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Luiz Carlos Verzoni Nejar: un poeta gaucho

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Poeti a primavera. proprio in questi giorni l’ambasciata brasiliana ha presentato il volume di poesie di Carlos Nejar, Miei cari vivi

Poeti a primavera. proprio in questi giorni l’ambasciata brasiliana ha presentato il volume di poesie di Carlos Nejar, Miei cari vivi, pubblicato da Multimedia Edizioni, Salerno, nella traduzione italiana di Vera Lucia de Olivares con testo a fronte. Luiz Carlos Verzoni Nejar è definito anche poeta della pampa brasiliana, anche se l’autore non si è mai riconosciuto nella descrizione. Cosa ci fa, in traduzione italiana, un poeta gaucho? Intanto lo stato da cui proviene, Rio Grande do Sul, ha come capitale Pôrto Alegre, che è stata più volte la sede del forum del movimento no global, che di una diversa globalità, scambio di identità culturali e osmosi di tradizioni è diventata crocevia. Nuova fucina di miscellanea culturale, in una nazione che riconosce la propria ricchezza proprio nella mistura di provenienze e di culture, dialogo di differenze. Dopo il Brasile dalle profonde radici africane di Amado, e la narrativa ambientata nelle realtà metropolitane di Rio e San Paolo, il cuore della nuova letteratura brasiliana sembra pulsare in questa regione, nel sud del Paese. E sebbene la poesia rarefatta ed essenziale di Nejar non faccia pensare agli orizzonti del nomade a cavallo, atteso in penombra, nel patio della fazenda dalla sua bella, le radici dell’autore sono profondamente affondate nella sua terra.

Oltre all’amore per la lingua portoghese, molti gli impegni di solidarietà che gli hanno permesso di vivere in maniera corale, profondamente immerso nella collettività. Nejar ha esercitato per tutta la vita la professione di pubblico ministero e ha preso a cuore il suo mestiere. Oggi in pensione, Nejar mantiene una sua visione molto impegnativa del ruolo di magistrato. Il poeta sostiene che ci sia una necessità urgente di discutere un nuovo codice penale economico nell’ambito di Mercosul, unione economica tra Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay, e della Unione europea per evitare che si commettano crimini e abusi in materia di economia e globalizzazione. Nejar sostiene infatti che per un popolo non esista infatti subalternità più schiacciante di quella economica e che il sistema legale attuale manca di mezzi efficienti per districarsi nella trama della globalizzazione e del capitale. Così come prende a cuore il suo incarico nel Consiglio Nazionale dell’Educazione del Brasile. Convocato dal ministro della cultura perché ci vuole un poeta per lavorare alla riforma dei nostri insegnamenti, perché i poeti si prendono cura del linguaggio molto bene e molto bene curano il proprio popolo.

Tuttavia il linguaggio poetico di Nejar non è legato al contingente né alla politica. E’ piuttosto metafisico, tocca l’esperienza e la sensibilità con un tono sobrio e secco che si avvicinano all’eterno temerario oggetto della poesia: la sfida della morte e il desiderio di una vita di piena espansione, autentica, sperimentata in ogni sua emozione, animata da una ricerca di significati autentici ed originali, da una condotta etica. Alla ricerca dunque della voce più universale e trasversale alle culture. Poeta degli anni 80-90 è uno dei più giovani scrittori ammessi all’ Academia Brasileira de Letras, ed è stato indicato per il Nobel per la Letteratura. La sua poesia è caratterizzata da sofisticate scelte stilistiche e lessicali che costruiscono un linguaggio essenziale, asciutto, sobrio. La raccolta Miei cari vivi, ambientata in un tunnel, inizia invece con una poesia rivolta ai morti, che costituiscono la maggioranza di presenze. Anzi sembra che siano l’unica realtà nel maleficio del tunnel, l’unica maniera di esistere. La sfida è quella di attraversare il tunnel della morte, dove chi si aggira non è defunto ma è impantanato in un luogo di oblio. Nejar poi si rivolge ai vivi, a quelli che intravedono la realtà attraverso l’ utopia, perché solo così ci si riscuote dall’indifferenza, dalla morte apparente, attraverso sogni ricchi di fantasia e di calore. Il tunnel non è solo un luogo, ma quasi un’entità personalizzata che sembra assorbire l’energia e la sostanza di quelli che vi si rifugiano, rinunciando a vivere.

Quando si avverte di nuovo il pianto degli altri, si prova solidarietà e interesse, ci si è già ribellati al tunnel. L’esperienza di qualcosa di sacro e di vivo, esiste solo quando già si è già usciti dalla trappola delle consuetudini e dell’apatia. I ribelli, quelli che non si inquadrano nelle regole del tunnel, sono pochi, fragili e soffrono dolore e paura. Ma il loro dolore urlato è di quelli che non si rassegnano. Vogliono agire e esistere continuando a sognare, rifiutando di allinearsi alla violenza e alla paura.

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