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Santo Maradona

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Basquiat scende di corsa dalla macchina e scrive il suo tag, la sua firma di writer, su un muro. È squattrinato, ma è potente e giovane.

Basquiat scende di corsa dalla macchina e scrive il suo tag, la sua firma di writer, su un muro. È squattrinato, ma è potente e giovane. Donne e uomini lo trovano bello, come in questa foto qui accanto. È il 1981, ha 20 anni, è il nero che due anni dopo dipingerà una Gioconda struggente, più irriverente di quella baffuta di Duchamp ma anche più contemporanea di quella di Warhol. Jean-Michael Basquiat sarà l’eroe della strada e dei graffiti, ma anche il cocco dei galleristi, che saranno felici di vedere le sue quotazioni salire e farli diventare ancora un po’ più ricchi sette anni dopo, quando morirà. In Face addict, che significa più o meno Drogato di facce, il film di Edo Bertoglio (nella foto in alto), fotografo della Factory di Warhol, presentato a Locarno, c’è un momento sfuggente con Basquiat e un finale con Walter Steding, violinista pop e pittore. Uno con la faccia di quello che ce l’ha fatta per un soffio, a non morire di overdose a 28 anni come Basquiat.

Come protagoniste escluse dai titoli di coda, le sostanze scorrono nei film presentati a Locarno: pillole, neve, roba, “let’s fix together”. Un film s’intitola Snow white, bianca neve, ma Disney non c’entra, un altro s’intitola Fuori vena, è pure bello, ma parla di eroina (lo ha girato, bene, la ragazza qui accanto, Tekla Taidelli). I fratelli teneri e scatenati di Sangue si fanno gli acidi e vendono hashish. Se la mamma vera della Guerra di Mario barcolla, dice che ha “fumato”. Le strisce di coca, non solo vengono sniffate dai giornalisti feroci di Rag tale, ma spuntano spesso tra un primo piano e l’altro. I film d’autore raccontano la realtà che li circonda, e la realtà è punteggiata dalle droghe. Chiamiamole così pure se nell’elenco entrano a pieno titolo psicofarmaci e alcool. Non è che sceneggiatori e registi si siano messi d’accordo per inserire scene di sniffate, buchi e fumo nei film, è che il cinema, oltre a raccontare storie, fotografa e rivela ciò che sta sotto i nostri occhi. Quello a cui non facciamo caso.

Il 3 ottobre Marco Risi comincerà a girare un film sulla vita di Diego Armando Maradona. E che c’entra? C’entra. C’entra con Basquiat e c’entra con le sostanze. Gli anni di Diego e Jean-Michael sono più o meno gli stessi. Anni ’80. Tutti e due sono ragazzi poveri, diventati famosi, idolatrati e poi fermati nel momento di maggior successo. Uno in un modo più grottesco, ma non è detto meno drammatico. L’altro in un modo più tragico, ma non è detto più duro. Basquiat è un artista riconosciuto. Anche Maradona è un artista, non solo per il campo. Quando, nei mondiali del 1986, segna un gol di mano all’Inghilterra, che 4 anni prima aveva vinto contro la sua Argentina una vera guerra colonialista per le Falklands (costata 1000 morti), dice beffardo: “È stata la mano di Dio”. E ridono tutti per questo sberleffo rancoroso, irridente e inutile come arrivare accanto a un muro dei quartieri ricchi dove non si può e fare un graffito alla Basquiat.

La nostra cultura sembra accorgersi delle sostanze che le scorrono nelle vene, solo se Marco Pantani prende una salita troppo ripida. E lo fa a pezzi. E per lo stesso motivo ha distrutto quel Santo Pallonaro di Maradona. Ma il martirio, si sa, è il destino dei santi e degli artisti. La cosa buffa è che gli artisti ci rivelano il nostro mondo nei modi più inattesi, inconsapevolmente, ficcando le sostanze nelle righe di una sceneggiatura, firmando un muro, scalando il Pordoi, saltando con un pallonetto tutte le difese. Le nostre difese.

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