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Tano D’Amico: i miei Maestri paparazzi

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Pubblichiamo volentieri un’intervista a Tano D’Amico, corredata da alcune sue foto, che ci ha gentilmente concesso

Per raccontare una storia con la penna esistono delle tecniche: il punto di vista, il ritmo ecc. Come funziona per la fotografia?

Non so per gli altri, penso che per ognuno sia diverso. Io se amo il lavoro che faccio, se non lavoro su commissione, se non lavoro per il cinema è perché vengo preso dai suggerimenti che mi danno gli avvenimenti, le persone, le cose. Ascolto quello che mi dicono, ascolto i loro gesti, le espressioni del loro volto e accetto che la realtà mi parli e tento di mettermi nel tutto delle cose. Ogni volta che ho cercato di immaginarmi prima quello che avrei visto dopo, quello che mi aspettava, ho sbagliato tutto, nel senso che la realtà è sempre stata molto più ricca. Per questo non potrei fare cinema, sarebbe freddo, cerebrale. A me piace la realtà perché è più ricca delle mie aspettative.

Quindi tu parti da un gesto, uno sguardo…

Anche da una cosa, come potrebbe essere il cielo…

Per uno scrittore è necessario immedesimarsi nei personaggi, anche nella fotografia è necessario un certo grado di partecipazione?

Esistono delle persone, tante, che non hanno detto niente con la scrittura, hanno scritto tanti libri ma non hanno detto niente. E’ così anche per la fotografia, tanti fotografi non hanno detto niente. Dire qualche cosa, anche piccola è difficile. I grandi autori, almeno quelli che piacciono a me, hanno approfondito sempre quella piccola cosa. Arricchire il genere umano, il lettore, lo spettatore per la fotografia, di una piccola cosa ma vera è già tanto. Manzoni, per esempio, con i suoi Promessi Sposi ha fatto proprio questo. Questo romanzo, che possiamo accettare o non accettare, ha delle parti avvincenti, belle. Delle parti dove si racconta la cronaca partendo dai tumulti, descrizioni di folle che lui deve avere visto. Anche nel grande cinema: Visconti è capace di ricreare avvenimenti di molto tempo prima perché li ha vissuti profondamente. Deve avere visto con i propri occhi gli avvenimenti del dopo guerra: le migliaia di persone che scendevano in strada, i conflitti, i contrasti con la forza pubblica.
Oggi purtroppo, nei giornali o nelle riviste, le fotografie non raccontano niente. Possono essere usate per privare il genere umano della consapevolezza che ci si può parlare. Obbligano le persone a guardare quelle foto e a essere passivi.

Quindi c’è comunque bisogno di immedesimarsi…

Secondo me si. Bisogna immedesimarsi nelle persone, sia nel cattivo che nel buono. Ho appreso questo dai miei maestri, quelli che venivano chiamati paparazzi. Mi hanno insegnato a essere umile e ho imparato a conoscere i caratteri degli uomini, delle persone.

Anche la scelta della pellicola, se in bianco e nero o a colori, dipende dalla storia che si vuole raccontare?

Non è la scelta della pellicola, la scelta del racconto, della vita. Il colore è un linguaggio. Il cinema, il teatro, la pittura può usare il colore per raccontare, ma se racconti la realtà un linguaggio non può dipendere dal caso. Nel cinema puoi ordinare agli attori di vestire in un certo modo ma nella fotografia abbandonarsi al colore, a una composizione casuale, significa disgregarsi dalla realtà, per questo io uso il bianco e nero

Cioè…

Da me dipende la scelta degli angoli delle membra, delle pieghe dei vestiti, ecc. ma non sono padrone dei colori e tante volte il colore distoglie dalla cosa che voglio raccontare. Se fossi un pittore lo utilizzerei ma non essendolo non posso abbondarmi a un linguaggio che dipende dal caso. Io amo molto il colore ma non posso utilizzarlo.

Per fare delle foto che tocchino la sensibilità delle persone il fotografo stesso deve possedere una certa sensibilità, esiste un modo per svilupparla?

Io amo le immagini perché, al di là del racconto che compongono, sono come delle lastre, molto più delle persone che vengono rappresentate, sono delle lastre dell’anima di chi le fa, in pratica dimmi che immagini fai e ti dirò chi sei. Mi sono spesso imbattuto in persone che dicevano di volere un mondo diverso, poi andavi a vedere le loro immagini e ti accorgevi che volevano la banalità del presente. Altri volevano un modo diverso di vivere e cercavano, con molta fatica, le immagini che lo rappresentassero: io ritengo, almeno mi illudo, di far parte di questa seconda categoria. Se uno vuole parlare con le persone e ci tiene a dire qualche cosa, deve affinare il suo linguaggio. Io ho avuto la grandissima fortuna di avere avuto tantissime difficoltà. Hanno tentato parecchie volte di zittirmi e questo mi è servito a depurare le mie immagini, ad affinare il mio linguaggio. Una volta un ente pubblico voleva comprare parte del mio archivio, una persona si oppose dicendo che le mie foto erano degli oggetti contundenti. Mi piace pensare che le mie immagini siano come sassi levigati dalla corrente di un fiume, molto più adatte a colpire. La sensibilità, quindi, si affina semplicemente vivendo.

Personalmente vado spesso alle manifestazioni e vedo tantissimi giovani che scattano fotografie, le foto che vedo però sono tutte uguali e quello che è il cuore della manifestazione non si vede…

Cito un pittore bizantino “un’ immagine che vale per il visibile che c’è in essa non vale niente, un’ immagine vale per l’invisibile che c’è in essa”. Un’ immagine vale per i pensieri che suscita, vale per il saper raccontare nelle linee dell’avvenimento le motivazioni dell’avvenimento, quello che c’è prima, che non è il grande flop delle immagini di Genova: una scelta tremenda di immagini. In quell’occasione si è perso la coscienza che le immagini devono saper mostrare le motivazioni, non soltanto dei giovani che si accapigliano con i carabinieri; devono saper raccontare che i carabinieri si sono scagliati contro il popolo. Le motivazioni non si possono raccontare con una visione passiva delle immagini, non ci si può limitare a raccontare quello che succede in quel secondo, senza una scelta umana. Ci dobbiamo ricordare che le immagini hanno aiutato l’uomo a diventare una bestia che pensa, che riflette, che ricorda, che ha dei sentimenti. Le immagini devono fissare anche queste cose astratte. E’ sbagliato secondo me dividere la pittura tra figurativa e astratta, tutta la pittura, almeno quella bella, è astratta e fatta di linee. Così tutte le immagini sono fatte di linee, di macchie, sono fogli di carta sporca. Esistono macchie che fanno pensare, esistono quadri astratti che fanno molto riflettere. La vera anima delle immagini è astratta come la vera anima degli eventi è astratta. Nelle immagini che mostrano la realtà ci devono essere le linee delle aspirazioni di tutto un popolo.

Non è facile

I maestri paparazzi mi hanno insegnato che se uno dentro di se sente delle cose vuol dire che quelle cose esistono e uno le può cercare con gli occhi in qualsiasi avvenimento.

Per uno scrittore ci sono dei libri che non può fare a meno di leggere, e per i fotografi?

C’è una lirica cinese che mi piace molto. I poeti cinesi erano i più colti, quelli che poetavano alla corte dell’imperatore e per andare avanti un poeta doveva sostenere degli esami per dimostrare la sua erudizione. Un giorno un gruppo di poeti stava dilettandosi su una barca su un lago, con loro c’era un prigioniero di guerra tartaro. Per dileggio i poeti chiedono al prigioniero di raccontagli della sua patria. Il tartaro racconta della sua terra, parole bellissime, di un cielo teso come una tenda grigia. I poeti sentono queste parole e le includono nella loro raccolta di versi. Si parla di 3000 anni fa però io penso sia valido ancora oggi.

Come ti poni davanti alle nuove tecnologie che si possono utilizzare nella fotografia?

Io penso che ogni possibilità tecnologica possa arricchire gli uomini, non è detto che li arricchisca. Di per se le cose, qualsiasi cosa non è ne buona ne cattiva: dipende da l’uso. La televisione potrebbe arricchire l’uomo, ma non mi sento di dire che il tubo catodico libera o rende schiavi gli umani, non è vero, è sempre l’uomo che può esercitare amore o oppressione. Noi vediamo che convivono una quantità enorme di strumenti cattivi, come la bomba atomica, che seppur di molto più tecnologicamente avanzata non ha soppiantato il bastone. Si diceva che il teatro avrebbe cancellato la bellezza della vita reale, si diceva che la televisione avrebbe soppiantato il cinema, si diceva che la fotografia avrebbe ucciso la pittura, eppure queste cose non sono successe.

Come si fa a far diventare della fotografia il proprio mestiere?

Io ho avuto delle grandi fortune nella vita. Lo racconto sempre per onestà, io non volevo fare questo mestiere, ma all’epoca c’era una fame incredibile di immagini nuove. Quando uno mette in discussione un mondo si accorge che la prima cosa che gli va contro, che sono insufficienti, sono i modi di vedere, le immagini di quello stato di cose, quindi si comincia col voler cambiare le immagini. Ho ricevuto molte pressioni per iniziare questo mestiere; i miei amici, che facevano parte del movimento dell’epoca, mi posero davanti a un bivio: o inizi a fotografare o ci lasci. Io non potevo vivere senza di loro e iniziai a viaggiare per il mondo. Dovevo scegliere tra il nord e la Sardegna: optai per la Sardegna.

Ho capito, quindi quello fu l’inizio. Oggi è un po più difficile…

Oggi è difficile anche per me. Avrei meno speranze oggi di tanti anni fa. Nessuno conosceva le mie immagini eppure avevo lo stesso tenore di vita che ho oggi dopo tanti anni di lavoro. Quarantacinque anni fa ero molto meno precario che oggi.

Ci consigli un libro da leggere?

Ce ne sono tanti. In questo ultimo periodo della vita mi piacciono molto i racconti. C’è un racconto che mi ha colpito molto, di un autore minore, tra virgolette, Senso di Boito.

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