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Chico Buarque de Hollanda: mattone su mattone, in un disegno magico

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Una domanda a Chico Buarque de Hollanda, alla presentazione di Budapest, la versione italiana del suo nuovo romanzo

Una domanda a Chico Buarque de Hollanda, alla presentazione di Budapest,
la versione italiana del suo nuovo romanzo

Julinho da Adelaide è lo pseudonimo con cui ha firmato alcune canzoni negli anni del regime militare in Brasile. Il mio mestiere è comporre, e magari produco otto, nove samba al giorno. Quando ne creo dieci vado a dormire soddisfatto. Il lavoro di qualcun altro invece è quello di censurarle: a lui verso sera chiedono quante ne ha censurate. Ognuno fa il suo mestiere. Si esprimeva così Julinho in una intervista concessa al Jornal do Brasil. Allora dirò che questo pezzo è un omaggio a Julinho da Adelaide, abitante di favela, cantante deturpato da cicatrici, che si reclamava sfruttato dal famoso Chico. Infatti, che senso avrebbe un qualsiasi commento su un romanzo firmato Chico Buarque de Hollanda, pubblicato da Feltrinelli, elogiato dal premio Nobel José Saramago? Scatenarsi in vaneggiamenti di Puro Amore, dai toni pericolosamente simili ad una marchetta? E poi è soprattutto lui, Francisco Buarque de Hollanda, che si cimenta nel romanzo e non vuole essere confuso con la celebrità televisiva, corteggiata dalle case discografiche. Che non ci crede a tutta questa passione da cui è circondato. Durante la persentazione del libro racconta:
“Con la canzone ho giocato”.

Lui che ha dribblato la censura del Brasile degli anni della dittatura, l’ha sfidata e giocata con l’arte irridente e infantile del genio Garrincha. E c’è un intero Paese che si riconosce nelle vite di innamorate di favela che, in attesa del ritorno di un vagabondo, preparano rimedi perché l’amato si riprenda dalla sbronza in tempo per una carezza, nei bambini di strada pieni di girocollo d’oro, fieri di mantenere il proprio padre, nel muratore di Costrução che cade dall’impalcatura contromano nel traffico del sabato, nella poesia libertaria e visionaria di O que será, parabole e allegorie beffarde, suggestioni che i servizi segreti cercavano di decodificare, attribuendo sempre significati anarchici ai versi che non ne hanno e tralasciando di censurare quelli carichi di ribellione.
“No, dice Chico Buarque, io non ho mai preteso di far poesia con i testi delle canzoni. La bossa nova cercava parolieri giovani, parolieri che non fossero artefatti e stucchevoli. Così ho cominciato”.

Negli anni di autoesilio in Italia, anni in cui introduceva i concerti di Josephine Baker e si vantava dell’amicizia con il mitico Mané Garrincha, ha collaborato anche con “Pasquim”, il giornale ai tempi clandestino, che ha segnato la resistenza intellettuale in Brasile negli anni della dittatura. Adesso in epoca di “Saranno Famosi” lui, l’adorato, il talentoso, sogna una vita di anonimato.
Così il protagonista del suo romanzo, Budapest, è il ghost writer José Costa, innamorato del suo mestiere, uno che vive dell’orgoglio di penetrare nella vita degli altri e rubarla, mentre gli altri rubano solo la sua firma e i diritti d’autore. Perché la vita, quella autentica, quella da racchiudere in un libro, l’ha già scippata lui. Ci pensa sornione ai segreti racchiusi in quel libro, opera sua, così come un uomo pensa al marito della sua amante, soddisfatto delle cose preziose e peccaminose che ad insaputa del rivale è riuscito a portargli via, e che tiene prigioniere nei polpastrelli. In epoca di “Celebrità di domani”, di sfide e tornei illuminati dall’occhio di bue, di esibizione di ferite spettacolari, questo romanzo si risolve nel duello di scrittori anonimi, innamorati dei giochi delle loro parole. Però, come ogni infantile passione che si rispetti, anche questa delle parole può farti correre ogni rischio, superare ogni vantaggio e abbandonare ogni convenienza, farsi autodistruttiva e tirannica. Il protagonista, José Costa, insegue una vita nuova, allontanandosi dalla moglie giornalista televisiva, dal successo del romanzo che ha confezionato per un altro autore. Lascia Rio de Janeiro per il gusto di apprendere l’ungherese, nell’eccitazione intatta di ricominciare in un altro luogo, con una nuova donna, ad inseguire nuove perfezioni. Si troverà però derubato a sua volta della propria biografia, descritta a colori mentre i suoi ricordi sono in bianco e nero. Perché quando ci si mette a vivere in questo mondo di parole, favole e fantasie nessuno è più padrone di niente. Perché quando tutto è suggestione e magia, qualsiasi cosa può ancora accadere. José, protagonista – ombra, vede la sua stessa vicenda trasformarsi in biografia per opera di uno sconosciuto che scrive la storia della sua vita meglio di quanto lui l’abbia interpretata dal vero, si sostituisce ai suoi ricordi e li rapina.

E durante tutta la presentazione del libro, in un minuscolo spazio della libreria Feltrinelli in cui ci addensiamo a decine, penso tutto il tempo a quella domanda da porgli.
Nel suo romanzo José Costa non riesce mai a farsi riconoscere ed amare dalle sue donne per le cose che produce e sarà invece adorato grazie a parole che non ha mai scritto, pubblicate proditoriamente a suo nome. Questo mi pone un bel problema.
Essere consapevoli dell’esperienza degli altri, vivere volentieri nei loro panni, ti predispone a raccontare delle storie, ti tenta a simulare qualsiasi scambio di persona, pur di suscitare desideri. Se ne usano di mezzucci per il desiderio di rendersi visibile, stella di una piccola scena. Di solito, si tratta di astuzie innocenti, a parte qualche clamorosa eccezione politica. La voglia di comunicare, di conquistare attraverso emozioni, inventare storie si scambia con banali vantaggi: a scopo erotico, per frequentare belle feste, imparare a ballare, per farsi riparare il computer o la caldaia, lasciarsi offrire un buon vino o una paella. Insomma guadagnarsi il privilegio di essere amati proprio raccontando storie. A Chico, che dal successo si nasconde, forse non importano queste cose. Ma ci sono tanti che come me devono ancora pareggiare i conti. Perché sennò avremmo tiranneggiato inutilmente per anni amici e amanti con letture di racconti se non per l’utopia, il miraggio di trasformare parole in carezze, trasformarci in oggetti d’amore? Quando resti chiuso a scrivere nella tua stanza e nessun altro sa che cosa stai combinando, esperienza paludosa come una marcia mimetica e parallela, sei però il protagonista di questo gioco avventuroso, della vitalità anarchica di una storia che può portarti dovunque, senza limiti, senza difesa, senza controllo, senza regole, senza giudizio, senza rimedio. Allora devi pensare che anche chi legge la tua storia attraverserà lo stesso filo di funanbolo, e con identico equilibrismo arriverà dall’altra parte. Insomma qualcuno che ti cerca e ti viene incontro per afferrarti dall’altra parte del filo ci deve essere. Senza questo patto tra lettori e scrittori, senza la complicità di setta che lega i ghost writer quando si riuniscono a convegno in varie parti del mondo, non c’è più nessun peccato d’amore letterario da commettere. Senza la certezza di una presa in aria, senza poter contare su un compagno attento, chi si slancerebbe più negli equilibrismi di un trapezio di parole?
Mi faccio largo tra la gente, spunto da dietro una colonna, mi faccio coraggio e glielo chiedo:
– Perché Chico, perché, le donne che sono accanto a José nel romanzo non lo riconoscono in quello che scrive con tutta passione e finiscono per amarlo per quello che non ha mai sognato di dire, per l’unico libro che non ha scritto? Per l’opera e l’intervento di un clandestino?
Domanda assurda e “desnecessária”. Lo capisco dalla sua espressione.
– Perché si lasciano incantare e sedurre dal successo e dall’immagine.
Perché la popolarità assume un tono di voce convincente. La liturgia dell’apparenza suona solenne e credibile.
Così è la scrittura di Chico-Julinho. Innamorato dell’anonimato.
Me lo ricordo nel carnevale di qualche anno fa, mi viene in mente il ricordo dell’omaggio tributato a questa celebrità timida dalla scuola di samba de Mangueira. Eroe di Mangueira e di tanti esotici equilibristi di utopia.
E nell’anno in cui la scuola di samba di Mangueira, la scuola di Chico, vincerà la sfilata del Carnevale, Lula vincerà le elezioni, e prenderà la carica di presidente dal primo gennaio 2003, e la nazionale del Brasile vincerà il pentacampionato. Qualche volta succede.

Chi ha detto che non c’è al mondo un amore vero, fedele, eterno? Che gli taglino la lingua malefica, a quel bugiardo.

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