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Jean Louis Trintignant, l’arte meravigliosa del “fare niente”

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Angela Zamparelli è un’intelligenza anticonformista e acuta, prestata alla Radio italiana (“3131”, “Alle 8 della sera”, tra gli altri tanti programmi da lei curati o dei quali è stata la regista o la conduttrice-intervistatrice) e agli artisti che nel tempo l’hanno appassionata e che ha cercato sempre di conoscere, intervistare, seguire accuratamente nelle loro opere (Il Quartetto Cetra, I Blue Bop, Montale e il poeta Elio Fiore, Jean Louis Trintignant tra gli altri). Studiosa della narrativa americana, qualche anno fa ha anche tradotto e fatto conoscere il volumetto di un maestro della scrittura creativa, Wallace Stegner, Come si diventa scrittori. Zamparelli ha scritto per la rivista “O” un articolo che è un’intervista ma anche la descrizione intenerita di un attore tra i più intensi della scena mondiale, Jean Louis Trintignant, colto nel suo recital Apollinaire al Festival di Avignone il 22 luglio. Messo da parte questo spettacolo, Trintignant dal 26 agosto al 23 ottobre 2005 è al teatro Hebertot con una commedia di Samuel Benchetrit intitolata Moins deux (meno due).

Entra in scena – nel buio e nel silenzio – a passi lunghi e leggeri, ma non bisogna lasciarsi ingannare dalla sua timidezza. Jean-Louis Trintignant per un’ora e mezza farà tacere il vento che ha soffiato forte tutto il giorno e lascerà che il suo respiro si confonda con i versi di Apollinaire che ha scelto di dire stasera. Se la Cour d’honneur del Palazzo dei Papi di Avignone è troppo grande per poter guardare i suoi musicisti negli occhi come fa di solito, alzerà lo sguardo al cielo e avrai l’impressione che riesca a guardare negli occhi le stelle; quando arriverà a dire quegli ultimi versi ti sembrerà che sia passato solo un istante da quando lo spettacolo è cominciato – capita con gli artisti che racchiudono il mistero dell’universo nel loro cuore. Je voudrais que tu sois la nuit pour nous aimer dans les ténèbres / je voudrais que tu sois ma vie pour être par toi seule / je voudrais que tu sois un obus boche pour me tuer d’un soudain amour ( vorrei che tu fossi la notte per amarci nelle tenebre / vorrei che tu fossi la mia vita per essere per te sola / vorrei che tu fossi un proiettile crucco per uccidermi con un fulminante amore). Allora il dono sarà totale, la voce tacerà e scenderà di nuovo il silenzio, in una notte un po’ meno buia.
“Doveva essere la serata di riposo alla Cour d’honneur e io ne ho approfittato”, diceva divertito al pubblico il giorno prima dello spettacolo, come se il regalo l’avessero fatto a lui. E’ arrivato ad Avignone con lo zainetto in spalla, come uno studente. E come uno studente siede a un tavolino di legno, con il suo quaderno aperto davanti con le poesie di Alcools (la prima raccolta che rivelò il poeta) e i Poemes a Lou (le poesie scritte dal fronte per l‘amata Lou de Coligny). “L’ho costruito come un racconto”, dice Trintignant, “c’e’ una progressione drammatica. Si parte dall’inizio del ‘900 e si arriva alla Prima guerra Mondiale”. Per Trintignant Apollinaire è un poeta importante, lo ama da più di 50 anni e nella sua personale classifica dei poeti lo mette al secondo posto, dietro a Rimbaud. Terzo viene Aragon.

Trintignant li ama perché in quei versi scorre la vita. Versi di un secolo fa e più moderni di quelli di oggi. Le grandi novità del momento Apollinaire le ama tutte: automobili, elettricità, aeroplani, ma senza farsi travolgere dal fanatismo futurista contempla anche la bellezza fragile delle cose: Tu es dans le jardin d’une auberge aux environs de Prague/ Tu te sens tout heureux une rose est sur la table / Et tu observes au lieu d’écrire ton conte en prose/ La cétoine qui dort dans le coeur de la rose (Tu sei nel giardino di un albergo nei dintorni di Praga/ Ti senti tutto felice sulla tavola c’è una rosa/ E osservi invece di scrivere il tuo racconto in prosa/ La cetonia che dorme nel cuore della rosa) Apollinaire rivedendo le prime bozze di Alcools, forse trovandovi troppi errori di stampa, decise di togliere ogni punteggiatura, ma Trintignant sembra non essersene accorto, quelle poesie sono una partitura perfetta. Trintignant le illumina con la sua voce come le insegne al neon illuminano le città d’Europa che Apollinaire attraverserà, osservando con la stessa curiosità stenodattilografe ed emigranti o i quadri di Picasso e e di Rousseau. L’amore quando è totale è un canto delicato che si accorge d‘ogni cosa: Maintenant tu marches dans Paris tout seul parmi la foule/ Des troupeaux d’autobus mugisssant près de toi roulent/ L’angoisse de l’amour te serre le gosier/ Comme si tu ne devais jamais plus être aime. (Ora tu cammini per Parigi tutto solo tra la folla/ Muggenti mandrie d’autobus ti corrono vicino/ Alla gola ti serra l’angoscia dell’amore/ Come se tu non dovessi essere più amato).
Se qui, in questi versi di Zone, l’amore gli stringe la gola, il più delle volte si scioglierà in canto facile e appassionato, tragico e lieve, quanto più feroce si farà la guerra: La mer nous regardait de son oeil tendre est glauque/ Et les orangers d’or/ Fructifiaient pour nous Ils fleurissent encor/ E j’entends la voix rauque/ Des canons allemands crier sur Mourmelon/ – Appel de la tranchée -/ O Lou ma rose atroce es-tu toujours fachée/ Avec des yeux de plomb /O Lou Démone-Enfant aux baisers de folie/ je te prends pour toujours dans mes bras ma jolie. (Il mare ci guardava col suo tenero occhio glauco/ E gli aranci d’oro/ Fruttificavano per noi Sono ancora in fiore/ E sento la voce rauca/ Dei cannoni tedeschi gridare su Mourmelon/ – Richiamo della trincea – O Lou mia rosa atroce sei tu sempre arrabbiata/ Con occhi di piombo/ O Lou Demone-Bambina dai baci di follia/ Ti prendo per sempre tra le mie braccia cara mia).

Che ci sia qualcosa di magico non tardi ad accorgertene, da dove questa magia provenga è piu’ difficile scoprirlo. Se glielo chiedi Trintignant risponde semplicemente: “E’ la poesia di Apollinaire che è magica, io non faccio niente”. Non è un indizio da poco perché è quello che non vedi che conta. Non è solo il suo modo di dire le poesie – come un racconto – non è solo l’incredibile agilità con cui si passa dalla tragedia al sorriso; è soprattutto il mistero del suo cuore che dalla poesia si lascia trasportare in una partecipazione totale che è la poesia stessa a creare. E’ un incanto che lui crea e a cui – dopo averlo creato – partecipa più intensamente. Gli attori di solito – se sono bravi – arrivano al primo movimento e si fermano lì, Trintignant invece è da lì che sembra cominciare. Come se quelle parole le inventasse in quel momento. Quello che ti sorprende è l’energia e la leggerezza di quel canto. E’ vero, non fa niente. C’è un ritmo che lo sceglie e che lo guida; un’apertura al mondo, il senso dell’accoglienza che è pari al bisogno di donarsi. A seguire quel ritmo ha cominciato tanto tempo fa: “Quando mia figlia Marie aveva 15 anni ci scambiavamo le poesie di Apollinaire”, le registravamo su delle cassette. Non parlavamo molto di poesia ma ci scambiavamo quelle poesie, una volta alla settimana – non è poco”. E’ una frase che su uno scaffale occupa poco spazio e che della poesia dice tutto, molto più di tanti libri. Se le poesie sono scritte per essere dette a qualcuno, nella scelta di come dire le parole c’è molto più delle parole, c’è la tua anima. “Avrei voluto essere musicista perché con la musica puoi dire cose molto profonde senza doverle spiegare”.

“Sarà un po’ come il jazz”, diceva al pubblico parlando dello spettacolo. Gli piace avere davanti il testo per dare il senso del distacco da quelle poesie, ma poi ti rivela: “L’attore è fatto di emozione e di immaginazione. L’emozione è importante, ho bisogno di essere commosso per dire le poesie. Ma più importante ancora è l’immaginazione. Devo credere che sono io a inventare quelle poesie, non è vero lo so, ma io lo sento così”. Due musicisti dialogano con lui. La musica attraversa il testo mentre lui si fa attraversare dalle parole. Shakespeare aveva immaginato che un giorno qualcosa del genere sarebbe potuto accadere, faceva dire ad Amleto (di fronte a Rosencratz e Guildernstern): “Vorreste suonarmi… vorreste strappare il cuore del mio mistero, vorreste farmi suonare dalla nota più bassa fino all’apice del mio registro. E c’è molta musica, una voce eccellente in questo piccolo organo. Ma voi non sapete farlo parlare…. Qui gli strumenti in scena sono tre: la fisarmonica, il violoncello e Trintignant.
“Apollinaire c’est notre jardin” aveva detto una volta Marie in un’intervista – non solo perché il giardino è la sede della bellezza – è perché il giardino lo coltivi ogni giorno, con amore. Era venuta a lei l’idea di portare in teatro quelle poesie, lui non era sicuro che avrebbe funzionato, a Trintignant la poesia detta con enfasi non piace e in teatro temeva “che un po’ di enfasi sarebbe stata inevitabile” e invece dissero insieme in teatro quelle poesie e fu indimenticabile. Adesso quando lui dice “l’abbiamo lavorato molto” si riferisce a quel giardino. Aggiungere nuove poesie, come aggiungere nuove foglie (La Maison des morts, L’Emigrant de Landor Road), oppure toglierle (La Maison des morts, Les attentives e Le Pont Mirabeau, “perche’ per un pubblico raffinato come quello di Avignone è una poesia troppo facile”); significa ogni volta pensare che potrai fare meglio domani. Significa all’inizio aver lasciato che la voce di Marie dicesse un frammento da Les Attentives e poi aver rinunciato ad ascoltarla ogni sera per “non attirare l’attenzione sul suo dolore personale, perché la poesia di Apollinaire è più universale”. Significa arrivare all’incontro con il pubblico alle 11 di mattina e prima di andare via, quando le domande sono finite, avere voglia di dire una poesia, una delle piu’ emozionanti, senza avere bisogno che si abbassino le luci e che ci sia neanche troppo silenzio, un gesto semplice come raccogliere un fiore: “j’ai cueilli ce brin de bruyère/ l’automne est morte souviens-t’en/ Nous ne nous verrons plus sur terre/ Brin de bruyère odeur du temps/ Et souviens- toi que je t’attends”. (Ho colto questo filo di brughiera/ Ricordati che l’autunno è morto/ Non ci vedremo più sulla terra/ Odore del tempo filo di brughiera/ E ricordati che io t’aspetto).

Trintignant è troppo generoso per lasciare che un po’ della sua magia ricada anche su di te – lui ti mette al centro di quella magia. Dice: “Il pubblico deve fare uno sforzo, se non lo fa è un fiasco, perché questo spettacolo è così spoglio che non c’è niente”. Così ti fa credere che se accade qualcosa è perché lì stasera è venuto qualcuno – sono circa 2000 persone – ad ascoltarlo. Brodsky sarebbe stato felice di assistere a quello spettacolo e di vedersi smentito in pieno. Una volta aveva scritto: “La poesia è un arte assai meno sociale della pittura o della musica”. Trintignant la trasforma nell’arte piu sociale di tutte.
Chi è lì stasera se lo ricorderà per sempre. E dopo, tornando a casa, cercherà le tracce di quel meraviglioso “fare niente” in cui lui è così bravo. Lo sguardo timido dietro gli occhiali di un giudice incorruttibile che in Z di Costa-Gavras non riusciva a farsi notare. Già lì – nel 1969 – faceva così poco che il regista avrebbe voluto rigirare alcune scene. Non lo fece solo perché non c’erano più soldi. Il film andò a Cannes e Trintignant vinse la Palma di miglior attore. Oppure lo sguardo di un altro giudice, quello in pensione di Film Rosso, uno che fa ancora meno. Una vita a spiare le conversazioni degli altri senza uscire di casa, a sbirciare gli altri dalla finestre. Eppure a rivedere il film viene da domandarsi se non sia proprio quel giudice la chiave di tutto, se il suo volto non sia altro che la metafora del mistero della creazione artistica: restituire – filtrate dal suo cuore – storie infinitamente più vere, più ricche di quelle che la realtà può raccontare. Quando arriva la scena finale – il suo primo piano dietro alla finestra – sei quasi certo che Kieslowski abbia girato tutto il film per dire quello. Il volto che conta non è quello grazioso e pulito di Irene Jacob, fissato da uno scatto nei cartelloni pubblicitari della città, ma è quello misterioso, illuminato di un improvviso candore, di Trintignant, che nessuno scatto fotografico può fissare perché solo nella durata di un’inquadratura puoi vederlo attraversato da un’emozione infinita. E’ così che ha costruito tutti i suoi personaggi, anche al cinema. “Partendo dal silenzio non devi fare troppo rumore per farti ascoltare“, perché poi farsi ascoltare gli piace. Per tutta la sera mentre dice le poesie capisci che lui è nato per questo, pensa che la poesia dovrebbe essere universale, e per lui è una gioia essere lì.

Tous les mots que j’avais à dire se sont changes en étoiles (tutte le parole che avevo da dire si sono trasformate in stelle), scrive Apollinaire. Anche se è un verso che Trintignant non dice dev’essere per questo che alla fine dello spettacolo la notte è po’ meno buia.

Jean Louis Trintignant nasce a Piolec in Francia, l’11 dicembre 1930, frequenta i corsi di recitazione di Charles Dullin e Tania Balachova ed esordisce in teatro a vent’anni. Nel 1956 esordisce con il film Piace a troppi con Brigitte Bardot. Nel 1962, arriva uno dei suoi film più importanti, Il sorpasso, di Dino Risi, con Vittorio Gassman. Nel 1966 interpreta Un uomo, una donna di Claude Lelouch, che vince la Palma d’Oro a Cannes e l’Oscar come miglior film straniero. Nel 1969 viene premiato a Cannes per il film Z- l’orgia del potere di Costa Gravas. In Francia lavora con Chabrol e in Italia con Bertolucci (Il conformista, 1970). Dopo il matrimonio con la regista Nadine nel 1973 esordisce alla regia con il film Una giornata spesa bene. A parte le interpretazioni teatrali, di cui parliamo nell’articolo, ricordiamo altri film: Sotto Tiro, di Roger Spottiswoode, Colpire al cuore, di Gianni Amelio, Finalmente domenica del 1983, l’ultima regia di Francois Truffaut, e Tre colori – film rosso di Krzysztof Kieslowsky.

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