Condividi su facebook
Condividi su twitter

Russel Banks – L’angelo sul tetto (Einaudi Stile Libero)

di

Data

Il sogno americano non abita qui. Questo potrebbe essere il sottotitolo dei bei racconti di Russell Banks (L’angelo sul tetto, traduzione di Norman Gobetti, Einaudi stile libero...

Il sogno americano non abita qui. Questo potrebbe essere il sottotitolo dei bei racconti di Russell Banks (L’angelo sul tetto, traduzione di Norman Gobetti, Einaudi stile libero, p. 223, e. 10,00). Ne sono protagonisti uomini e donne che vivono alla periferia degradata dell’american dream. Qui non si parla di successo, di belle donne, di competizione esasperata, di guerre e bombe intelligenti. Qui c’è solo diperazione e malinconia. Amarezza e piccole gioie sospese sulla banalità del vivere. Quelle che descrive Banks sono case dozzinali, macchine dozzinali, vestiti dozzinali. E piccoli sogni, anch’essi dozzinali (come quelli della madre dello scrittore) che servono alla gente per continuare a portare il peso di una vita che non è andata proprio come ci si aspettava. Se volete un consiglio, leggete questi racconti mettendo sullo stereo Nebraska di Bruce Springsteen. È tutta un’altra America.

Stacy non aveva alcuna intenzione di raccontare a Noonan che quando aveva diciassette anni era stata colpita da un fulmine. Di rado l’aveva raccontato a qualcuno, e mai a un uomo da cui si sentisse attratta o con cui sperasse di andare a letto. Sempre, all’ultimo secondo, suonava una sveglia al centro del suo cervello, e lei cambiava argomento, faceva una domanda tipo: “Come sta tua moglie?” oppure “Ti fai un altro bicchiere?” Faceva la stagione estiva come barista nel locale di Noonan, un’ampia costruzione di tronchi con l’entrata principale e la porta della cucina che davano sulla strada, una sala con tre grosse finestre sul retro, e una grande terrazza di sequoia protesa sul cortile per godere la vista dei tramonti sulle Adirondack Mountains. L’insegna diceva Ristorante Noonan, cucina casalinga, ma di fatto non era che una bettola, un bar frequentato – eccetto nella stagione sciistica o nei weekend estivi, quando qualche ignaro turista di passaggio con figli al seguito si fermava a pranzo o a cena – per lo più dai bevitori pesanti dei vari villaggi delle vicinanze.
La sera in cui Stacy raccontò a Noonan del fulmine fu anche la sera in cui gli sparò e lo uccise. Aveva preso in affitto una baita a un prezzo da bassa stagione in uno dei villaggi, e avrebbe lavorato per Noonan solo finchè non fosse arrivata la neve invernale dal Quebec e dall’Ontario. Di solito da maggio a novembre serviva a tavoli o stava al bancone in uno dei ristoranti della zona, e per il resto dell’anno insegnava sci alpino sulla Whiteface Mountain. Quello era il suo vero lavoro, la sua professione. Aveva i capelli biondo cenere e l’aspetto florido di una ragazza delle pubblicità degli sport invernali: alta, spalle larghe, muscoli tesi, mascella squadrata e zigomi alti. Nonostante le apparenze, però, lei si vedeva come una ventottenne qualunque, una ex atleta, più ex che atleta. Otto anni prima era capitano della squadra di sci di discesa della St. Regis University, che disputava il campionato nazionale, ancora una matricola e già una star. poi durante il campionato regionale aveva azzardato troppo nello slalom gigante, e aveva fatto una spettacolare, disastrosa caduta, spappolandosi la coscia sinistra. Il video degli ultimi dieci secondi della sua caduta veniva ancora mostrato nella sigla di apertura dello sport nei notiziari serali di Plattsburgh.
Un anno di fisioterapia, ed era tornata al college e sulle piste, ma aveva perso la sua audacia e, con essa, l’interesse per il college, così prima della pausa autunnale aveva mollato. (…) Nel corso del tempo aveva vissuto brevemente con tre uomini di fila, uomini del posto intorno ai trent’anni, uomini che lei definiva perdenti anche quando ci viveva ancora insieme: tipi di poche parole con barba e coda di cavallo, pick-up pieni di ruggine e grossi cani con la bandana legata intorno al collo. Per il resto, e per la maggior parte del tempo, aveva vissuto sola.

Era tardo agosto, un giovedì, la Sera dell’Aragosta. Il locale era ancora vuoto, e lei e Noonan erano in piedi fianco a fianco dietro il bancone, e osservavano l’acquario delle aragoste. A giugno Noonan, che cucinava di persona tutti i piatti, aveva avuto un’idea per attrarre una clientela più di classe e nello stesso tempo semplificare il menu: offrire durante la settimana alcune serate a tema, che pubblicizzava con una lavagna appesa all’insegna del ristorante. Il lunedì divenne la Sera Messicana, con margarita da un dollaro e riso e fagioli rifritti a volontà. Il martedì era la Sera Fegato e Cipolle. Il mercoledì era la Sera delle Pannocchie Fresche del Posto, anche se, fino a metà agosto, le pannochie non venivano dai campi sugli Adirondack ma dal New Yersey e dalla Pennsylvania, e Noonan se le procurava al supermercato Grand Union di Lake Placid. E il giovedì – quando la gente del posto di rado mangiava fuori, e quindi aveva bisogno di essere attratta da qualcosa di davvero speciale – venne designata la Sera dell’Aragosta. I fine settimana, poi, non avevano bisogno di promozione. (…)
Nei villaggi dei dintorni, il giovedì divenne la serata favorita per andare a mangiare fuori, e ben presto Noonan dovette raddoppiare la sua ordinazione settimanale, affollando l’acquario, e facendo della Sera dell’Aragosta quasi un atto di clemenza nei confronti di quelle povere creature ammassate l’una sull’altra.
– Dovresti prenderti un acquario più grande, oppure non comprarne così tante, – disse Stacy.
Noonan rise. – Stace, – disse. – Confronto alle scatole di cartone in cui stavano prima, l’acquario per loro è un paradiso. Quattro giorni a nuotare lì dentro, in pratica è come se fossero appena pescate -. Le posò una mano pesante sulla spalla e le picchiettò la punta delle dita sulla clavicola. – E in ogni caso non si accorgono neanche della differenza. Sono più insensibili dei pesci, lo sai.
– Non si può mai sapere quello che provano o non provano. Magari prima di morire vanno fuori di testa, imprigionate in quel modo. A me di sicuro accadrebbe qualcosa del genere.
– Sì, be’, io non ti seguo, Stace. Cercare di immaginarsi cosa sente un’aragosta! Guarda che se non fai attenzione mi diventi vegetariana. (…)
– Lo sei mai stata? Vegetariana? – chiese Noonan. Picchiettò con una nocca sull’acquario, come per far segno a un’aragosta di avvicinarsi.
– Una volta. Quando avevo diciassette anni. Ho continuato per un po’, due anni, mi pare. Finchè mi sono fatta male alla gamba e ho dovuto lasciare il college -.
Lui conosceva la storia del suo incidente; tutti la conoscevano. Lei era stata un’eroina locale prima della caduta, e dopo era diventata una celebrità. – È dura continuare a essere vegetariana quando sei in ospedale. Così ho lasciato perdere.
– Meglio così. E com’è che avevi cominciato?
Fu allora che glielo disse. – Sono stata colpita da un fulmine.
Lui la guardò. – Un fulmine! Cristo! Stai scherzando? Come diavolo è successo?
– Come succede sempre, credo. Stavo facendo qualcosa. Per la precisione, salendo le scale per andare a letto, a casa dei miei genitori. C’era un temporale, e ho allungato la mano per accendere l’interruttore sul muro, e bum! Proprio come dicono, una saetta che ti stende sul colpo.
– Ma non ti ha ucciso, – osservò Noonan con tenerezza.
– No. ma certo avrebbe potuto. Si può dire che mi ha quasi ucciso.
– Ma non è successo.
– Certo. Ma ma è quasi successo. Il che è ben diverso da “non mi ha ucciso”. Capisci no?
– Sì, ma ora stai bene, vero? Non ci sono conseguenze. A parte la breve sbandata per il mondo vegetariano -. Le strinse la carne della spalla e sorrise caloroso.
Lei sospirò. Poi restituì il sorriso – le piaceva il suo modo di toccarla – e insistè: – Be’, mi ha cambiato molto. Sul serio. Un fulmine mi ha attraversato il corpo e il cervello, sono quasi morta, anche se è durato solo una frazione di secondo poi è tutto finito.
– Ma ora stai bene, vero?
– Certo
– Com’è, essere beccata da un fulmine?
Lei esitò un momento prima di rispondere. – Be’, ho pensato che mi avessero sparato. Con una pistola. Davvero. C’è stato questo rumore forte, come un’esplosione, e quando mi sono svegliata ero distesa in fondo alle scale, e papà e mamma erano in piedi sopra di me e mi guardavano come se fossi morta, e io ho detto: “Chi mi ha sparato, papà?” Ne sono rimasta ossessionata per un bel po’ di tempo. Ho cercato di scoprire se anche qualcun altro che conoscevo era stato colpito da un fulmine, ma non era successo a nessuno. (…) È strano, ma quando sei l’unica persona che conosci ad aver vissuto qualcosa che ti ha reso una persona completamente diversa, per un po’ è come se abitassi su un tuo particolare pianeta, come se tu fossi un veterano del Vietnam e non conoscessi nessun altro che è stato in Vietnam come te.
– Ora ci sono, – disse Noonan cupo, anche se lui in Vietnam non c’era stato.
– Però alla fine ti abitui. Poi scopri che anche la vita è così. Voglio dire, ci sei tu, e c’è qualcun altro. Solo che, a differenza di come succede alle altre persone, io l’ho capito in un lampo, non nel corso degli anni e in modo così graduale che non ti rendi neanche conto di quanto è vero.
– Quanto è vero cosa?
– Be’, che ci sei tu, e c’è qualcun altro, e che la vita è questo.
– Certo, questo lo capisco -. Distolse lo sguardo dell’acquario e fissò Stacy negli occhi azzurri. – È lo stesso per me. Solo che a me è successo per colpa di quel maledetto orso. Ti ho mai raccontato dell’orso che mi ha distrutto la capanna?
Lei disse: – No, Noonan. Non me l’hai mai raccontato.
– È lo stesso, come essere colpito da un fulmine e dopo sentirti un uomo completamente cambiato -. Era accaduto anni prima, disse, quando si trovava nel mezzo tra due matrimoni e beveva troppo e viveva nella sua postazione di caccia sulla Baxter Mountain, perché col divorzio la prima moglie si era tenuta la casa. Si ubriacava ogni sera giù in paese allo Spread Eagle o all’Elm Tree o al vecchio Dew Drop Inn, poi saliva in macchina su per la Baxter Mountain, parcheggiava il camioncino lungo la strada, perché la pista era troppo sconnessa anche per un quattro per quattro, e faceva a piedi i tre chilometri attraverso i boschi fino alla capanna. Era una baracca di un’unica stanza esposta alle intemperie, con un soppalco per dormire e una stufa a legna, e una notte, di ritorno dal villaggio, trovò la capanna devastata da un orso. – Un maschio giovane, ho immaginato, essendo primavera, un maschio cacciato fuori dalla sua casa. Proprio come me. Perciò mi sentivo piuttosto solidale con lui. Ma mi aveva distrutto la baracca in cerca di cibo e poi aveva sfondato la finestra per uscire, e sapevo che sarebbe tornato, così dovevo farlo fuori.
La sera dopo Noonan spense la lampada a cherosene, si inerpicò sul soppalco con una bottiglia di Jim Beam, il Winchester 30.06 e la torcia, e attese. Intorno a mezzanotte, come se stesse spazzando via una ragnatela, l’orso scardinò la lastra di poliuretano che Noonan aveva imbullonato sulla finestra rotta, si infilò nella baracca e si diresse verso l’armadietto che aveva svuotato la notte prima. Noonan, ormai mezzo ubriaco, accese la torcia, inquadrò l’orso nel bagliore della luce, e sparò, ma riuscì solo a ferirlo. Impazzito di dolore, l’orso ruggì e si alzò sulle zampe posteriori, agitando le zampe anteriori a destra e a sinistra, e prima che Noonan potesse sparare di nuovo, l’animale aveva avvinghiato una trave di sostegno del soppalco e l’aveva sradicata, abbattendo con essa varie altre travi, finchè l’intera baracca cominciò a crollare intorno a Noonan e all’orso ferito. La struttura non era molto solida, fatta com’era di vecchie tavole di scarto inchiodate alla bell’e meglio vent’anni prima, e mai ricostruita, mai rinnovata, e crollò sulla testa di Noonan con facilità. L’orso fuggì nella notte, ma Noonan restò intrappolato sotto il tetto crollato della baracca, impossibilitato a muoversi, con il braccio destro fratturato, e forse qualche costola incrinata. – È accaduto allora, – disse.
– Che cosa? – Stacy immerse due alla volta una dozzina di boccali da birra nell’acqua fredda, li tirò fuori e li ficcò nel congelatore per brinarli.
– Quello che hai detto tu. Che la mia vita è cambiata, Stace.
– Sul serio? E come? – Riempì i salini sul bancone.
– Be’, prima di tutto ho smesso di bere. Questo però è stato qualche anno dopo. Sono rimasto là sotto tutta la notte e parte del giorno dopo. Finchè non è arrivata questa donna, giovane, bella in cerca del suo cane smarrito. E, Stace, – disse, abbassando a un tratto la voce, – l’ho sposata.
Lei si appoggiò i pugni sulle anche e lo scrutò. – Davvero?
Lui sorrise. – Be’, sì, più o meno. In realtà la conoscevo già da molto tempo, e qualche volta mi era venuta a trovare alla capanna, diciamo così. Ma, sì, l’ho sposata…in effetti. E siamo stati molto felici. Per un po’.
– Uh-huh. Per un po’.
Noonan annuì, sorrise e le fece l’occhiolino. Poi le toccò un fianco con il suo e disse: – Devo preparare la cucina, Stace. Ne riparliamo dopo, se ti va.
Lei non rispose. Cominciò a stipare bottiglie di birra nell’oscurità del frigo, e quando alzò gli occhi, lui si era allontanato.

La giornata era stata serena, e a Oriente i ventagli di nuvole a bioccoli promettevano per la gente al Ristorante Noonan lo spettacolo di un delicato tramonto tardo estivo tra le montagne. Quella sera il locale era insolitamente pieno, anche per una Sera dell’Aragosta. Depressa da una precedente lite per questioni di denaro con la figlia incinta, Gail restò ben presto indietro con gli ordini, e dopo essersi beccata una strigliata, prima dagli affamati clienti in sala poi da Noonan in cucina, dove sette o otto luccicanti aragoste rosse aspettavano sui vassoi il proprio turno, ebbe una crisi e corse in bagno singhiozzando. (…)
La grossa mano di Noonan calò non vista dall’alto, come attraverso l’acqua buia, e andò a posarsi sulla sua. Lei si voltò, colta di sorpresa, e vide una faccia a pochi centimetri dalla sua, i grandi occhi marroni iniettati di sangue e la porosa pelle color pesca con i baffi neri che dondolavano come steli mozzati, le morbide caverne delle narici, le labbra rosse, i denti macchiati di tabacco, la lingua umida. Tirò via la mano e indietreggiò, mettendolo a fuoco in modo più appropriato e sicuro, con il bancone tra loro come una staccionata, che impediva a lui di entrare, o a lei di uscire, non sapeva, ma non aveva importanza, purchè restassero separati.
– Mi hai spaventato! – disse.
Lui si sporse sul bancone e sorrise indulgente. (…)
– Stace, appena hai un momento, vieni in cucina. Devo dirti una cosa -. Si voltò e subito si diresse verso la sala, bisbigliò qualcosa a Gail, forse offrendole con munificenza di andarsene a casa prima, pensò Stacy, per disfarsi dei testimoni, e prese una pila di piatti sporchi lasciata indietro da Timmy LaPierre. Mentre scompariva in cucina, Noonan lanciò un’occhiata a Stacy, e anche se un estraneo l’avrebbe considerato uno sguardo privo di espressione, lei lo accolse come se le avesse detto in tono basso e distaccato: – Stace, appena restiamo soli, te lo sbatto dentro. (…)
Quando entrò, Noonan era appoggiato contro il lavello, le possenti braccia nude incrociate sul petto, la testa abbassata: un uomo assorto in pensieri profondi.
Stacy disse: – Cosa volevi? – Restò sulla porta, tenendola aperta con un piede.
Lui scosse la testa come risvegliandosi da un colpo di sonno. – Cosa? Oh, Stace! Scusa, stavo pensando. A dire la verità, Stace, stavo pensando a te.
– A me?
– Sì. Chiudi la porta. Entra -. Sbirciò oltre il suo corpo in direzione della sala. – Come va Gail? Non è che sta di nuovo piangendo?
– No -. (…)
Lui si sporse in avanti, battendo gli occhi con aria maliziosa, e si guardò intorno come se non volesse essere sentito da nessuno. – Che ne dici se ci cuciniamo l’ultima aragosta e ce la dividiamo io e te? – Le rivolse un largo sorriso strofinandosi le mani. – Non dirlo a Gail. Faccio bollire la bestiola, tiro fuori la polpa, ci spruzzo sopra un po’ di limone e la metto in fresco per più tardi. Per noi due dopo la chiusura. Magari ci apriamo anche una bottiglia di vino. che ne dici? – Le si avvicinò, le mise un braccio sulle spalle e la guidò verso la porta. – Tu vai a prendere l’animale dall’acquario, io intanto faccio bollire l’acqua.
– No -. Si liberò dalla sua stretta.
– Ehi! Perché no?
– Così. No. Non voglio un tete-à-tete con il capo dopo la chiusura. Non voglio farlo con te, Noonan! Sei sposato, e mi dà fastidio che ti comporti così, come se non te ne importasse. O peggio, come se a me non importasse. Ti comporti come se il fatto che sei sposato a me non importasse!
Noonan era confuso. – Che cazzo stai dicendo? Chi ha parlato di farlo? Gesù!
Lei fece un respiro profondo. – Scusami, – disse. – Hai ragione. Non posso sapere che cos’hai in mente, Noonan. Davvero. Non so perché l’ho detto. Sono solo… spaventata, credo.
– Tu? Spaventata? Ah! – Era giovane e bella e sana, era un’atleta, una donna che avrebbe potuto scegliersi un uomo molto più giovane, più disponibile, più bello e più ricco di lui. Di cosa aveva paura? Non di lui, questo è sicuro. – Ragazzina, hai qualche rotella fuori posto, lascia che te lo dica -. Scosse piano la testa in segno di frustrazione e disgusto. Senti, non me ne frega un cazzo se non vuoi farmi compagnia in un, come cavolo l’hai chiamato, tete-à-tete. Peggio per te. Io l’aragosta la mangio lo stesso. Da solo! – disse, e varcò la soglia diretto alla sala. (…)
Prima che lei potesse uscire dalla porta, Noonan, scuro in volto per la rabbia, rientrò in cucina, con l’ultima aragosta nella mano grondante acqua. L’aragosta agitava debolmente le chele nell’aria, e la spessa coda rivestita dalla corazza si ripiegava su se stessa e scattava all’indietro in un inutile, patetico tentativo di scacciare Noonan. Ecco, a te l’onore! – disse Noonan a Stacy avvicinandole l’aragosta alla faccia. Con la mano libera, portò al massimo il gas del fornello sotto la pentola. – Hai mai bollito viva un’aragosta, Stacy? Oh, è uno spettacolo -. Le lanciò uno sguardo malizioso, ma arrabbiato. – Ti piacerà, Stacy, soprattutto come diventa scarlatta appena la butti nell’acqua bollente. (…)
– Ti attira, eh? – disse Noonan. – Te l’avevo detto che era uno spettacolo -. Le restituì il sorriso, quasi perdonandola per averlo giudicato così ingiustamente, e spostò l’aragosta al di sopra della pentola. Il vapore si levava a ondate intorno al corpo della creatura, che continuava a contorcersi, e Stacy stava lì a guardare, ammaliata, quando dalla sala si alzarono delle voci, esclamazioni e richiami a venire a vedere, in fretta, venire a vedere l’orso!
Stacy e Noonan si scambiarono uno sguardo, lei perplessa, lui con irritata rassegnazione. – Merda, – disse. – Questa è la serata più schifosa della mia vita! -. Lasciò cadere l’aragosta nel lavello vuoto e scomparve nella dispensa, per poi tornare in cucina qualche secondo dopo con un fucile fra le braccia. – Figlio di puttana, questa è l’ultima volta che quel bastrado viene a rovistare nella mia spazzatura! – dichiarò, e si diresse verso la sala, con Stacy che lo seguiva da presso. (…)
L’orso venne colpito in alto alla schiena, e un ciuffo di pelo nero volò via dal torace nel punto dove uscì la pallottola, e la folla nella sala esplose in un urlo: – Gli sta sparando! Oddio, gli sta sparando! – Una donna strillò: Ditegli di smetterla! – e i bambini cominciarono a piangere. Un uomo gridò: – Per l’amor di Dio, è pazzo? – Gail guardò con aria supplichevole Stacy, che si limitò a scuotere la testa, perché ormai non poteva fare nulla per fermarlo. Nessuno poteva. La gente urlava e sbraitava, qualcuno singhiozzava, e i bambini frignavano, e Noonan sparò una terza volta. Colpì l’orso alla spalla, e l’animale piroettò su se stesso, ancora in piedi, in cerca della fonte del suo terribile dolore, senza capire che avrebbe dovuto alzare lo sguardo, che l’uomo col fucile, a neppure cinquanta metri di distanza, era posizionato fuori dalla sua visuale e, a causa della sua estrema rabbia, a causa del suo rifiuto di essere impersonale in quella faccenda, era incapace di ucciderlo, e così continuava a ferire la povera creatura, nel torace, in una zampa, a sparargli sul muso, finchè l’orso si lasciò ricadere sulle quattro zampe e, incerto su quale direzione prendere, dapprima si lasciò scivolare giù dal pendio verso i boschi, poi, colpito alla schiena, si voltò e tornò ad avvicinarsi incespicando, sanguinante e sofferente, dritto verso la terrazza, dove Noonan sparò un ultimo colpo, questa volta colpendolo al centro della fronte, e l’orso crollò in avanti, come se fosse inciampato, e morì. (…)
Stacy spense una a una le luci del bancone e della sala, staccò la corrente all’insegna e chiuse a chiave l’ingresso principale. Quando aprì la porta della cucina, Noonan, in piedi all’estremità opposta del lungo piano di lavoro in acciaio inossidabile, alzò gli occhi e la guardò accigliato. (…)
– Otto cazzo di colpi mi ci sono voluti! – disse, masticando. – Sarebbe stato diverso se invece di quel merdoso calibro 22 avessi tenuto qui un vero fucile! – Indicò con un gesto di disprezzo l’arma appoggiata al piano d’acciaio, e con l’altra mano si infilò in bocca un altro pezzo di aragosta. Era paonazzo, e respirava con affanno. (…)
Stacy prese il fucile calibro 22 e lo osservò. Se lo mise in posizione di tiro contro la spalla destra e mirò lungò la canna alle falene svolazzanti intorno alla lampada fuori dalla porta a zanzariera.
– È ancora carico?
– Ce n’è ancora quattro, non giocherellarci -. Staccò le gracili zampette dal ventre dell’aragosta e le succhiò una a una, buttando poi i gusci vuoti davanti a sé.
Lentamente, Stacy spostò il fucile fino a puntarlo alla testa di Noonan. – Noonan, – disse, e lui si voltò.
– Già, certo.
Chiuse gli occhi e premette il grilletto e udì l’esplosione, e quando aprì gli occhi, vide, nel centro della fronte ampia e bianca di Noonan, un foro scuro grande come una monetina da dieci centesimi, che subito si espanse fino alle dimensioni di un quarto di dollaro, e il corpo massiccio di lui ebbe una scossa come se fosse stato attraversato da un lampo e si accasciò, e il volto sbalordito scomparve del tutto alla vista, e invece la nuca, e in essa un foro grande come un dollaro d’argento. Il corpo, come un grande sacco d’acqua gommato, rovinò a terra, ruotando su se stesso mentre cadeva e finendo piatto sulla schiena, con gli occhi spalancati di Noonan che fissavano lo scolapiatti sopra il piano d’acciaio. Il sangue sgorgò dal foro nel cranio spargendosi sul linoleum verde e formando una pozza rossa scuro che arrivò a lambirle i piedi.
Lei posò il fucile accanto a quel che rimaneva dell’aragosta e si diresse alla cucina a gas, dove la pentola d’acqua stava ancora bollendo, e spense la fiamma. Piano, come incerta su dove si trovasse, si guardò intorno, poi parve prendere una decisione, e si appollaiò su uno sgabello accanto al gigantesco frigorifero. Appoggiò la testa alla fresca porta di acciaio inossidabile e chiuse gli occhi. Mai nella sua vita, mai, Stacy aveva conosciuto il sollievo che provava in quel momento. E dal momento in cui era stata colpita dal fulmine non si era mai sentita così libera.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'