Sceneggiare un corto

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Esiste una vera differenza fra la sceneggiatura di un corto e la sceneggiatura di un lungo metraggio? E se esiste, di che genere è? Per prima cosa andrebbe concordato cosa si intende con il termine sceneggiatura.

Esiste una vera differenza fra la sceneggiatura di un corto e la sceneggiatura di un lungo metraggio? E se esiste, di che genere è?
Per prima cosa andrebbe concordato cosa si intende con il termine sceneggiatura.
L’espressione si è sostituita per comodità a quella di copione cinematografico, cioè una storia inventata e già scritta per lo schermo (in inglese si troveranno dizioni differenti: play, script, screenplay, con diverse sfumature, sebbene oggi script sia la più frequente).
Vi sentirete chiedere: “hai per caso una sceneggiatura?” “Posso leggere una tua sceneggiatura?” E in questo caso chi vi rivolge la richiesta – il regista, il produttore, il collega, il funzionario televisivo – sta semplicemente comunicandovi che è in cerca di storie da realizzare. E le storie per il cinema, si sa, sono scritte in quella forma speciale che chiamiamo sceneggiatura.
Detto per inciso, sono pochi ormai fra gli operatori del settore coloro che si accontentano di un soggetto o di un trattamento. Quello che si richiede non è più la suggestione, l’idea, la trovata, ma il tema svolto. E se capita che l’interlocutore abbia trovato piacevole o interessante un vostro spunto, potete star sicuri che subito dopo aggiungerà: “Scrivi la sceneggiatura e ne parliamo”.
In questo primo caso insomma lo sceneggiatore è dunque uno scrittore di storie cinematografiche, cioè non finalizzate alla pagina (come possono essere il racconto o la novella, di carattere letterario) ma allo schermo, già pensate per la loro attuazione in immagini, quindi con luoghi, personaggi, dialoghi, stacchi temporali adattati al nuovo linguaggio in cui avranno trasposizione.
Nel secondo caso per sceneggiatura si intende esattamente ciò che il termine indica, cioè la scrittura specifica di una storia in termini cinematografici.
In genere ciò vuol dire che si parte da un contesto già esistente, un soggetto, un racconto, un romanzo, un fatto di cronaca narrato giornalisticamente, e lo si adatta – “adattamento” – a quella particolare forma o modello grafico-letterario che anticipa il film da fare, e come tale verrà letto – tecnicamente oltre che narrativamente – dal regista, dal produttore, dai finanziatori, e dai tecnici di produzione che da quel copione dovranno trarre tutte le informazioni utili alla realizzazione del film.
In questo secondo caso è più facile che la sceneggiatura venga commissionata, e di conseguenza venga scritta su richiesta del regista, del produttore, della rete televisiva che intende confezionare visivamente quella storia.
Lo sceneggiatore resta pur sempre uno scrittore, in tutti e due i casi, chiamato a lavorare di parole e di fantasia, ma varia il grado di invenzione.
Della prima accezione fanno parte scrittori sceneggiatori che rischiano su se stessi scrivendo storie già sceneggiate da sottoporre all’industria dello spettacolo – che è preposta a recepirli – o ai premi istituiti per selezionare e incentivare questo tipo di creatività.
Pertanto rientrano nella categoria coloro che ancora non sono del tutto riconosciuti come professionisti del genere.
Nel secondo caso (quello per intenderci dell’adattamento) si tratta quasi sempre di un professionista affermato a cui il committente si rivolge, essendo a conoscenza del suo talento e della sua esperienza comprovata nel corso del lavoro precedente.
Naturalmente le cose non prevedono sempre divisioni così nette. Esistono una quantità innumerevole di casi singoli e di compromessi. Ma questo è lo scenario più attendibile. E dunque dobbiamo rifarci ad esso per parlare di sceneggiature di cortometraggi.

Lo stesso termine cortometraggio è di per sé abbastanza ampio, in quanto si riferisce a film che possono durare da pochi secondi (come nel caso della pubblicità) fino anche a 30’, almeno secondo le attuali convenzioni. Oltre i 30’ si parla di mediometraggio e lungo metraggio.
Esiste poi tutta una serie di sottogeneri per i film molto brevi, che vanno dallo short o spot pubblicitario, al viedoclip (di moda, musicale, artistico, politico), alla ‘pillola’ giornalistica, al backstage report, all’eros splinter, al chip, e le definizioni possono continuare a volontà, anche perché vengono coniate con estrema rapidità in accordo all’apparizione dei nuovi media (per esempio il telefono cellulare, Internet) e in considerazione delle mutevoli tecniche di ripresa a base elettronica (digitale, alta definizione, palmare, micro-videomessaggi telefonici ecc).
Ma evitando di inoltrarci in un universo troppo complicato da analizzare in una breve escursione, va sottolineato che, a parte forse la sola eccezione dei documentari d’arte, tutti gli altri elaborati, compresi i corti di impianto informativo (soprattutto giornalistici e quasi unicamente televisivi, non esistendo più da tempo i cinegiornali del tipo Luce o La Settimana Incom, trasmessi nelle sale cinematografiche) difficilmente hanno un committente e possono solo contare su una distribuzione precaria o marginale (anche se recentemente si registra una interessante controtendenza).
Pertanto chi si cimenta nel corto o cortissimo metraggio (diciamo una ‘pezzatura’ che varia dal minuto, ai cinque minuti, ai dieci) può essere assimilato alla figura del filmaker, cioè un cineasta situato a mezza strada fra il dilettantesco e il professionale, il quale rischia in proprio in attesa di farsi notare, di imporsi, e di entrare a pieno titolo nel vero e proprio mercato del lavoro cinematografico. Vale a dire giovani e/o principianti di ogni età e condizione.

In quest’ultima opzione lo sceneggiatore, che sia o non sia anche regista del film da fare, va identificato quasi sempre con l’ideatore del film, dove conta assai più l’originalità del soggetto che la sua trasposizione nel linguaggio delle immagini.
La sceneggiatura, sia pure approssimativa, nasce già con l’idea, poiché per girare qualsiasi sequenza, anche la più domestica, un canovaccio scritto non solo è sempre augurabile ma nella maggior parte dei casi è indispensabile. E ciò per motivi artistici e per motivi realizzativi.
Una qualsiasi storia, anche brevissima, in cui siano coinvolti degli attori – o comunque dei caratteri – avrà bisogno di una successione di scene, di inquadrature, e di battute di dialogo. Insomma di un copione. Il quale a sua volta dovrà contenere in sé quelle indicazioni di set, di location, di paesaggio, di arredamento, di costumi, di luci, di props che, analizzati in uno ‘spoglio’ della sceneggiatura, forniranno come risultato un quadro abbastanza esatto del tempo necessario alla ripresa, con un piano di lavorazione, una indicazione di troupe, una scelta di cast, un preventivo di spesa.
Passaggio indispensabile per capire se esistono o meno i presupposti finanziari sufficienti per avventurarsi nell’impresa.
Come si vede il cinema è una macchina realizzativa molto collaudata (e perfezionata in ormai più un secolo di attività) che se viene fatta funzionare a dovere e nel modo giusto, non consente apprezzabili differenze di metodo fra un film da un minuto e un film da due ore.
Alla base di questa macchina c’è appunto la sceneggiatura, cioè una storia raccontata per scene secondo un paradigma riconosciuto (di regole, convenzioni, distribuzione delle parti, e persino di modello grafico, omologato ormai in tutto il mondo su quello prescelto dagli Sudios di Hollywood, ivi compreso il programma informatico di scrittura e il font da utilizzare).
Lo sceneggiatore di corto dunque può anche essere uno specialista chiamato dall’amico regista o produttore – con o senza remunerazione – per mettere in sceneggiatura un’idea da realizzare cinematograficamente. Ma è molto più realistico pensare che si tratti di uno scrittore – di un filmaker – pronto a inventare e stendere in forma di copione – per se stesso o per altri – delle brevi storie per lo schermo.
La sceneggiatura di un corto – al contrario di quella di un medio o lungometraggio – è facile che nasca già come forma stessa dell’idea originaria. E dunque si struttura, al momento della sua stesura, non come una storia fine a se stessa, cioè da fruire letterariamente, ma come un film visto in anticipo con gli occhi della fantasia.
E raccontato nei minimi dettagli, come se chi scrive fosse già virtualmente impegnato sul set a piazzare la m.d.p. (macchina da presa), a ordinare il motore, il ciak, l’azione, e… “silenzio, si gira!”

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