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Orhan Pamuk – Neve (Einaudi)

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Kars è una città della provincia anatolica della Turchia. Il poeta Ka, da tempo esule in Germania, vi arriva per scrivere un reportage sulle ragazze universitarie che si suicidano...

Kars è una città della provincia anatolica della Turchia. Il poeta Ka, da tempo esule in Germania, vi arriva per scrivere un reportage sulle ragazze universitarie che si suicidano a causa del divieto di indossare il velo in aula. In un ambiente dominato dalla neve che scende implacabile e rende il paesaggio urbano al tempo stesso magico e malinconico, inizia per Ka un viaggio negli “inferi” della Turchia, un paese diviso tra laici e religiosi, tra nazionalisti e integralisti islamici. Un paese ancora alla ricerca della sua identità, come il poeta Ka che cerca di aggrapparsi all’amore, per trovare quella felicità sempre desiderata. E se poi anche l’amore fallisse?
Orhan Pamuk, uno dei più importanti scrittori turchi, ci regala un libro (Neve, traduzione di Marta Bertolini e Semsa Gezgin, Einaudi, p. 468, e. 19,00) dalla prosa avvolgente e fascinatoria che descrive meglio di tanti pezzi giornalistici le profonde tensioni e lacerazioni che attraversano il mondo islamico.

Il silenzio della neve, pensava l’uomo seduto dietro all’autista del pullman. Se questo fosse stato l’inizio di una poesia, avrebbe chiamato “silenzio della neve” ciò che sentiva dentro.
Aveva preso il pullman che l’avrebbe portato da Erzurum a Kars all’ultimo minuto. Dopo due giorni di viaggio fra le tormente di neve, da Istanbul era arrivato alla stazione dei pullman di Erzurum, e mentre con la borsa in mano nei corridoi sporchi e freddi cercava di capire dove fosse la fermata dei pullman per Kars, un tizio gli aveva detto che ce n’era uno in partenza.
L’aiutante dell’autista del vecchio pullman Magirus non aveva voluto riaprire il bagagliaio già chiuso, e aveva borbottato: – Abbiamo fretta -. Perciò lui era salito con la valigetta Bally color ciliegia che adesso teneva fra le gambe. Indossava un cappotto pesante, color cenere: lo aveva comprato cinque anni prima a Francoforte ai grandi magazzini Kaufhof. Diciamo fin d’ora che questo bel cappotto di stoffa morbissima, nei giorni che trascorrerà a Kars, sarà per lui fonte di vergogna e inquietudine ma anche di protezione e sicurezza.
Subito dopo la partenza del pullman, mentre il passeggero seduto accanto al finestrino, pensando di poter vedere qualche cosa di nuovo, guardava con occhi attenti i quartieri della periferia di Erzurum, le minuscole e misere drogherie, i panifici e i caffè fatiscenti, aveva ripreso a nevicare. Adesso era più forte: i fiocchi erano più grandi di quelli del tragitto da Istanbul a Erzorum. Se il passeggero non fosse stato stanco per il viaggio e avesse prestato un po’più attenzione ai grandi fiocchi di neve che scendevano dal cielo come piume di uccelli, avrebbe potuto percepire che si stava avvicinando una violenta tormenta di neve, e forse, avrebbe potuto capire immediatamente di aver intrapreso un viaggio destinato a cambiare tutta la sua vita, e sarebbe potuto tornare indietro.
Ma di tornare indietro adesso non gli passava proprio per la testa. Mentre la sera scendeva, guardava fisso il cielo che sembrava più luminoso della terra: contemplava i fiocchi di neve che man mano si facevano più grandi e si disperdevano nel vento, non come presagi di una prossima sventura ma, finalmente, come indizi del ritorno della felicità e dell’innocenza della sua infanzia. Una settimana prima, in occasione della morte della madre, il passeggero era tornato per la prima volta dopo dodici anni a Istanbul, la città della sua infanzia e della sua felicità, e dopo essersi fermato quattro giorni aveva intrapreso questo viaggio imprevisto per Kars. Sentiva che quella neve di una bellezza sovrannaturale lo rendeva persino più felice della Istanbul che aveva potuto rivedere dopo tanti anni. Era un poeta, e in una poesia di qualche anno prima, una poesia poco nota ai lettori turchi, aveva scritto che anche nei nostri sogni nevica, ma una sola volta nella vita.
Mentre la neve scendeva fitta e silenziosa come nei sogni, il passeggero provò quella sensazione di innocenza e ingenuità che cercava appassionatamente da anni e, in un impeto di ottimismo, pensò di potersi sentire a proprio agio in questo mondo. Dopo un po’ fece una cosa che non faceva da tanto tempo: si addormentò nel suo sedile.
Approfittiamo del fatto che dorme e, in silenzio, diamo un po’ di informazioni su di lui. Erano dodici anni che viveva in esilio politico in Germania, anche se non si era mai interessato molto di politica. La sua vera passione, il suo unico pensiero era la poesia. Aveva quarantadue anni, e non si era mai sposato. Nel sedile dove era rannicchiato non si notava, ma era più alto rispetto alla media dei turchi, aveva una carnagione che si era schiarita ulteriormente durante il viaggio e capelli castani. Era una persona timida cui piaceva la solitudine. Se avesse saputo che mentre dormiva, a causa di una scossa del pullman, la sua testa si sarebbe appoggiata prima sulla spalla e poi sul petto del passeggero accanto a lui, si sarebbe vergognato molto. Era una persona perbene e onesta, e per queste sue caratteristiche era sempre triste come i protagonisti di Cechov, sedentari con una vita privata fallimentare. Torneremo ancora sull’argomento tristezza. Dato che il passeggero non potrà rimanere addormentato più di tanto in questa posizione così scomoda, dico subito che si chiama Kerim Alakusoglu e, dato che questo nome non gli piace affatto, preferisce farsi chimare con le prime lettere del suo nome: Ka. E anch’io in questo libro lo chiamerò così. Il nostro eroe si firmava ostinatamente Ka sin dai tempi della scuola, su compiti e fogli d’esame. All’università firmava il foglio delle presenze Ka. Non temeva di dover ogni volta litigare con professori e impiegati. Aveva pubblicato i suoi libri di poesia con questo nome e lo fece accettare alla madre, alla famiglia e agli amici. Il nome Ka aveva una sua piccola e misteriosa fama in Turchia, come fra i turchi in Germania. Adesso, come l’autista che dopo aver lasciato la stazione dei pullman di Erzurum ha augurato buon viaggio ai passeggeri, anch’io aggiungo: Buon viaggio, caro Ka. Ma non voglio ingannarvi: sono un vecchio amico di Ka e so ancor prima di iniziare questa storia ciò che gli capiterà a Kars.
Dopo Horasan il pullman deviò verso nord, verso Kars. In una delle curve in salita, all’improvviso apparve un carro trainato da un cavallo e l’autista frenò bruscamente. Ka si svegliò di botto. Non ci mise molto a entrare anche lui nell’atmosfera solidale che si era formata nel pullman. In curva, quando l’autista rallentava ai bordi dello strapiombo roccioso, nonostante fosse seduto subito dietro, si alzava anche lui per vedere bene la strada, come i passeggeri nelle file più lontane. Indicandolo col dito, cercava di mostrare al passeggero che puliva energicamente il parabrezza appannato per aiutare l’autista un punto invisibile (ma nessuno si rese conto del suo aiuto), e quando la tormenta aumentava e i tergicristalli non bastavano a pulire il parabrezza ormai bianco, anche lui come l’autista cercava di capire dove continuasse l’asfalto.
I segnali stradali erano coperti di neve e non si leggevano, quando la tormenta si fece più intensa l’autista spense gli abbaglianti per vedere la strada immersa nella penombra. Nel pullman si spensero le luci. I passeggeri imapuriti, in silenzio assoluto, guardavano le strade delle misere cittadine già coperte di neve, le pallide luci delle fatiscenti case a un solo piano, le strade già bloccate dei villaggi lontani e gli stapiombi appena illuminati dai fari. Se parlavano, lo facevano a bassa voce.
Il vicino su cui si era appoggiato chiese a Ka bisbigliando perché andasse a Kars. Era facile intuire che Ka non fosse di Kars.
– Sono un giornalista, – sussurrò Ka… Questo non era vero. – Vado per le elezioni comunali e per le donne che si uccidono -. Questo era vero.
– Tutti i giornali di Istanbul hanno scritto che il sindaco di Kars è stato assassinato e che le donne si uccidono -. Questo era vero.
– Tutti i giornali di Istanbul hanno scritto che il sindaco di Kars è stato assassinato e che le donne si uccidono, – disse il suo vicino con un tono che Ka non capì se fosse orgoglio o vergogna.
Durante il viaggio, di tanto in tanto Ka parlò con questo provinciale elegante e bello che tre giorni dopo avrebbe nuovamente incontrato con le lacrime agli occhi in viale Halitpasa, sotto la neve. Seppe che aveva portato la madre a Erzurum perché l’ospedale a Kars non era sufficientemente attrezzato. Era un allevatore, sopravviveva con difficoltà, ma non si lamentava: gli dispiaceva non per se stesso ma per il paese. Per motivi misteriosi che non spiegò a Ka, era contento che un tipo istruito come Ka venisse fin qui dalla lontana Istanbul per i problemi di Kars. Nelle sue parole, nel suo modo orgoglioso di parlare c’era qualcosa di nobile che incuteva rispetto in Ka.
La presenza di quell’uomo gli dava serenità. Un genere di serenità che in Germania non aveva provato per dodici anni, dai tempi in cui gli piaceva conoscere qualcuno meno forte di lui e affezionarvisi. In momenti simili cercava di guardare il mondo attraverso gli occhi dell’uomo per cui provava pietà e affetto. Ka si rese conto di avere meno paura dell’interminabile tormenta di neve: non sarebbero precipitati nello strapiombo, e il pullman, anche se tardi, sarebbe arrivato a Kars.
Quando alle dieci, con tre ore di ritardo, il pullman entrò nelle strade di una Kars innevata, Ka non riconobbe assolutamente la città. Non riuscì a indovinare dove fosse la stazione ferroviaria che aveva visto vent’anni prima in un giorno di primavera, quando era venuto qui con un treno a vapore. Non capì neanche dove fosse l’hotel Repubblica con tutte le stanze dotate di telefono dove l’aveva portato il conducente dopo avergli fatto fare il giro dell’intera città. Era come se tutto fosse stato cancellato, perso sotto la neve. Qualche carrozza a cavallo che aspettava nelle piazzole richiamava alla mente il passato, ma la città era molto più triste e più povera di come la ricordasse. Dai finestrini ghiacciati del pullman vide i classici edifici di cemento che ormai negli ultimi dieci anni costruivano ovunque in Turchia. Pannelli di plexigas che rendevano simile ogni luogo, e manifesti elettorali appesi a fili distesi da un lato all’altro delle strade.
(…)
Per le strade non c’era nessuno a causa della neve, o forse non c’era mai nessuno su questi marciapiedi ghiacciati? Lesse attentamente i manifesti elettorali sui muri, le pubblicità delle scuole private e delle trattorie, i poster contro i suicidi che la prefettura aveva da poco affisso e su cui c’era scritto “L’uomo è un capolavoro di Allah e il suicidio è una bestemmia”. Ka vide la fila di uomini che guardavano la televisione in una sala da tè mezza vuota e con le finestre ghiacciate. Lo tranquilizzò almeno un po’ vedere i vecchi edifici russi per cui Kars si era conquistata un posto speciale nella sua memoria.
L’hotel Palazzo delle nevi era uno dei raffinati palazzi in stile baltico. Si entrava nell’edificio a due piani, dalle finestre alte e preziose, passando sotto un arco che dava su un cortile. Mentre passava sotto quest’arco che centodieci anni prima era stato costruito per permettere il transito delle carrozze, Ka provò una vaga emozione, ma era talmente stanco che non ci si soffermò. Diciamo comunque che quest’emozione riguardava uno dei motivi del viaggio di Ka a Kars. Tre giorni prima, a Istanbul, quando era andato a visitare la sede del quotidiano “Cumhuriyet”, aveva visto il suo amico di gioventù Taner. Questi gli aveva raccontato che a Kars ci sarebbero state le elezioni comunali e che, proprio come succedeva a Batman, le ragazze erano state contagiate da una strana epidemia di suicidi. Gli aveva quindi consigliato di andare a Kars se voleva scrivere di questi argomenti e vedere e conoscere la vera Turchia dopo dodici anni, e gli aveva offerto un tesserino da giornalista a tempo determinato aggiungendo che anche la loro bella compagna di università Ipek era a Kars. Dato che aveva divorziato da Muhtar, Ipek viveva lì, nell’hotel Palazzo delle nevi insieme al padre e alla sorella. Mentre ascoltava le parole di Taner, che era l’editorialista politico del “Cumhuriyet”, Ka si ricordò della bellezza di Ipek.
Dopo aver preso la chiave della stanza numero 203 dal portiere Cavit che guardava la televisione nella hall dell’albergo dai soffitti alti, una volta chiusa la porta, si rilassò. Aveva attentamente ascoltato se stesso, senza la paura che l’aveva attanagliato durante il viaggio, e né il suo cuore né la sua testa erano interessati alla presenza di Ipek in albergo. Ka ricordava la propria vita sentimentale solo come una serie di dolori e vergogne, e per questo temeva di innamorarsi di nuovo.
Era mezzanotte, e nella stanza buia prima di mettersi a letto, con il piagiama già indosso, scostò leggermente la tenda per guardare gli enormi fiocchi di neve che continuavano a scendere.
*************
Il rettore dell’istituto cui avevano sparato al petto e alla testa davanti agli occhi di Ka e Ipek, nella pasticceria Nuova vita, aveva un registratore nascosto addosso, legato con grossi nastri. A sistemare sul corpo del rettore questo apparecchio Grundig d’importazione erano stati i solerti agenti dei servizi segreti di Kars. Le minacce ricevute ultimamente perché non faceva entrare in facoltà e a lezione le ragazze col velo, e le informazioni ottenute dagli agenti in borghese negli ambienti religiosi, avevano suggerito una forma di protezione. (…) Mi sono fatto consegnare dalla vedova del rettore – che dopo anni ancora lo piangeva – e dalla figlia – una famosa indossatrice – le trascrizioni delle conversazioni contenute in quei nastri, estratti senza danni da quel registratore che non gli aveva salvato la vita nonostante si fosse beccato due pallottole.
– Buongiorno professore, si ricorda di me?
– No, non mi ricordo.
– Lo immaginavo professore. Perché non ci siamo mai conosciuti. Ieri sera e questa mattina ho cercato di incontrarla. Ieri alla porta dell’università la polizia mi ha mandato via. Stamattina, anche se sono riuscito a entrare, la sua segretaria non mi ha fatto parlare con lei. allora io ho cercato di venirle incontro, prima che entrasse a lezione. Mi ha visto in quel momento. Si ricorda, professore? (…)
– Di che cosa voleva parlarmi?
– In realtà vorrei parlare con lei per molte ore, molti giorni, di tutto. Lei è una persona molto stimata, un uomo di cultura, un intellettuale…è un professore di agronomia. Io purtroppo non ho potuto studiare. Ma ho studiato molto un argomento. Ed è di questo argomento che voglio parlare con lei. Professore. Mi perdoni, non le sto facendo perdere tempo, vero? (…)
– Prego si segga. (Rumore di sedia spostata e di gente che si siede)
– Professore, lei mangia quei dolci alle noci. Da noi, a Tokat ci sono alberi di noci enormi. È mai stato a Tokat? (…)
– Come ha fatto a sapere di me a Tokat?
– Professore i giornali di Istanbul non scrivono che lei qui a Kars non fa entrare a scuola le nostre devote ragazze col velo. Quelli sono impegnati a scrivere degli scandali delle indossatrici di Istanbul. Ma nella nostra bella Tokat abbiamo una radio musulmana che si chiama Bandiera: ci informa dei luoghi in cui si compiono ingiustizie contro i fedeli.
– Io non compio ingiustizie contro i fedeli: anch’io temo Dio.
– Professore sono in viaggio da due giorni su strade rese quasi impraticabili dalle tormente di neve, e in pullman ho pensato sempre a lei, mi creda, ero sicuro che mi avrebbe detto “Io temo Dio!” Allora ho immaginato anche che le avrei fatto questa domanda. Se tu Nuri Yilmaz temi Dio, e se credi che il Corano sia la parola di Allah, egregio professore, dimmi allora anche che cosa pensi di quel bellissimo versetto, il trentunesimo versetto della Sura della luce.
– Questo versetto, sì, dice molto apertamente che le donne devono coprirsi il capo, anzi devono nascondere anche il viso.
– Ha detto bene, è stato onesto, grazie professore! Allora posso farle una domanda? Come fa a conciliare il volere di Allah con il fatto di non accettarle a lezione?
– Non far entrare in aula, anzi a scuola le ragazze col capo coperto è una disposizione del nostro Stato laico.
– Professore, scusi, posso farle una domanda: le disposizioni dello Stato sono superiori a quelle di Allah, professore?
– È una bella domanda. Ma queste sono cose diverse in uno Stato laico.
– Ha detto bene, professore, le vorrei baciare la mano. Non abbia paura, professore, me la dia, me la dia, guardi che gliela bacerò a più non posso. Oh. Grazie mille. Ha capito quanto la rispetto. Adesso professore, per favore posso farle una domanda?
– Prego, prego.
– Professore, così laicismo vuol dire mancanza di rispetto verso la religione?
– No.
– Allora perché le nostre devote ragazze che si comportano come richiede la religione non vengono ammesse a lezione con la scusa del laicismo? (…)
– Con questa discussione non si va da nessuna parte, figliolo. In che albergo stai?
– Mi denuncerà alla polizia? Non abbia paura di me, professore. Non appartengo a nessuna organizzazione religiosa. Odio il terrorismo, e credo nelle battaglie portate avanti col pensiero e nell’amore per Allah. Infatti, per questo motivo, nonostante io sia un tipo molto nervoso, anche dopo discussioni molto aspre, non ho mai alzato un dito contro nessuno. Ma voglio che lei risponda a questa domanda. Professore, scusi, non le rimorde la coscienza per le pene che queste ragazze patiscono alla porta dell’università nonostante il fatto che nel Corano – che è la parola di Allah – la questione venga spiegata molto chiaramente nella Sura della luce e in quella delle fazioni alleate?
– Figliolo, il Corano dice anche di tagliare la mano al ladro, ma il nostro Stato non la taglia. E a questo perché non ti opponi?
– Una risposta molto bella, professore. Le bacio la mano. Ma il braccio del ladro e la dignità delle nostre donne sono la stessa cosa? Secondo una statistica fatta da un professore afroamericano e musulmano, Marvin King, nei paesi islamici in cui le donne sono velate i casi di stupro sono pochissimi, quasi inesistenti, e non ci sono quasi neanche casi di molestie. Perché una donna velata sotto il suo chador, con il suo modo di vestire dice agli uomini: “Per favore, non mi molestate”. Professore, per favore, posso farle una domanda? Se non diamo un’istruzione alle donne che indossano il velo e le emarginiamo, mentre invece portiamo in palmo di mano quelle che si spogliano, non umiliamo così la dignità della donna come è accaduto in Europa dopo la rivoluzione sessuale, per fare la figura, mi perdoni, dei ruffiani?
– Figliolo, io ho finito il mio dolce, scusami ma me ne vado.
– Stia seduto al suo posto, professore, stia seduto, se non vuole che usi questa. Che cos’è questa? La vede, professore?
– È una pistola? (…)
– Apri la bocca che ci infilo la pistola… Adesso premi tu il grilletto sopra il mio dito. Come un ateo, ma almeno potrai crepare con onore. (Silenzio).
– Figliolo, guarda in che stato sono, alla mia età piango e supplico: abbi pietà di te stesso, non di me. Peccato per la tua giovinezza, diventerai un assassino.
– Allora premi tu il grilletto da solo! Così capisci anche tu il dolore del suicidio.
– Figliolo, io sono un musulmano, sono contro il suicidio!
– Apri la bocca. (Silenzio). Non piangere così… Non ti è mai venuto in mente che un giorno ti avrebbero chiesto il conto? Non piangere, se no ti sparo. (…)
– Evita di guardare il cameriere, e leggi il testo della sentenza di condanna a morte.
– Figliolo, perdonami.
– Ti dico di leggerla.
– Mi vergogno di tutto ciò che ho fatto: so di aver meritato la morte perché il sommo Allah mi perdoni…
– Forza, leggila…
– Figliolo, lascia che quest’uomo anziano pianga un po’. Permettimi di pensare a mia moglie e a mia figlia per un’ultima volta.
– Pensa alle ragazze che hai tormentato. Una ha avuto una crisi di nervi, quattro sono state cacciate dalla scuola al terzo anno, una si è sucidata, tutte sono finite a letto con la febbre perché tremavano dal freddo ad aspettare alla porta dell’istituto, e la vita di ognuna si è rovinata.
– Io sono molto pentito, figliolo. Ma anche tu pensa se vale la pena uccidere uno come me e diventare un assassino.
– Va bene (Silenzio). Io ci ho pensato professore, ascolta cosa mi è venuto in mente.
– Cosa?
– Io ho girato per due giorni a mani vuote in questa misera città di Kars per trovarti ed eseguire così la tua condanna. Stavo per tornare a Tokat dicendo che non ero riuscito a trovarti e avevo preso il biglietto di ritorno, stavo bevendo un ultimo tè…
– Figliolo, se pensi di uccidermi e scappare da Kars, sappi che le strade sono chiuse per la neve, e il pullman delle sei non partirà.
– Stavo per ritornare quando Allah ti ha mandato in questa pasticceria Nuova vita. Vuol dire che Allah non ti perdona, e dovrei perdonarti io? Dimmi la tua ultima parola e incomincia a pregare e a dire che Allah è grande.
– Siediti figliolo: le autorità vi prenderanno tutti, vi impiccheranno tutti.
– Di’ che Allah è grande.
– Calmati figliolo, fermati e siediti, ripensaci. Non premerlo, fermati. (Rumore di sparo, rumore di una sedia). Non farlo, figliolo! (Ancora due spari. Silenzio, un gemito, il rumore della televisione. Un altro sparo. Silenzio).

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