Condividi su facebook
Condividi su twitter

Pete Dexter – Train (Einaudi stile libero)

di

Data

Il campo da golf. La pallina e le sue infinite variazioni sul prato erboso. Metafora della vita? Forse. Soprattutto l’occasione per un grande autore di scrivere un grande romanzo.

Il campo da golf. La pallina e le sue infinite variazioni sul prato erboso. Metafora della vita? Forse. Soprattutto l’occasione per un grande autore di scrivere un grande romanzo. Pete Dexter (Train, traduzione di Norman Gobetti, p. 308, e. 14,00) ci racconta la storia di Train, un caddy nero e di Mr Packard, un uomo bianco dal fascino diabolico (sembra la reincarnazione del Giudice dell’immenso Meridiano di Sangue di Cormac McCarthy). In mezzo altri personaggi e un ambiente (gli States del secondo dopoguerra) che la penna di Dexter ci restituisce con una straordinaria vividezza. Un America dove niente è ciò che sembra, e dove può capitare che sotto un prato da golf continui ad ardere un immenso incendio. Proprio come le frasi di questo romanzo che custodiscono la spietata legge della vita, legge a cui gli uomini cercano invano di sfuggire. Per poi ritrovarsi con le gambe a pezzi.

Il giorno in cui Train tornò al lavoro era un martedì, un mese dopo la sospensione. Mr Cooper era alla sua scrivania, concentrato su alcune lettere che stava leggendo. Nel locale c’erano due piccole finestre. In una c’era il condizionatore d’aria, sotto cui si era formata una pozza d’acqua, l’altra dava sul campo da golf, dove gli alberi erano diventati color terriccio e metà dei green erano infestati dai parassiti. Le chiazze si erano così allargate che ormai si fondevano l’una nell’altra, e tutta l’erba era scolorita. A perdita d’occhio tutto era morto o morente.
Mr Cooper prese tempo prima di dedicarsi a Train, come se la faccenda della sospensione fosse la sesta o settima cosa che aveva per la testa. Il che forse era vero. Anche Train aveva altre cose per la testa, soprattutto come fare a parlargli di Plural, che in un modo o nell’altro doveva portare al lavoro con sé.
Mr Cooper schiacciò la sigaretta, chiuse di colpo il registro, facendo volare la cenere fuori dal portacenere, poi si chinò in avanti e se ne accese un’altra. Il fumo sembrava salirgli su per il naso. Scrutò per qualche tempo Train, come se non riuscisse a fare mente locale, infine disse: – Vorrei solo assicurarmi che ci siamo intesi una volta per tutte. D’ora in avanti riferirai a Whitey tutti i tuoi spostamenti. Voglio che lei sappia sempre dove sei. Hai capito?
Train restò in silenzio, a guardare fuori dalla finestra, pensando a come avesse potuto Mr Cooper mettersi in quell’impresa senza avere la più pallida idea del modo in cui cresce la vegetazione, e magari neppure di come si costruiscono le case. Semplicemente era passato da una cosa all’altra, nella convinzione che un uomo che sa uccidere gli scarafaggi sappia anche fare qualunque altra cosa, ed ecco com’era andata a finire. Tutto il tempo che Train aveva dedicato a quel campo da golf non era servito a niente. Anzi, a meno di niente, dato che le cose ora morenti erano vive e vegete quando era arrivato Train.
Mr Cooper si voltò sulla sedia e guardò fuori dalla piccola finestra – che da parecchio tempo non veniva lavata – verso il primo fairway, i bulldozer che in lontananza stavano spianando un altro appezzamento di terra. Ogni tanto gli usciva dalla bocca uno strano rumore, come se si stesse succhiando il pollice. – Prima quei due ragazzi che si sono ammazzati ad accettate, disse, – e ora tu -. Train percepiva il tono di rimprovero, ma in qualche modo gli sembrava a sproposito. All’improvviso Mr Cooper tornò a voltarsi. Aveva l’aria mortalmente seria, come Gary Cooper quando tira fuori le pistole.
– Dimmi una cosa, – continuò. – ce l’avete nel sangue, voialtri? Dopo quella storia con quei due ragazzi, pensavo che tu rappresentassi l’altra faccia della medaglia. La verità, amico mio, è che pensavo di affidarti la gestione del campo in vece mia un giorno o l’altro. Ma poi è successa questa cosa. Cosa vi prende? C’è in voi qualcosa che vi fa tornare alle origini?
– La sospensione è finita. Per questo sono tornato qui.
Mr Cooper guardò Train come se lo avesse deluso, come se pensasse sul serio che Train avrebbe discusso con lui a proposito di “Ce l’avete il sangue?” Ma Train non fiatò, e Mr Cooper decise di lasciar perdere.
– Una faccenda di questo tipo ci può mandare in rovina.
Train annuì come se fosse d’accordo, come se gliene importasse.
– Però forse non tutto il male vien per nuocere, – continuò lui. – C’è una lezione da imparare. Forse qui abbiamo bisogno di una sorta di comitato di selezione, per assicurare ai compratori che accettiamo solo il tipo giusto di persone.

La mattina seguente, mercoledì, Train scese dall’autobus sull’angolo e si voltò tendendo la mano per aiutare anche Plural a scendere. Ormai lo portava in giro da abbastanza tempo perché il fatto di toccarsi le mani a vicenda sembrasse loro normale. Entrambi erano ancora freschi di doccia e rasatura, e indossavano abiti puliti. Si incamminarono verso il campo. (…)
A quel punto Train aveva deciso di non dire nulla di Plural a Mr Cooper, e nemmeno a Whitey. Aveva deciso di assumerlo per conto proprio.
Nel periodo della sua sospensione nessuno aveva badato ai macchinari nella rimessa. Al John Deere mancavano quasi tre quarti di olio, e le lame della falciatrice erano così poco affilate che non sarebbero servite nemmeno ad affettare l’insalata. Probabilmente a cercare di usarle si sarebbe stati sbalzati giù dal sedile. Diede a Plural una scopa, lo accompagnò sul retro della rimessa, poi dedicò un’ora al trattore; aggiunse olio al motore, affilò le lame e lo portò al sole fuori dalla rimessa.
Spense il motorino delle lame e attraversò tutto il percorso in senso inverso, dalla diciottesima alla numero uno, notando chiazze irregolari di erba sui fairway di ogni buca. Era come se qualcuno ci avesse fatto pascolare il bestiame. C’era trifoglio ovunque.
La polvere degli appezzamenti che Mr Cooper stava facendo spianare aleggiava nell’aria e si era posata sulle foglie di tutte le piante. Qualcuno aveva buttato oltre la recinzione un sacchetto di spazzatura sulla numero diciassette, e nessuno l’aveva tolto, e accanto al laghetto del sedicesimo tee c’era una carcassa di cervo. Doveva essere lì da una settimana; i coyote e gli uccelli si erano presi tutto tranne la spina dorsale e le zampe e il cranio. Il laghetto era coperto da quindici centimetri di schiuma. Train fermò il trattore per valutare quanto fosse grave la situazione, e nell’improvviso silenzio udì i bulldozer in lontananza che spianavano altri appezzamenti per i progetti di Mr Cooper. (…)
Train stava osservando degli avvoltoi che volteggiavano in cielo circa un chilometro a sud, domandandosi cosa fosse morto laggiù. Plural ridacchiò e disse: – Ecco, amico, una donna pronta a infiammarsi per te.
– Che donna?
Train si tirò su a sedere, con aghi di pino e pezzi di terriccio che gli cadevano dalla nuca e gli scivolavano giù per la schiena, e un momento dopo lei apparve sul sentiero che scendeva dalla roulotte, con la camicia infilata nel cinturone da cowboy e la pancia che ballonzolava come sempre. Camminava come se stesse spingendo una carriola. Piccoli passi saltellanti come se ci fosse quel peso a trascinarla giù per la collinetta. Train pensò che magari Plural l’aveva sentita prima ancora che uscisse dalla roulotte, che da come camminava doveva avere capito che era furiosa. Si domandò se i ciechi riuscivano a udire cose che nessun altro udiva. L’aveva sentito dire da qualcuno. Lei si fermò, in piedi sopra di lui, madida, cercando di riprendere fiato. Le piaceva incombere su di te quando ti parlava.
– Miss Whitey, – disse Plural.
Lei scosse la testa. Non le piaceva averlo intorno, e non ne faceva mistero. – Lunedì tiriamo giù quella grande quercia, – disse a Train.
– Quale quercia?
– Quella grande, accanto alla quindici.
– Quell’albero non dà fastidio a nessuno.
– Impedisce la vista dagli appezzamenti, – disse lei.
– La vista, – disse il cieco, – ci vuole la vista.
Train pensò che non era una buona idea che Plural si intromettesse. (…)
– Miss Whitey, io non sono capace di abbattere un albero del genere, – disse Train.
– Non ho mai detto che lo fossi. Mr Cooper ha assoldato della gente per tirarlo giù. Noi dobbiamo solo dare una pulita dopo. È questo che sono venuta a dirti, di metterlo in conto per lunedì.

I tre tagliatori arrivarono quattro giorni dopo su un pick-up di prima della guerra con le parole CIRURGI D’ALBERI dipinte a mano sulle fiancate. Train uscì a guardare, pensando che non poteva fare danno scoprire come si faceva a tirare giù un albero. A quanto pareva il primo passo consisteva nello starsene un po’ in panciolle all’ombra dell’albero stesso fumandosi qualche spinello.
I messicani ridevano e tossivano e chiacchieravano facendosi coraggio, e Train capì che come sempre Mr Cooper aveva assoldato i meno cari, e pensò che probabilmente il mese prima i “Tre cirurgi” erano imbianchini o elettricisti. I messicani decidevano che una certa professione suonava bene, e ci si buttavano a pesce. Quando nei quartieri sull’altro lato dei ponti si vedeva la targa di un dentista, questo significava un messicano con un paio di pinze. (…)
Trascorse un’altra mezz’ora e uno dei messicani – il più basso, dall’aspetto sembrava un tredicenne – prese una spessa fune dal pianale del furgoncino, se la caricò sulle spalle e si arrampicò fino a metà della quercia, guardando sempre più di frequente verso il basso man mano che saliva, ridendo con gli altri restati giù, poi legò la fune nel primo punto abbastanza stretto da potercela passare intorno.
Mentre scendeva dal tronco, gli altri due attaccarono l’altro capo della fune al paraurti del furgoncino e la tesero – a quanto pareva prima che il ragazzino si arrampicasse sull’albero come una scimmia nessuno aveva ancora deciso come procedere – poi i tre fecero i turni a una sega da manovrare in due che restava sempre più spesso bloccata man mano che si addentrava nel legno. Quando succedeva, il messicano che non era alla sega prendeva un’altra sega più piccola e faceca leva da sopra finchè la sega grossa si sbloccava. Poi si scambiavano tutti di posto e ricominciavano. Era un lavoro duro, si erano tolti le camicie e sudavano, e ogni pochi minuti facevano una pausa per fumarsi un altro spinello. (…)
Il rumore si addensò e rimbombò ed esplose come un temporale, e quando Train fu di nuovo sul posto, l’albero era coricato e occupava tutto il fairway da un capo all’altro, pezzi di rami frantumati erano sparsi dappertutto, e c’erano enormi solchi nel terreno dove i rami si erano schiantati e spezzati. Uno spunzone dentellato, alto due metri, sporgeva dal ceppo come l’ultimo dente rotto in una bocca gigante.
I messicani erano sul pianale del pick-up, a festeggiare. Il tronco dell’albero era caduto a non più di un metro dal furgoncino, con la fune ancora attaccata, e i messicani erano mezzi nascosti tra i rami e le foglie. Quello che era salito sull’albero guardò Train e sorrise, un tenue accenno di baffi sopra il labbro.
Mr Cooper e Whitey arrivarono pochi minuti dopo. Il messicano che aveva l’aria di essere il capo si alzò in piedi sul pianale del furgoncino e salutò Mr Cooper come se fosse la sua famiglia perduta, indicando con le mani come se Mr Cooper potesse non essersi accorto dell’albero che occupava tutto il fairway e mezzo furgoncino. – Veinte y cinco, senor, – disse.
– Col cazzo, – disse Mr Cooper. – Guarda che casino avete combinato.
– Sì, senor, disse il messicano tutto sorridente, – casino combinato -. E tutti sorrisero, fieri come una banda municipale. Poi il messicano disse di nuovo, in tono cortese: – Veinte y cinco, – e fece per stringere la mano a Mr Cooper, ma lui si girò dall’altra parte e si rivolse a Whitey.
– Buttali fuori di qui, – disse, – poi fai ripulire tutto -.
Guardò su per la collinetta verso gli appezzamenti lungo il fairway gli scheletri degli edifici che si stavano innalzando, probabilmente cercando di immaginare che aspetto avrebbe avuto visto da lì l’albero abbattuto. Era nervoso, come se all’improvviso avesse realizzato di non avere quasi più tempo.
Anche Whitey se ne accorse, e si voltò verso i messicani. – Fuori di qui, – disse, guardando verso il furgoncino. – Vamoose, hasta luego…
I messicani si scambiarono un’occhiata perplessa per vedere se qualcuno aveva capito cosa stava succedendo. – Vamoose, – disse lei, – sciò…
– Veinte y cinco, senorita, disse quello che aveva sorriso. E che ora non sorrideva più.
– Niente veinte y cinco, – disse lei, indicando l’albero, – avete distrutto tutto.
I messicani fecero spallucce, come domandosi cosa lei si aspettava che avrebbero fatto dei tagliatori di alberi. Come se adesso non fosse affare loro. Nel frattempo Mr Cooper percorse tutto il fairway fino all’altra estremità dell’albero per osservarlo da lì. Si mise in un punto sulla linea tra l’albero e gli appezzamenti sulla collinetta, ed esaminò la scena. – Buon Dio, – disse. – Chissà quanto ci vorrà.
– Me ne occuperò subito, – disse Whitey. (…)
Gli ci vollero due giorni – a Train, Plural e Lester – per tagliare i rami dell’albero, poi segare il tronco in pezzi che potessero essere portati via col trattore. E un’altra intera giornata per trascinare i rami più grossi e poi rastrellare i pezzi di legno sparsi per tutto il fairway.
I tre messicani arrivavano tutti i giorni, se ne stavano seduti nel loro furgoncino ammaccato, fumavano i loro spinelli e guardavano gli abusivi che li avevano rimpiazzati. Aspettando i propri soldi. Mr Cooper li vedeva ogni volta che andava a controllare il procedere dei lavori, e una volta Train lo sentì dire a Whitey che aveva già avuto a che fare con quella gente, che se li si lasciava aspettare alla fine avrebbero dimenticato il motivo per cui erano lì e se ne sarebbero andati. Ma Train sapeva che non era vero. I messicani erano imbattibili nell’aspettare, alla fine Mr Cooper avrebbe dovuto pagarli o chiamare la polizia. (…)

Lunedì mattina Whitey arrivò presto per dire a Train che i messicani avevano lasciato un ceppo troppo grande, e che Mr Cooper voleva che venisse livellato al suolo. Mr Cooper aveva già rimandato due volte la visita degli investitori, e ora erano attesi per venerdì, e per quel giorno voleva che tutto fosse sistemato.
Plural sorrise sentendo quelle parole, poi fece uno dei suoi versi, come se si fosse appena seduto a tavola per il pranzo domenicale. Whitey si voltò verso di lui, innervosita, e disse che per sua informazione lei trattava con Train e certo non con lui. Plural si limitò a sorridere e a scuotere la testa.
– Quell’uomo mi confonde con i suoi arnesi, – disse.
– Cosa sta dicendo? – disse lei.
Train disse: – Che non tirerà giù il ceppo.
– Digli di farlo, – disse lei. – Digli che io e Mr Cooper abbiamo sopportato troppo a lungo questa scusa della cecità, che è ora che faccia qualcosa di utile per noi.
– Dille che lui si è dimenticato di pagarmi, – disse Plural a Train, con un tono di dileggio nei confronti di Whitey, anche se non si poteva mai essere del tutto sicuri delle sue intenzioni. – Continua a dimenticarsene da quando sono qui, lascia che te ne fai carico tu, e mi confonde gli arnesi.
Lei guardò Train, non aveva idea di come Train avesse sistemato la cosa.
– Non tirerò giù nessun ceppo per un uomo che mi tratta in questo modo, – Plural, ora rivolgendosi a lei. – Lo dico per il suo bene, è meglio che tenga d’occhio i suoi polli.
– Allora, quanto vuoi? – disse Whitey. – Per tirare giù il ceppo, quanto vuoi che io dica che vuoi?
Plural ci pensò su, come stesse facendo i conti a mente. – Seicento dollari, – disse.

La mattina dopo Whitey arrivò alla rimessa nel suo pick-up e disse a Train di riempire di benzina un bidone e di caricarlo sul pianale. Andarono alla quindicesima e lei parcheggiò accanto al ceppo. Era largo due metri e mezzo e alto sessanta centimetri, più lo spunzone. – Mr Cooper ha deciso di bruciarlo, – disse lei.
A Train sembrava imprudente dare fuoco a un ceppo con la benzina. Lei notò l’espressione del suo volto. – Niente discussioni, -disse. – Non abbiamo il tempo di spiegarti la ragione di ogni singola cosa che ti diciamo di fare.
I messicani erano di nuovo lì, seduti nel furgoncino, a guardare. Train scese e sollevò il bidone della benzina oltre la sponda posteriore. (…)
– Quanto pensi che ci vorrà ancora? – disse Whitey dal furgoncino.
Lui svitò il tappo e si concesse un altro minuto. Non avrebbe voluto avere niente a che fare con quella cosa, poi capovolse il bidone da trenta litri e fece per due volte il giro del ceppo, guardando il terreno che si impregnava di benzina. Gliene finì un po’ sulle mani, era fredda e secca. Vedeva i vapori nell’aria, poi sentì Whitey che avviava il furgoncino, e quando si voltò la vide fare retromarcia fino a una distanza di sicurezza. – Accendi, – disse dal finestrino. – Abbiamo altre cose da fare oggi.
Train prese dei fiammiferi dalla tasca davanti, ne accese uno e lo buttò sul ceppo. Ci fu un rumore come di un tappeto che venisse sbattuto, poi fumo e calore, ma la fiamma non si vedeva; nella luce del sole, la fiamma non si vedeva.

Il fuoco bruciò tutto il giorno e tutta la notte, e la mattina dopo c’era ancora fumo che si alzava dal ceppo. Mr Cooper scese a controllare che il lavoro fosse stato compiuto a dovere. – Quando si spegne, – disse a Train, – voglio che tiri via il ceppo.
Ma il fuoco non si spense. Né quel giorno né quello successivo. La mattina il fumo era ancora lì che saliva, e il giovedì, il quarto giorno, Mr Cooper disse a Whitey di far prendere a Train un tubo di gomma dell’’mpianto di irrigazione e di spegnerlo con l’acqua.
Train fece quello che gli dicevano, ma venerdì continuava a esserci fumo. E sabato e domenica. Ormai l’odore si sentiva in tutto il campo. Mr Cooper rimandò di nuovo l’incontro con gli investitori, nel frattempo i bulldozer sospesero i lavori ai dieci nuovi appezzamenti previsti accanto alla numero diciassette. (…)
Train portò il John Deere al ceppo, ma era come cercare di cavarsi un dente con le dita. Quando lo riferì a Whitey, lei scagliò una matita contro il muro e gridò: – Devo fare sempre tutto io? Non ce la faccio più! – E il peggio doveva ancora venire.
Lui pensò che era meglio aspettare che si calmasse prima di dirle che quel mattino all’alba aveva visto del fumo sollevarsi dal fairway cento metri più su, accanto al green. Poi pensò che tanto valeva che lo scoprisse da sola. Smontò dal trattore e appoggiò le mani di piatto sul terreno per sentire il calore. A quanto pareva, erano riusciti a dare fuoco alla terra stessa.
Mr Cooper prese uno dei bulldozer dalla diciassette, scese giù per Bobby Jones Drive poi seguì il fossato per il drenaggio fino a raggiungere il ceppo. Infilò la lama nel terreno e tirò fuori il tronco e tre metri di spesse radici.
Il ceppo venne fuori nero e fumante, un enorme ammasso di radici, terriccio e tentacoli. E lasciò una buca grande abbastanza per seppellirci un pony. Mr Cooper smontò dal bulldozer, con l’aria di chi ha avuto la meglio in una discussione, ma poi restò a lungo in piedi nel fumo sul bordo della buca a contemplare l’inferno. Udiva i messicani che parlottavano tra loro nella cabina del furgoncino.
Whitey scese dal proprio furgoncino e andò a mettersi al suo fianco. – Di chi è stata l’idea? – disse lui.
Lei si guardò intorno, grattandosi la pancia. Non avrebbe risposto per nulla al mondo.
Quella si rivelò l’ultima volta che vedevano i messicani. L’unico modo per convincerli ad andarsene era stato dar fuoco alla terra sotto il loro furgoncino.
Trascorsero due settimane e l’incendio continuava a estendersi. Il fumo avvolgeva tutta la nove, e Train trovò una delle tartarughe azzannatrici – una delle più grandi – morta accanto al laghetto della numero cinque. Quando la sollevò, il guscio si spaccò in due. I vecchi investitori si tirarono indietro e Mr Cooper cominciò a portarne di nuovi, sempre diversi, per tre venerdì di fila, ma tutti avevano consultato in precedenza gli operatori immobiliari, e sapevano che tutto stava andando in rovina.
Nel frattempo Mr Cooper non rivolgeva più la parola a Whitey, le passava accanto come se non ci fosse. E non rivolgeva più la parola a Train. Poi un pomeriggio la vide seduta nella cabina del suo furgoncino a fumare una sigaretta, e a piangere. Fino a quel momento non gli era mai passato per la mente che una cosa simile fosse possibile.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'