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Bollywood, Zombiewood e Hollywood

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Quando al posto di Bush c’era la regina Vittoria, l’Afghanistan era già una brutta bestia e i mercanti facevano soldi con la morte.

Quando al posto di Bush c’era la regina Vittoria, l’Afghanistan era già una brutta bestia e i mercanti facevano soldi con la morte. Quando al posto di Bush ci sarà un cacciatore di zombie, i morti viventi saranno ancora delle brutte bestie e i mercanti faranno i soldi con la morte. Le donne che oggi vestono il Burqa, ieri venivano arse vive sulla pira funebre del marito, domani saranno messe in gabbia e contese tra due mostri famelici sui quali il pubblico scommetterà. Qualche bianco sensibile che vuole salvarle, combinando disastri, c’è sempre. Ieri un ufficiale britannico, oggi un marine americano, domani un eliminatore di morti viventi. Almeno al cinema, passato e futuro sono chiari. E somigliano al presente. Basta vedere The rising, presentato in questi giorni al Festival del Film di Locarno, e La terra dei morti viventi, ora in quasi tutti i cinema.

Nel primo, Mangal Pandey, una sorta di Sandokan realmente esistito, salva un soldato britannico in Afghanistan, gli diventa amico, l’inglese lo tradisce e lui guida la ribellione contro la Compagnia delle Indie. E qui vedete il principe Charles con l’attore Aamir Khan, una star indiana che interpreta Mangal Pandey.
Nel secondo, Big Daddy, il nero capo dei morti viventi, sembra quasi adattarsi a una vita borghese, fa il benzinaio, ma poi di fronte alle teste esplose dei suoi compagni, comincia a soffrire come un umano qualunque. E alla fine li guida alla rivolta contro un capitalista perfido che muore alquanto giustamente mentre tenta di scappare con i soldi. Due film pop, epici e ingenui. In uno c’è il trionfo della cinematografia indiana – che tutti chiamano Bollywood perché ormai se la batte con gli Usa per kolossal e dollari. Nell’altro si sviluppa un ennesimo capitolo della personale Zombiewood di George A. Romero, anarchico regista horror che ha praticamente inventato il genere dei morti affamati della carne dei vivi. Tutti e due hanno una cosa in comune: fanno spettacolo per il pubblico. The rising alterna sentimenti forti e melodrammatici a balletti sensuali coloratissimi. La terra dei morti viventi sfodera trucchi da Casa Delle Streghe e tensione. Sono metafore di noi stessi, dicono una cosa e la dicono spudoratamente. Anche se a molti critici sembreranno pieni di difetti, hanno il pregio che non se la tirano troppo.

Questo, a Bollywood e a Zombiewood.
E a Hollywood? A parlare di noi tutti con una metafora scoperta e diretta, c’è oggi solo Spielberg. La sua Guerra dei Mondi è un film a tema – come tutti gli altri suoi e come il recente Terminal. Lì c’era un ex sovietico, con la faccia genialmente perplessa di Tom Hanks, che perdeva pure la sua nuova repubblica post comunista e si ritrovava prigioniero di un duty free shop. Qui Tom Cruise compie la sua personale trasformazione, da ragazzotto che non riesce a essere padre, a eroe minore che salva i suoi due antipaticissimi marmocchi e li ricongiunge al resto di un’altrettanto antipatica famiglia in una Boston imperturbabile, senza un vetro rotto anche sotto le esplosioni marziane. Bollywood, Zombiewood e Hollywood, però, in una cosa non si somigliano. A differenza degli altri due, il film di Spielberg non vuole divertire. L’ex fanciullino felice, l’ebreo progressista che amava gli extraterrestri e giocava con gli squali e i Tir assassini, è cambiato. Sembra essersi accorto che Schindler’s list non era ieri, è oggi. Soprattutto è il suo personale status di artista ricco e famoso a inibirlo, riempiendolo di sensi di colpa. Così prende un classico dell’avventura e lo raffredda, gli toglie ogni emozione epica. Bollywood e Zombiewood hanno la mano pesante, duellano, amano, tradiscono, ammazzano, lottano, esultano. In tutta La guerra dei mondi, invece, un eroe popolare come Tom Cruise uccide solo un terrestre sfigato e quando muoiono gli alieni quasi si commuove. Sembra dire che le nostre colpe sono tanto grandi che abbiamo il diritto di uccidere solo quelli come noi. Gli altri hanno il diritto di essere turpi e crudeli, noi no.

Il cerchio si chiude. A forza di coincidenze. Nel romanzo La guerra dei mondi, H. G. Wells diceva che nessun invasore può davvero sottomettere un popolo libero, e lo scriveva contro la Compagnia delle Indie, i cattivi di The rising, il film presentato a Locarno. La guerra dei mondi divenne il simbolo della paura di un’invasione in America, quando alla radio lo riprese Orson Welles, il cui talento viene celebrato appunto a Locarno. E i morti viventi che c’entrano? Beh, c’è un popolo spinto dalla fame che invade, lacero e malridotto, il centro ricco di un mondo governato da capitalisti corrotti, difesi da soldati dubbiosi che fanno saltare le teste del nemico e si chiedono che senso abbia davvero questa strage. Vi dice niente?

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