Condividi su facebook
Condividi su twitter

Le letterature di Gavoi

di

Data

Sono gli ultimi giorni del Giugno 2005. Nel cuore della Barbagia tra il verde scuro della garriga, Gavoi, nel prospetto delle sue case, si mostra come una goccia di latte che cola sul ventre della collina

Sono gli ultimi giorni del Giugno 2005. Nel cuore della Barbagia tra il verde scuro della garriga, Gavoi, nel prospetto delle sue case, si mostra come una goccia di latte che cola sul ventre della collina: l’odore del latte lo puoi sentire dolce, dalle esalazioni de is lapiolusu, le caldaie di rame sulle quali il latte viene fatto riscaldare per produrre il fiore sardo, un formaggio il cui riverbero è sussurrato dal profumo delle mense gavoesi, come il riflesso lontano di una pietra bianca.

Il ventre della collina è gravido di persone e dei loro pensieri. Sono arrivate da diverse parti d’Italia e della Sardegna, un esodo che ha portato oltre un migliaio di mondi personali tra scrittori, editori, lettori, critici ad abbeverarsi del magma bianco di Gavoi. Si ara e si semina durante l’anno per permettere che il fiore della letteratura si schiuda in questo comune che conta poco più di tremila abitanti. Quando arriva il momento di cogliere i fiori e i loro colori nelle parole scritte, la popolazione del paese diventa quella di una piccola Atene part-time, abitata per oltre un quarto da intellettuali, per il resto da personaggi che ti guardano sempre un poco diffidenti, ma che nel momento della necessità mettono a disposizione la loro stessa dimora: esauriti i posti letto nelle strutture ricettive, i professionisti della narrazione sono stati accolti nelle case dai gavoesi, forse per un risveglio di orgoglio dell’ospitalità sarda o per un riscoperto amore per la letteratura. Il Festival di Gavoi è iniziato il primo Luglio, ma forse è iniziato ogni giorno per tre volte. Ogni mattino si è ripetuto il ciclo della nascita e della crescita della letteratura: la vita che si sviluppa dal ventre materno portando tracce di letteratura spontanea, cresce nei bambini, nel loro mondo tutto da raccontare e ideale; le braccia ideali di Formentini, Nava, Orecchia e Quarenghi si adoperavano nell’opera di maieutica di questo mondo immaginario e ricco di incanti, e, per tre giorni, la mattina, giovinezza e fanciulla della giornata, più spontaneamente che per esigenze di programma, si è sentita invocata e sussurrata dall’innocenza dei piccoli. Apprendere ha avuto un altro significato, liberandosi dalle gerarchie, dalla presenza del “maestro”, perchè tu puoi leggere Proust come Topolino, e conoscere tutti i classici latini, greci, babilonesi e indù ma la purezza del narratore la impari solo quando guardi gli occhi di un bambino che ti raccontano storie lunghe e nivee come le cotonose fibre bianche che nascono dai movimenti di chi avvolge il bastoncino nello zucchero filato. Adulti e bambini si dissetano dello stesso bicchiere trasparente dell’innocenza, intrisi gli uni degli umori e delle parole degli altri.

L’innocenza della prima mattina la trovavi successivamente, quando il sole già era alto e l’aroma del sudore si insinuava tra gli astanti, ridotta, oppure nascosta tra uomini adulti, talvolta nelle teste imbiancate dall’esperienza, in un’ espressione di lontana sicumera che poteva tradire la paura o la solitudine del successo, oppure manifesta, mentre brandiva con un sorriso il suo vessillo scintillante, quello dei denti del sorriso dei bambini; l’innocenza si faceva strada attraverso la bocca di Ammaniti – bisogna scrivere sotto la pelle, bisogna che le parole d’amore si fondano con i nervi, che frasi luminose ci illuminino l’encefalo – in Fofi si scaldava nel sangue vissuto e agitato del profeta iroso dello “Straniero”, parlava con Tecla Dozio in un balcone attraverso le frasi di Joe Lansdale. L’innocenza di Lansdale non è quella del bambino Stanley Mitchell Jr., io narrante della Sottile linea oscura, hamburgerofilo, quasi cinocida, sessuofobo, ma quella reale, vivente nella carne pulsante, tangibile, dello stesso divoratore di ogni cosa leggibile dal porno a Faulkner, la cui bocca schiuma di copiosa bramosia narrativa quando può raccontare delirante le sue astrazioni spaziando su qualunque argomento, come anziano bambino in un parco giochi di sterminati mondi nel cosmo letteratura. L’ etilismo letterario nell’opera di Ragagnin ed Emmert è stata una blanda ma divertente regressione dall’innocenza che ha portato gli astanti all’incontro con la follia reale e le bottiglie esplosive dell’Unabomber di Mauro Covacich, specchio rigato riflettente immagini spezzate, contorte, talvolta rotto in schegge appuntite che dilaniano la pelle delle orecchie di chi ascolta attonito. Grida di follia e bombe non erano state ancora assorbite dall’ambiente durante la conversazione con Marino Sinibaldi che la figura di Covacich svaniva in luogo di quella di un ragazzo la cui barba poteva essere quella di un profeta laico: il fragore delle esplosioni e delle urla rimbombava stavolta dalle miniere sarde di Montevecchio, mimate dalle parole di un attore teatrale, e il clamore giungeva più sordo dall’entroterra, come un pensiero molesto avvertito da un folle, magari “non più immobilizzato fisicamente ad una sedia, ma dagli psicofarmaci”, introducendo con immagini opache il dolore, l’incertezza di vivere e qualcosa che se ne va ma continua a farti compagnia: gli scrittori, Ascanio Celestini che ha appena parlato e i lettori, hanno condiviso lo stesso luccichio negli occhi, viaggiando, sentendo le sensazioni di persone che dalla carta dei libri si sono riflesse nelle parole e nell’anima di chi leggeva e ascoltava, una condivisione piena, paritaria nello scambio tra tutti; si dileguano i profeti e si svuotano gli auditori, il giardino comunale del paese cade lentamente nel buio, la Chiesa di S. Antioco riprende le sue funzioni, le luci della casa Maoddi si spengono, ma i colori delle immagini evocate dalle parole non svaniscono, se ne sente ancora l’eco quando dai le spalle alla piana di Gavoi per tornare a casa, alle parole dei tuoi libri. Le tre giornate si sono concluse simultaneamente, il magma bianco della letteratura è rientrato nello spirito dei narratori, la goccia di latte è stata riassorbita dal ventre della collina fecondandola per una nuova semina: manca solo un anno all’edizione del 2006.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'