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Il regionalismo in letteratura e il Mio regionalismo

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Non voglio certo sostituirmi a chi con competenza e professionalità tratta il Regionalismo nella letteratura fantastica da una vita, non ne avrei né la capacità, né la conoscenza, io, come scrivente, a malapena cerco di arrangiarmi a scrivere storie.

Non voglio certo sostituirmi a chi con competenza e professionalità tratta il Regionalismo nella letteratura fantastica da una vita, non ne avrei né la capacità, né la conoscenza, io, come scrivente, a malapena cerco di arrangiarmi a scrivere storie. Ci mancherebbe! Vorrei soltanto dire le mie ragioni del mio narrare in forme regionalistiche. Mie e di nessun altro. Tutt’al più posso concedere che esse siano la “radicalizzazione” o “estremizzazione” di uno dei “punti di vista” su una certa questione. La questione è la querelle che da molti anni dilania il mondo del fantastico (inteso in senso ampio) italiano e che tormenta i sonni degli addetti ai lavori, e cioè: è percorribile oppure no una via nazionale?
Il sì o il no, sono due punti di vista. Il terzo è il nì, cui fanno parte le eccezioni che confermano la regola. Perché la regola che finora è prevalsa è quella del no: non è possibile percorrere una via nazionale. Per un mucchio di ragioni, nella fantascienza è celebre quella della coppia Fruttero e Lucentini che ha pesato non poco: a Lucca non potrebbe mai atterrare un disco volante!

Gianfranco De Turris (una delle voci più autorevoli del fantastico italiano) si è molto speso – e molto si spende – per combatterle: le ha voltate e rivoltate denunciandole ai quattro venti, ma i venti, si sa, sono vortici d’aria: disperdono.
Prendendo a caso dal gran numero dei suoi interventi (precisamente dalla prefazione a “Gli eredi di Cthulhu” del lontano 1990): “La via nazionale risulta essere la più difficoltosa, ma anche la più originale, ricca di soddisfazioni e più vicina alla nostra sensibilità, perché fa riferimento a sfondi, eventi, personaggi, situazioni che più ci confanno, che maggiormente conosciamo calandoci in modo più personale nella “alterità” del fantastico.”

Ma così messa dove starebbe la difficoltà? Il Nostro ne individua una nell’assenza di una tradizione (benché egli stesso ricordi l’”humus culturale”, cui in certi casi ci si rifà: la mitologia greco-latina). Ma è una ragione, come dire, molto intellettuale e, per questo, fragile. E’ la sola? No. Ce ne sono sicuramente altre, forse più prosaiche, ma certo più vere e determinanti. Una su tutte: la presunta refrattarietà, se non addirittura ostilità, del pubblico-lettore italiano ad accettare modelli nostrani. Insomma non ci piacerebbero le nostre cose. E questa, purtroppo, è un’altra verità. E’ un atteggiamento, questo nostro del rifiuto, che si rivolge non soltanto alla letteratura di genere, qual è quella fantastica, ma alla letteratura tout court, al cinema, alla musica e giù giù fino a scendere nelle minutaglie quotidiane. Insomma: straniero è meglio! Quante volte lo abbiamo sentito dire. Miserie italiane.

Ma se questo è vero, chi dovrebbe farsi carico del compito di insegnarci altrimenti? Chi ci dovrebbe educare? Ma gli editori e i curatori, che diamine! E’, come ebbe a dire giustamente un po’ di anni addietro Renato Pestriniero, una questione deontologica! In fondo spetta sempre a un numero ridotto di persone, quello culturalmente più preparato, assumersi l’ingrato compito di prendere per mano il popolino.
E se l’etica deontologica dovesse sembrare esagerata, be’, che si abbia almeno lungimiranza economica, giacché le regole di mercato insegnano che soltanto chi investe nella ricerca ha speranze di sopravvivere. Chi si accontenta di assecondare i gusti del pubblico-lettore-mercato per un guadagno immediato, alla lunga soccombe. E’ quello che io credo stia accadendo al mercato italiano del fantastico. Una morte per asfissia. E perché esso torni a respirare occorrerebbe che si trovassero nuove strade. Una potrebbe essere, appunto, il regionalismo. Un’altra potrebbe essere la contaminazione dei generi. Ma questo è un altro argomento.

Bene. Alla fine ho detto più di quello che mi ero prefissato e non ho mantenuto fede alle mie intenzioni iniziali, quelle, cioè, di non mettere becco in argomenti che non mi appartengono. Ma, soprattutto, mi accorgo di non aver spiegato cos’è questa mia radicalizzazione o estremizzazione di quel “certo punto di vista”. Cos’è, dunque? Ma la ripicca, naturalmente! La ripicca a quel nostro rifiuto di accettare le nostre cose. Ma siccome la ripicca è la rabbia dell’impotenza, mi sono, alla fine, dato ai racconti… gialli regionalistici. Qui, almeno, certi ostracismi sono ormai superati e così la mia rabbia viene uniformata e, perciò, placata. Adesso posso con orgoglio dire che il mio scrivere in forme regionalistiche vorrebbe rivolgersi, con umiltà, rispetto e amore, alla grande tradizione italiana dei Verga, Pirandello, Sciascia, Moravia e di tutti quei padri della cultura italiana che hanno fatto del linguaggio regionalistico un linguaggio universale..
Piccolo è bello, insomma. Di più in un mondo che si dice globalizzato!
Ho forse esagerato nel pensarlo?

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