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Tornavo da un funerale, stretta nella pena per la perdita di un amico d’infanzia, negli occhi le scene ormai antiche di corse a perdifiato, risate, giochi robusti di quelli che ci inzuppavano di sudore e ci scalmanavano di felicità

Tornavo da un funerale, stretta nella pena per la perdita di un amico d’infanzia, negli occhi le scene ormai antiche di corse a perdifiato, risate, giochi robusti di quelli che ci inzuppavano di sudore e ci scalmanavano di felicità e tra le pieghe di quel libro di sole il foglietto che un giorno mi aveva dato lui in una pausa per riprender fiato con sopra scritto Roma e il suo invito ‘leggilo al contrario’ e il fiotto di emozione che mi aveva stordito e paralizzato. Avevo appena abbracciato la giovane vedova e i bambini muti e irrigiditi in uno strano insonnolimento e già l’ansia di dover rientrare in ufficio mi strattonava mentre con passi impellenti mi districavo nel traffico, scrutando la via in cerca di un autobus che grappoli di persone alla fermata aspettavano invano. Nell’assillo del tempo che scorreva accumulando probabili sanzioni e reprimende alla meta, a un tratto nel marasma delle auto colsi una sigla che campeggiava sul giallo: Asti 14. Saltai sul taxi senza neppure chiedere se era libero e in servizio. Il giovane uomo alla guida ebbe prima un moto di sorpresa poi di irritazione. Ma gli snocciolai l’indirizzo con tale urgenza e disperazione che si avviò senza aggiungere altro. Nella penombra protetta dell’abitacolo tirai fuori dalla borsa le sigarette e ne accesi una del tutto macchinalmente. Il taxista a questo punto sbottò in improperi stizziti. Fumava anche lui ma io avevo omesso di chiedergli il permesso e questo lo imbufalì. Mi scusai con tale distratta noncuranza da fargli subito sbollire la collera. Altro lungo e concentrato, separato, silenzio. Ad un tratto Asti 14 fissando lo specchietto retrovisore mi sconcertò con la domanda ‘Ha perso qualcuno?’Per una sorta di torsione emotiva io equivocai. “ Ma che dice? Mi lasci stare, non ho perso proprio niente.”” Ho detto qualcuno” Precisò Asti per amor di verità e con un tono che verteva già al disimpegno. Allora riacciuffai il senso della prima battuta e in quell’ insolito duetto fuori sincrono, feci retromarcia per arrestarmi,per così dire, sul passo precedente: presi nota che stavo piangendo e la sua domanda inattesa soprattutto per il tono di partecipe premura e quasi di affetto ora mi sconvolse aprendomi nel petto una diga di lacrime e parole. Non credo di aver mai parlato con tanta sincerità e fiduciosa certezza di essere compresa. Giunti alla meta la vista dell’austero portone, il pensiero di nuovo ansioso puntato sul mio prossimo interlocutore prevedibilmente irritato spezzò il breve e inatteso calore dello scambio che fu definitivamente concluso dal prezzo della corsa. Ma l’uomo mi sorprese ancora, esitò dicendo che avrebbe voluto parlare ancora con me. Lo disse con una tale disarmata sincerità ed assenza di implicazioni diverse da quelle che dichiarava, che io ne restai per così dire fulminata. E dalla folgorazione al desiderio di fuga non passò neppure un secondo. Non è possibile, fu la mia recisa risposta. Nei giorni seguenti tornai più volte col pensiero all’insolito incontro. La cosa che maggiormente mi interpellava era il fatto che non riuscivo assolutamente a ritrovare la fisionomia dell’uomo, il suo volto. E invece la voce tornava, il timbro prima aspro e poi dolce e affettuoso, venato di nostalgia e intessuto di una pena profonda solitaria, relegata nel silenzio. Mi sorprendeva che la mia provata e perfino nota memoria fisionomica, la capacità di memorizzare ogni volto anche solo intravisto per un breve istante in un giorno lontano, fosse così clamorosamente contraddetta. Certo, lo avevo visto per la maggior parte della durata della corsa di spalle, ma poi si era voltato e ne spiavo comunque gli occhi mentre gli rovesciavo sulla nuca un torrente di pensieri ricordi rimpianti. Non riuscire in alcun modo a ricostruire quel volto, disperare di poterlo mai individuare mi indusse a spiare ossessivamente le sigle dei taxi ogni volta che mi trovavo in strada. Il coraggio di chiamarne uno per telefono richiedendo espressamente quella sigla mi mancava. Non avrei saputo come giustificare la richiesta all’operatore, mi vergognavo, temevo di passare per una adescatrice, insomma arrossivo al solo pensiero. Una tarda mattinata, mentre mi dirigevo all’ufficio postale carica di raccomandate da spedire vidi in una intersezione di lamiere il baluginio del giallo e la sigla. La mia vista non è perfetta e sfuoca i contorni da lontano. Ma aguzzando gli occhi in un attimo fui certa: era Asti 14. Non pensai a nulla, furono le mie gambe a muoversi in lunghe e rapide falcate mentre io caracollavo come un fagotto zavorrata da borse e plichi la sciarpa che sventolava come una bandiera o una cometa alle mie spalle zigzagando pericolosamente tra auto in corsa lungo la strada in salita nel bel mezzo della carreggiata. Clacson rabbiosi e fischietti acuti e intermittenti erano alle mie orecchie un rumore di fondo, molto più forte era il martellare del cuore nelle orecchie e nel petto della accanita fumatrice che sono. Grazie ai singulti del traffico riuscii col fiato mozzo e un colorito cianotico ad agguantare la portiera. Come la prima volta saltai a bordo d’un balzo. Ancora una volta mi accolse la sorpresa dell’autista ma anche lo spavento del passeggero, un composto ed attempato signore che esibiva diverse macchine fotografiche appese al collo alla stregua di monumentali e primitivi ornamenti tribali. Mi scusi, le chiedo scusa, excuse me, je suis navree, esordii per tentare di arginare quello che nel passeggero da sorpresa era diventato allarme: con occhi allargati dallo spavento l’anziano signore si era appiattito contro la portiera e stringeva disperatamente le sue macchine fotografiche che evidentemente temeva volessi strappargli. L’autista invece bloccò l’auto, scese con calma, aprì lo sportello dalla mia parte e mi ingiunse di scendere. Era un uomo spesso e robusto, dai modi letargici ma non perciò meno autorevoli e all’occorrenza minacciosi. L’unica cosa che pensai fu che la voce non era quella giusta. Lentamente raccolsi il mio voluminoso e composito bagaglio, scesi come ipnotizzata dall’auto e fissai la sigla ammutolita dall’imbarazzo e dallo sconcerto: Aosta 17.

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