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Kill Clint: la Sposa e il Boxeur

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Sono passati i tempi della lotta nel fango e della sfida culinaria alle torte più riuscite. Oggi le ragazze si picchiano e picchiano.

Sono passati i tempi della lotta nel fango e della sfida culinaria alle torte più riuscite. Oggi le ragazze si picchiano e picchiano. E se il banale ritornello della canzone degli Articolo 31, La mia ragazza mena, non ci avesse fatto girare la testa da un’altra parte, ascoltando il testo saremmo stati preparati alle donne dei registi americani, gente tosta, che viene dal genere poliziesco, western, pulp.

Ma non tutte le picchiatrici sono uguali.

Qualche tempo fa Quentin Tarantino ha fatto un bel film di divertimento fracassone come un video pop; Clint Eastwood, con la sua aria quasi svagata, ha fatto un film che suona come un blues su una donna che non c’era mai stata prima. Almeno al cinema.

La donna di Tarantino è violentissima ma finisce come una tenera mamma. La ragazza di Clint Eastwood muore come un qualsiasi compagno di ring. Ma comunque arriva dal territorio inesplorato dove nascono le intuizioni più sorprendenti.

Anche se la Sposa Uma Thurman, con la giacca gialla e la Katana sulla motocicletta, ci è stata presentata con tutti i colori del postmoderno, la vera rivoluzione per ora l’ha fatta la Boxeur Hilary Swank, nella sudicia palestra con i pugili coattelli e le avversarie fetenti.

Ebbene, cosa fa Clint di differente da Tarantino o da quelli che sono venuti prima? Fa una donna che non si batte per aderire a un ideale sociale tradizionale – come quello della Sposa – ma che si inventa un ideale del tutto suo, a colpi di pugni.

Non scambiate l’allenatore per un Pigmalione. Il Pigmalione è uno che trasforma una donna nel suo ideale di donna, infatti il mito greco parla di uno scultore insoddisfatto delle donne che decide di scolpire una statua della donna perfetta. Ci riesce e la statua prende vita.

George Bernard Shaw (che del Pigmalione ha dato una versione teatrale, quella alla quale facciamo riferimento più o meno tutti), invece, trasforma una fioraia in una lady. Da qui anche il musical leggerissimo My fair lady.

Il film di Eastwood (ma chissà se lui lo sa e chissà come fa a essere così moderno a 75 anni), viene da altre storie, dai Manga giapponesi, da quella Lady Oscar che il padre veste da Maschio e lei ci si trova benissimo, dalle ragazze di oggi che finiscono nei telefilm a discutere liberamente di sex and the city, donne con uomini lontani, inavvicinabili o da non avvicinare (e infatti la Boxeur dice che nessuno l’ha toccata, dopo suo padre) che possono imporre all’allenatore di ucciderle masticando la loro propria lingua.

Ora qualcuno chiederà: trattasi di bene o trattasi di male? E’ cosa buona e giusta oppure una iattura? Mah, se pensiamo per esempio che le donne di Soldini, abbandonate all’Autogrill dal marito, il massimo che fanno è infilarsi in altre storie d’amore, mentre fuori nel mondo vero ci stanno giornaliste che si fanno rapire e giovani che tornano dall’Iraq come guerriere vittoriose, comunque la pensiate sulle controverse vicende, non somigliano di più all’invenzione del vecchio Texano?

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