i tuoi amici ti tirano la terra in faccia”. Era l’ultima aggiunta a una raccolta di aforismi salvaschermo su cui Chris e Frank stavano lavorando e che un giorno speravano di vendere in cambio di un’enorme somma di denaro o, in alternativa, di una piccola somma di denaro.
Chris spedì la frase, poi andò alla finestra, la aprì e guardò fuori. Erano le sette di una bella mattina d’autunno a Bellwether, Connecticut. Chris guardò gli alberi e l’erba, guardò il vialetto d’ingresso di casa sua, la recinzione di legno, la strada al di là, diverse case a portata di sguardo, poi di nuovo la recinzione, le rose accanto alla recinzione, le macchine, una lattina di coca accartocciata, un mucchietto di sporcizia indecifrabile, uno scoiattolo del quartiere, una mosca, un cane. Guardò di nuovo la strada e le auto parcheggiate nei vialetti, e si stupì di come ogni auto avesse un vialetto dove parcheggiare e di come ogni vialetto di questo mondo avesse da un lato una strada e dall’altro una casa. Chris aveva la sensazione che se fossero andati da lui quando c’era bisogno di inventare quella cosa fatta per trasportare le macchine dalle strade alle case, sarebbe andato nel pallone, avrebbe piantato in asso l’umanità.
Chris pensò a sua madre in California. Spesso, quando pensava a sua madre in California, la pensava alta e forte, con un lungo vestito bianco, in piedi davanti l’oceano, con le braccia in alto, le mani strette a pugno, intenta a osservare un’onda alta dieci metri avanzare verso di lei. L’onda le si infrange addosso, e quando si ritira lei è ancora lì, nella stessa posizione, con i pugni in alto, il viso bagnato, gli occhi aperti, i capelli bagnati che le ricadono sulla schiena del vestito bianco. Chris aveva gli stessi capelli di sua madre, anche se certo, non letteralmente.
Chris pensò a suo papà nella stanza accanto e provò lo stesso strabiliante moto d’affetto e tristezza che negli ultimi anni aveva accompagnato ogni suo pensiero legato a lui. Chris pensò alla sua sorellina nervosa, ossessiva, provò un disagio che non volle esplorare, si affrettò a formulare il pensiero successivo, ovvero la gente che in tutta Bellwether, Connecticut, si svegliava con la musica classica o con i postumi di una sbronza, faceva jogging col cane, stirava una camicia, si metteva il dopobarba o l’eyeliner, comprava il giornale, prendeva il treno per andare in città: tutti quei tristi comportamenti che facevano dell’umanità la stirpe prescelta da Dio.
Chris fece tappa davanti allo specchio per studiare quella versione in miniatura dell’umanità, il suo viso, su cui il disagio adolescenziale si esprimeva tramite il mezzo di comunicazione dell’acne. Chris tornò al computer, dove ad aspettarlo c’era la risposta di Frank Dial: “Capisci che è una giornataccia quando…ti svegli nudo steso a pancia in giù sul marciapiede di una città sconosciuta con un poliziotto che ti batte un manganello sulle gambe”. Leggendo quest’ultimo aforisma di Frank, Chris si sentì così fortunato ad avere un amico come lui che quasi pianse. Si impedì di piangere pronunciando le parole: “Non piangere, coglione”.
**********
Chris Shwartz andò incontro a Frank Dial per strada. Per Chris “Frank Dial” era diventata la formula abbreviata della gioia stessa: una gioia dura: Frank era sferzante, scuro e veloce. Aveva una parola per ogni cosa, e spesso non era una parola buona; ma questo a ragione, pensava Chris, dal momento che il mondo sovente non era un buon posto in cui vivere. Era però bello per Chris avere un buon amico dal linguaggio preciso. Lui, Chris, un sacco di volte non era preciso affatto, e neppure veritiero. Scherzava spesso e a casaccio – scherzava senza volerlo – e qualche volta mentiva anche. Possedeva un rigoroso principio in materia di precisione e veridicità del linguaggio che si vantava di non riuscire a rispettare, o così diceva. E comunque non era tenuto a rispettarlo, perché al posto suo ci pensava Frank Dial.
In un qualche angolino mezzo nascosto del suo cuore, Frank avrebbe tanto voluto che Chris non fosse bianco. Era imbarazzante per un giovane nero come Frank avere un bianco come miglior amico, ma l’offerta black era ristretta a Bellwether, Connecticut, dove Frank era uno dei cinque neri iscritti alla Bellwether High School per Caucasici di Classe Medio-alta. Ciònondimeno, Chris costituiva un ottimo esempio dei traguardi che i bianchi potevano raggiungere solo se ci si mettevano d’impegno. Chris ascoltava con attenzione e coglieva la maggior parte delle allusioni. Chris riusciva a tenere il ritmo dell’eloquio e del dolore.
I due ragazzi intrapresero il viaggio verso la scuola lungo Southridge Road. Videro molti e meravigliosi fenomeni. Videro bambini piccoli con le giacchette, videro scuolabus e uccelli, videro case, videro le imbiancature delle case. In alto nel cielo videro una nuvola a forma del loro prof di matematica. Udirono una sirena lontana e pensarono alla morte. Parlarono di tutto quanto.
Il centro commerciale cittadino li strinse in uno sbrigativo abbraccio lungo il tempo che occorse per attraversarlo. Entrarono in un alimentari e ne uscirono con un paio di beveraggi sportivi verde acceso atti al reintegro di elettroliti che Dio non aveva mai creato né inteso creare. Passarono accanto all’edicola dove videro, sulla copertina di una nota rivista musicale, la fotografia di due rockstar di mezz’età che imitavano la celebre posa in cui si erano fatti ritrarre per la stessa rivista venticinque anni prima. Frank e Chris ebbero la sensazione che tanto le due rockstar quanto la rivista un tempo avessero rappresentato qualcosa, ma che ora si limitassero a citare ciò che un tempo avevano rappresentato senza di fatto rappresentarlo più.
Frank affondò un braccio nella terra di nessuno del suo zainetto e ne estrasse un quaderno consunto. Sulla copertina del quaderno, nella grafia tersa e quasi tipografica di Frank, erano impresse le parole TUTTE LE COSE DEL MONDO. Mentre i due ragazzi attraversavano il cuore protesico di Bellwether, Frank sfogliò il quaderno fino alla sezione intitolata Cose che somigliano a cose che già sai come sono, smise di camminare, e scrisse una breve descrizione della copertina della rivista. La sezione in questione si stava facendo assai lunga. Occupava già più della metà del quaderno. Questo perché, a parere di Frank e Chris, il mondo era stanco di stesso; aveva girato, e girato, e girato, o roba del genere; e adesso sfornava riproduzioni dozzinali di cose che un tempo era stato orgoglioso di produrre. Alberi, arbusti, gatti, persone, nuvole e stelle oggigiorno erano diventati “alberi”, “arbusti”, “gatti”, “persone”, “nuvole”, “stelle”. Il mondo si limitava a presentarsi in ufficio, ora, in attesa della pensione, momento in cui si sarebbe spogliato della mondanità per tornare a essere vuoto e privo di forma.
– Negro! – gridò un ragazzino da una macchina che passava. Frank disse: – Sono lieto che quel signore mi abbia appena ricordato che sono un negro. Lo avevo dimenticato.
Chris disse: – La prossima volta te lo ricordo io, se vuoi.
Frank fissò sbigottito il suo amico. Chris capì di aver detto una sciocchezza. Se fino a un istante prima i due ragazzi erano stati ciascuno la metà di un’amicizia tra due uomini, uno di essi ora aveva preso a rappresentare un gruppo che avrebbe sempre commesso indelicatezze nei confronti del gruppo rappresentato dall’altro. Fermi in mezzo al parcheggio della scuola, continuarono a fissarsi, ammutoliti dalla potenza del linguaggio.
– Scusa, – disse Chris.
– Imbecille, – disse Frank, ed entrò a scuola.
Chris rimase fuori, impietrito. Aveva inglese, ma ora non ci sarebbe più andato. Avrebbe dovuto leggere Il giovane Holden, gli pareva, o qualche altro colpo basso alla Giovane Holden inferto agli adolescenti di ogni dove. Sì, doveva proprio essere Il giovane Holden. Per forza. Già molto tempo gli avevano cacciato in gola Il giovane Holden fino a farlo vomitare. Poi avevano preso Il giovane Holden più il suo vomito e glieli avevano ricacciati in gola, e lui li aveva vomitati, e allora loro gli avevano cacciato in gola Il giovane Holden più il vomito vomitato, e a quel punto era stato più semplice limitarsi a mandare giù. Ma la colpa non era del Giovane Holden. Può darsi che fosse un libro anche quasi decente, se venivi da un posto come la Bulgaria e non ne avevi mai sentito parlare; vale a dire decente quanto può esserlo un libro che non dice granché. I buoni libri non esistevano. Non esistevano le buone scuole. Non esistevano le buone famiglie. Non esistevano i buoni amici. Non esisteva una buona vita.
*************
Sedici giorni dopo essersi addormentato, Bernard Schwartz si risvegliò. Successe una domenica pomeriggio. Lisa Danmeyer entrò nella sua stanza e lo trovò impegnato in un fiacco e scomposto tentativo di rimuoversi il tubo respiratorio dalla gola.
Chiamò Cathy e Chris. Chris portò sua sorella all’ospedale guidando scompostamente. La dottoressa li accolse fuori dalla stanza del padre.
– Ha già detto qualcosa?
– Sì.
– Cosa?
– Mi ha chiesto dove si trova e cosa gli è successo.
– Nient’altro?
– Ha chiesto di te e di Cathy.
Chris aveva sperato che il padre riemergesse dal coma esprimendosi in forma di poesia simbolista. Fu deluso dal fatto che la sua rentrée nelle lande della coscienza – se così le si potevano chiamare – fosse avvenuta all’insegna dello stereotipo.
– Credo sia il caso di prepararvi a ciò che vedrete e al modo in cui parlerà, – disse la dottoressa Danmeyer.
– No, io non credo, – disse Chris, aggirandola ed entrando nella stanza. Suo padre era lì, diminuito e seduto. Gli avevano tolto il tubo per la respirazione dalla bocca, che ora penzolava aperta. Aveva della saliva raccolta lungo il labbro inferiore. Gli occhi acquosi e assenti. Cathy raggiunse Chris e si mise a piangere. Silenziosamente chiese a Dio di perdonarla per la rabbia che aveva provato nei confronti del padre. Chris era incazzato perché suo padre non aveva saputo uscire dal coma in modo dignitoso.
– Come va, pa’?
I bulbi oculari di Bernie si mossero in direzione della domanda. E quella fu la risposta.
– E adesso che si fa? – disse Chris alla dottoressa.
– Potete provare a comunicare con lui. Tenete presente che potrebbe non rispondere, e che se lo farà parlerà molto lentamente, oltre che non benissimo.
– Come sarebbe, non benissimo?
– Be’, ha avuto un ictus. Il miscuglio di farmaci gli ha provocato un’irregolarità nel battito cardiaco. Il battito cardiaco irregolare, aggravato da un leggero scompenso cardiaco preesistente, ha causato l’accumulo di una piccola quantità di tessuto nelle vicinanze del cuore, tessuto che attraverso il flusso sanguigno ha poi raggiunto il cervello. Questa pallina di tessuto ha bloccato l’afflusso di sangue in un’area dell’emisfero sinistro del cervello a nostro avviso piuttosto ridotta, anche se in questa fase è difficile stabilirlo.
Chris disse: Io ho come l’impressione che, indipendentemente dalla fase in cui ci si trova, il suo livello di ignoranza resti piuttosto elevato.
– Ne sapremo di più fra qualche giorno, ma per il momento l’area del cervello di vostro padre che produce nomi di oggetti, concetti e verbi semplici funziona in modo deficitario.
– Io, – disse Bernie. – Ho, – disse. – Fatto, – disse.
– Cosa? – Le altre tre persone presenti nella stanza lo guardarono. Ora sì che si cominciava a ragionare, pensò Chris. Come dichiarazione iniziale era buona, in quanto suggeriva un senso di compimento.
– Cos’è che hai fatto, pa’?
– Mi… – (fece un gesto indecifrabile con la mano sinistra) – sono.
– Ti sei cosa?
– Mi… sono… ammazzato
– Eh?
– Mi… sono… tagliato
– Dove? Dov’è che ti sei tagliato?
– Mi… sono… coltello.
– Cosa?
– Mi… sono fatto… male.
– Pa’, così mi fai paura.
– La… caramella.
– Le… perle.
– I… nodi.
– Il… chicco.
– Il che?
– La… cosa.
– La… mangi.
– La… mangi… e…
– La… uh… tristezza… uh…
– Sparisce.
– Gli antidepressivi! – disse Chris.
– Io… sono… tagliato.
Chris disse: – Credo stia dicendo che si è fatto male prendendo gli antidepressivi sbagliati. E poi cosa, pa’?
– Sigaretta.
– Eh?
Bernie fece il gesto di fumare una sigaretta. – Frank…
– Schwartz è…
– Un film…
– Attore, – disse, parlando al ritmo di una parola ogni cinque secondi.
– Un essere…
– Sigaretta…
– Brucia…
– Sua faccia. – Lo disse con urgenza, spazientito, come se le persone presenti nella stanza fossero stupide perché non capivano cosa voleva dire.
Chris disse: – Tranquilla, Danmeyer, lui parla sempre così.
– Sta sognando? – chiese Cathy alla dottoressa.
– Non credo. Non esattamente.
– Di’ un’altra cosa buffa, pa’.
– Non mettergli fretta, Chris. Lascia che segua i suoi ritmi, – disse la dottoressa Danmeyer.
– È mio padre, maledizione, e che ritmo seguire glielo dico io. Pa’, dì un’altra cosa buffa. Io chi sono?
– Sei Chris.
– Sei mio… cane… gatto… zio.
– Una sigaretta.
Chris ridacchiò. – Pa’, sei un grande.
– Nostro padre non è “un grande”, Chris, – disse Cathy. – Capisco la tua paura, ma perché devi dissimularla con questi sproloqui da immaturo?
– “Sproloqui da immaturo” caspita. Niente male. davvero notevole. Sottile e sofisticato per una ragazzina cattolica. Perché non vai prematrimonialmente a farti fottere?
– Ehi! – gridò la dottoressa Danmeyer. – Ma che vi prende? Vostro padre ha bisogno di voi.
– Chi se ne frega di lui! Che cos’ha mai fatto per me? Per quel che m’importa può anche riaddormentarsi e svegliarsi quando pare a me, ovvero mai più!
– Non… sei… molto… gentile… Chris, – disse Bernie.
– Guarda che scherzavo, pa’. Lo sai, no? in fin dei conti in coma non sei molto diverso da quando sei sveglio. – Chris tornò calmo, euforico. Appena uscito dal coma, suo padre si era subito messo a scherzare con lui, o almeno così credeva. (…)
– Sono stanco, – disse Bernie.
– Si riposi, signor Schwartz, – disse Lisa. – Sa dove si trova?
– In un bar.
– Questo è un ospedale.
– Ospedale. Sì, certo. Lei è… un dottore, – disse Bernie. – Io sono un… paziente. Mia figlia è… felice. Mia moglie è… fedele. Mio figlio è… un genio.
Be’, occhio a esprimere desideri, specie quando si ha un padre in coma e il desiderio è che si svegli pieno di ironia. Un conto era la mancanza di rispetto che Chris aveva per Bernie; non mancando di rispetto a suo padre sarebbe venuto meno ai suoi doveri filiali; ma quando era Bernie a mancare di rispetto verso Chris, allora sì che faceva male. significava una frattura nell’ordine sociale. In quel momento, poi, la battuta ironica suonò particolarmente brutale, in quanto pareva esprimere ciò che giaceva al di sotto di tutti quegli strati di educazione di cui non ci si poteva aspettare che un paziente fresco ex comatoso avesse il controllo. (…)
– Per quanto dovrà rimanere qui? – chiese Chris.
– Difficile dirlo, ora come ora.
– Può venire a festeggiare il Ringraziamento a casa di un mio amico?
– Mancano quattro giorni appena, non credo proprio.
– Lei è una palla, Danmeyer.
– Se si tratta dell’incolumità e del benessere di vostro padre, sarò bene felice di essere una “palla”.
– E della felicità che mi dice?
– Non è il mio campo. Io non mi occupo di felicità. Solo di incolumità e benessere.
Chris si sentì demoralizzato dallo humour della dottoressa, e lei ancora una volta si rese conto di essersi spinta troppo in là.
Cathy ammirava la dottoressa. Le piaceva il modo in cui trattava Chris, un misto di efficienza medica e aggressione personale. A Cathy piaceva il modo in cui la dottoressa mescolava il suo carattere con la condotta professionale. Avrebbe voluto chiederle come faceva. Chiederle qualcosa del tipo: lei in quanto adulta come si pone in questo mondo? Che pensieri ha? Qual è il modo giusto di pensare alla vita? Cathy sentiva che se solo avesse avuto una base filosofica corretta – due o tre pensieri densi e perfettamente articolati a formare una teoria unificata dell’esistenza – le singole situazioni e sfide che incontrava nella vita non sarebbero parse tanto impossibili da superare con dignità e decoro.

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