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I cavalli senza nome di Luiz Ruffato

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Assistere alla vita di altri e cibarsene tutti insieme è un abituale passatempo. Un giornaliero, spensierato cannibalismo

Assistere alla vita di altri e cibarsene tutti insieme è un abituale passatempo. Un giornaliero, spensierato cannibalismo che trasforma tradimenti e disincontri, delusioni e successi in digeribili diversivi. Una perversa comunione, un sacramento capovolto che appassionano la nostra vita di spettatori tv. E ci mandano a dormire con una facile comprensione delle cose ed una coscienza emozionata. Eles eram muitos cavalos percorre una scelta opposta e ci scaraventa, senza alcuna premessa tranquillizzante, tra le vicende di convulsa quotidiana violenza e ingiustizia della città di São Paulo, in un giorno qualsiasi, il 9 maggio 2000.
Il libro di Luiz Ruffato raduna frammenti come cocci del quotidiano di São Paulo e ci obbliga a chinarci per raccoglierli, ferendoci le dita con storie vissute da persone assolutamente anonime, che tornano subito a scomparire nel caleidoscopio, senza celebrità, né giustizia, né riconciliazione. Tutto il libro consiste nell’alternanza selvaggia di settanta flash in cui le persone appaiono in tutta la loro fragilità, ritrovano il diritto a uno zoom, a un istante di attenzione alla propria storia. Parlo di Eles eram muitos cavalos, facendo riferimento alla versione originale, perché è l’unica che abbia letto e non cito invece l’edizione italiana, che non conosco direttamente.

Con la cura artigianale da operaio tornitore meccanico, professione che l’autore ha svolto per un periodo, Ruffato sceglie di cesellare narrativa-mosaico, di diventare operaio della parola. Dichiara: Voglio mostrare la vita del lavoratore urbano. Luiz Ruffato tenta di restituire il primo piano alle soggettività, a tutta quella emozione lancinante cancellata dal rumore urbano. Di particolare pregio è il linguaggio innovativo, flessibile, capace di riprodurre ed evocare gli elementi del vivere abitualmente emarginati dalla letteratura, alternare momenti alti alla molteplicità assordante di messaggi che continuano a bombardare anche quando l’esperienza flagella e richiederebbe silenzio, intensità, presenza e concentrazione. Corporeo, tremendo, convulso, ci fa ascoltare le voci come oltre una parete, ci mostra accozzaglie di cose come reperti ritrovati dopo un terremoto che sorprende senza il tempo per intervenire in un aiuto; ci suggerisce un respiro, l’odore di una pelle, il tono di una voce, ci fa condividere gesti e pensieri, sfiorare un’esistenza e subito via. Li attraversa e li cancella come la città cancella. Corpi attraenti, in disfatta, sofferenti, in preghiera, eccitati, in festa. Lo stile altamente sperimentale di Ruffato è eclettico, mobile, crea una lingua estremamente duttile e accuminata.

L’uso abile della lingua permette a ciascun io narrante di esprimersi in modo coerente con il proprio temperamento, ambiente, stato d’animo e punto di vista. Aspetto che assume particolare rilievo perché quasi tutti i personaggi di Eles eram muitos cavalos parlano in prima persona, hanno su di sé per un minuto la telecamera di un testimone attento, amoroso cui consegnare il proprio segreto. Pochi i dialoghi in cui è il contesto stesso a definire i personaggi, a conferire loro una consistenza più ancora delle frasi pronunciate. Un’eccezione è la conversazione a quattro in un locale per scambisti, dove due coniugi cercano paradossalmente reciproca rassicurazione.

Eles eram muitos cavalos di Luiz Ruffato è dedicato alla poetessa Cecilia Meireles e si apre con i suoi versi, estratti dal Romanceiro da Inconfidência. Perfino il titolo è un omaggio al romance della Meireles, alla scelta d’impegno sociale espressa in quest’opera, tutta dalla parte dell’autonomia del popolo, e alla scelta della forma, rivisitazione novecentesca della tradizione iberica. Il romance, forma colta di poema di carattere epico lirico in versi ottosillabici, trova la sua matrice nei cantari epici di tradizione orale, composizioni popolari anonime tramandate dai giullari e diffusi tra il popolo. Forma che fu riscoperta dal romanticismo spagnolo. I versi dell’originale romance iberico erano anonimi e basati su fatti epici e leggendari di tradizione orale. Questo è il motivo dell’originaria scelta non solo di Cecilia Meireles ma anche dell’omaggio di Ruffato, che adotta uno stile tra la poesia e la prosa, una prosa poetica intersecata da voci, onomatopee, rumori, documenti, trasmissioni radio inserite per registrare, testimoniare, documentare le comuni storie dei suoi concittadini e quindi trasformarle in leggende metropolitane. Il poema scelto per dare il titolo alla sua opera è un verso tratto dal romance VXXXIV, dedicato ai cavalli dell’Inconfidência:

Erano molti cavalli,
Ma nessuno ne conosce più il nome,
il mantello, l’origine
E andavano tanto in alto, e andavano tanto lontano

Cecilia Meireles

Chi si ricorda dei cavalli che hanno condotto i ribelli, qualcuno sa come fossero? Chi ne conosce il mantello, il nome, la vita? Luiz Ruffato dà un luogo, un corpo, un profumo, la consistenza dei desideri ai suoi sconosciuti compagni di strada. Dove sono e cosa fanno i milioni di sconosciuti che si affannano per le vie di São Paulo?
Come un onesto cantore popolare, registra le voci della megalopoli São Paulo nel cui inquinamento acustico tutto si confonde e si fa rumore, disturbo, in cui ogni soggettività è sovrastata dall’incalzare di un ritmo vorticoso. Sceglie di farlo con un montaggio convulso di grande creatività linguistica capace di rendere il ritmo del caos urbano. Riunisce tutto apparentemente alla rinfusa a comporre un quadro corale, una battaglia epica per la sopravvivenza, un murale o un graffite che racchiuda la voce di tutti, che si componga in un affresco urbano.
In fondo, poi, è vero. Angosce, attese, dolori, scelte e ingiustizie, quando condivisi, rendono protagonisti.

Luiz Ruffato, è nato a Cataguases, Minas Gerais, nel 1961
Giornalista, saggista e scrittore, ha al suo attivo la pubblicazione di raccolte di poesia e di racconti che hanno riscosso notevole successo di critica. Eles eram muitos cavalos, ha vinto i premi Machado de Assis e APCA , Associação Paulista de Críticos de Arte.

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