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Perché Ettore non è uno sfigato

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Chiariamo subito una cosa: Ettore non è uno sfigato. E’ bello, forte, felice, ama ed è riamato.

Chiariamo subito una cosa: Ettore non è uno sfigato. È bello, forte, felice, ama ed è riamato. Voglio dire, un esercito di teppisti greci gli si presenta sotto casa perché Elena e Paride se la sono spassata alle spalle di Menelao, mentre lui se ne sta tranquillo con i genitori Priamo ed Ecuba, la moglie Andromaca e il piccolo Astianatte. Ne prende a mazzate un bel po’ e alla fine solo il figlio di una dea lo uccide, aiutato dalla madre Teti.

No, perché se non si capisce che Achille è accompagnato passo passo da gente con i superpoteri, allora Ettore appare solo come uno sconfitto, un poveraccio nel panorama degli eroi, uno sfigato appunto. Avete presente Spiderman?, beh, Peter Parker avrà pure i sensi di ragno ma è uno sfigato. Invece Ettore è uno tosto. Tanto per intenderci, su un campo di pallone Ettore sarebbe Roberto Baggio, uno che fa venire giù gli stadi quando gioca. Achille invece sarebbe Alex Del Piero, che veniva chiamato “cocco di mamma” dagli Agnelli. Del Piero è così vicino alla mamma che lei l’accompagna pure nello spot trash dove Alex parla con l’uccello. E poi gli dei dalla sua parte li ha sempre avuti, si chiamassero Trapattoni o Maldini. Baggio ed Ettore no, loro giocano e rischiano per conto loro.

Va bene, la metafora calcistica non rende giustizia al poema omerico, ma di questi tempi all’Iliade gliene hanno fatte di peggio. A cominciare dal film americano con lo sgarbato titolo Troy, per finire a diverse riduzioni in prosa, fatte per farla capire meglio a tutti. Come se le migliaia d’anni in cui moltissimi l’hanno letta in poesia fossero passati invano.

Alessandro Baricco la recita in pubblico. Ed è lui che rende Ettore uno sfigato. Infatti ha deciso di togliere tutte le apparizioni degli dei dal testo (che firma Baricco anche se in caso di controversia la Siae avrebbe difficoltà a pagargli i diritti, visto che è di Omero e nemmeno tradotto da lui ma da Maria Grazia Ciani, per l’editore Marsilio).
Eugenio Scalfari, su “la Repubblica”, pur celebrandolo probabilmente per non dispiacere agli dei che lo amano, commenta così la decisione di Alex: “ci sono alcuni punti topici dell’Iliade nei quali i mortali – se abbandonati a se stessi – si comporterebbero in modo affatto diverso da come alla fine decidono di agire perché indotti o costretti dall’intervento di un dio”. E ne cita alcuni.

Ma dimentica il più importante. Quello che fa leggere questa storia da migliaia di anni e continuerà a renderla interessante per sempre, che ne facciano o no versioni in prosa o in video o come volete. Il duello tra Achille ed Ettore. In quella scena l’aiuto degli dei è essenziale. Le cose vanno così, Achille insegue Ettore, senza raggiungerlo. Poi la dea Atena si traveste come un amico di Ettore e lo convince a lasciarsi avvicinare dal greco perché lui gli resterà accanto. Tipo: in due lo facciamo secco, ad Achille, pure se è un semidio. Ettore ringrazia l’amico e insieme aspettano il nemico. Achille scaglia la lancia contro Ettore. E lo manca! Capite? Lo manca! Altro che guerriero invincibile, lo manca. Ettore lancia la sua. E lo piglia! In mezzo allo scudo, morte certa, perché lo scudo si sarebbe frantumato di fronte alla lancia di chiunque, figuriamoci quella di Ettore! A questo punto avviene una cosa strana, non nell’Iliade, ma nel testo di Alex: secondo la sua versione: “quello era uno scudo divino, nulla avrebbe potuto schiantarlo, la punta di bronzo si conficcò proprio nel centro, ma lì si fermò”. Si conficcò nel centro? Lì si fermò? Ma che dice? Secondo la traduzione Ciani, come sa qualunque liceale, Ettore “colpì il figlio di Peleo in mezzo allo scudo, senza sbagliare, ma lo scudo respinse la lancia lontano”. E perché secondo Baricco la lancia rimane conficcata e non viene respinta lontano? Mistero. Io ho sempre pensato che la lancia venisse respinta lontano perché la dea Atena aveva messo intorno al figlio di Peleo una specie di scudo stellare (del resto sempre mamma Teti aveva fatto fabbricare le sue armi da Efesto, fabbro divino). Ma se gli dei non ci sono, allora Ettore ha lanciato debolmente, senza forza e per questo la lancia non ha trafitto lo scudo. Quindi è uno sfigato. Ma è ancora più sfigato quando cerca l’amico accanto per avere un’altra arma e non lo trova… Nel testo di Baricco, l’amico l’abbandona (ma che dice? Nessuno abbandonerebbe Ettore! Ettore è come Baggio, uno che Carletto Mazzone, quando l’allenava, ha sfidato tutta una curva di bestiali tifosi dopo due gol segnati da lui!). Invece l’amico non c’era proprio, era Atena che l’aveva ingannato. Cambia tutto. Tutto.

Baricco dice di leggere l’Iliade come una riflessione sulla guerra, e questo gli fa onore. Ma è proprio in tempo di guerra che si vede come pesano gli dei sulle vite degli uomini. Le migliaia di romani che il 16 ottobre 1943 sono stati rastrellati, senza sapere perché, senza essere antifascisti, senza volere ammazzare Mussolini, chi se non un dio crudele li aveva scelti? E gli iracheni bombardati e bruciati nelle loro case, anche se non avevano armi di distruzione di massa, chi se non un dio americano li ha condannati? E in tempo di pace, miliardi di persone resi poveri mentre altri sono ricchi come Creso, chi se non gli dei indifferenti li colpiscono?

Ma forse il problema di Baricco è che – con il tempo – anche lui è diventato un semidio, uno che non gli capiterà mai di fare un concorso pubblico e scoprire che gli dei hanno scelto di far vincere uno meno bravo di lui. In un gruppo che comprende Achille e Del Piero, Baricco si troverebbe proprio a suo agio. Mentre Ettore e Baggio li guarderebbero da lontano. Commiserandoli. Perché gente che fa gli spot con la mamma, a frequentarli è proprio da sfigati.

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