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Aldo Nove – La più grande balena morta della Lombardia (Einaudi Stile Libero)

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Gli ultimi giorni di Pompei prima dell’avvento di Woobinda. Un mondo, quello cantato da Aldo Nove in questo suo ultimo libro (La più grande balena morta della Lombardia...

Gli ultimi giorni di Pompei prima dell’avvento di Woobinda. Un mondo, quello cantato da Aldo Nove in questo suo ultimo libro (La più grande balena morta della Lombardia, Einaudi Stile Libero, p. 182, e. 12,50), dove c’era ancora lo spazio per lasciar andare la fantasia e creare mondi fascinosamente orrorifici, per fare incontri ravvicinati del terzo tipo perfino con I Ricchi e Poveri (altro che Music Farm!), per scoprire delle cose senza che un canale televisivo ti soffocasse il cervello. Erano gli anni settanta. Erano gli anni in cui un bambino poteva crescere con la sua scorta personale di ingenue illusioni e meravigliose crudeltà. Prima delle invasioni barbariche con i cibi transgenici, le parabole televisive e gli ipermercati ovattati.

Una volta un mio compagno delle elementari ha detto che l’acqua del rubinetto dei cessi della scuola faceva schifo perché sembrava sborra, l’ha sputata per terra e è andato in cortile a giocare a rialzo con gli altri.
Io alla fine dell’intervallo gli ho chiesto cosa voleva dire sborra e lui ha risposto che agli uomini delle volte invece di uscirgli dal coso la pipì esce la sborra che è bianca e ha lo stesso odore dell’acqua del rubinetto delle elementari quella mattina di maggio.
Allora quando esce la sborra nascono i figli diceva il mio compagno, tutte le persone che vanno in giro a fare disastri nascono, comprano la mortadella al negozio, vanno alla partita che c’è domenica o a loro volta si sposano e attraverso la sborra fanno continuamente altri figli che quando sono grandi esce anche a loro la sborra e tutto questo, si chiama Mondo.
Per un po’ di giorni io ogni volta che andavo in bagno e facevo la pipì controllavo il colore di quello che usciva se era bianco.
Ero un bambino che era molto spaventato dalla sborra. Quando vedevo che quello che usciva era giallo facevo un respiro di sollievo, non causavo a mia volta dei figli ma avevo otto anni e non capivo ancora nulla del sistema di continuare del mio pianeta e del mio paese.
Io, ci pensavo.
Un giorno per capire questa situazione ho chiesto a mio padre se essendo un padre adulto gli usciva normalmente la sborra dal coso. Mio padre mi ha dato uno schiaffo e mi ha detto di non dirlo mai più se gli usciva la sborra dal coso. Mi sono sentito morire e siccome già da tempo sapevo che ci sono delle parole che non si possono dire, ho messo dentro sborra tra queste.
L’album delle parole che non si possono dire piace molto ai bambini.
Le guardano di nascosto le dicono piano se le scambiano tra loro.
Una di queste è puttana, un’altra faccia di coglione che sei.
Poi ci sono le bestemmie, che sono le parolacce peggiori, quelle che se le dici succede qualcosa, un motorino va a sbattere contro le vetrine dei negozi di Via Roma. A volte, anche i genitori dicono parolacce e bestemmie di ogni tipo ma il motivo è che i bambini li hanno fatti arrabbiare, ad esempio mio nonno diceva non farmi bestemmiare non farmi bestemmiare e alla fine bestemmiava e questo era colpa mia.
A nove anni, ho trovato in Sardegna un giornale nascosto sotto il letto di mio zio, era pieno di foto che non conoscevo. Lì c’era sempre scritta la parola sborra e si vedeva. Usciva come aveva detto il mio compagno di classe dal coso e delle signorine la bevevano con la lingua sennò gli andava sulle spalle, sul seno.
Oppure erano sedute come delle capre su un divano e un uomo nudo le faceva questa sborra sul culo, l’uomo aveva le calze rosse.
Inoltre i personaggi di quelle storie si leccavano tutto il giorno erano come impazziti, tra cui anche una donna molto bella che assomigliava a mia madre che sembrava schiacciata come una rana in quanto un uomo le metteva un coso davanti e un altro uno di dietro e lei era bionda e in mezzo a quei due restava.
Io, prima di quella sera non mi immaginavo niente di tutto questo e mi sembrava molto drammatico e continuavo a guardare il giornale.
Ma, un po’ avevo voglia anche io di diventare grande per fare quelle cose di nascosto strane. Ma, non potevo perché gli uomini nelle fotografie avevano un coso che sembrava un wurstel grosso mentre il mio era uguale a quello di tutti gli altri bambini.
Allora prima di andare a dormire mi concentravo e pensavo che il pisello mi diventava un wurstel come quelli dei giornali ma l’unica cosa che riuscivo a fare era stringere il sedere fino a che mi faceva male stringerlo così.
Ma un giorno mentre faccio il bagno mi pulisco il coso e mi diventa duro. Mi spavento lo guardo e aspetto che esce la sborra, ma passa un sacco di tempo, finisce la schiuma da bagno e io sono sempre lì nell’acqua con il coso duro senza che esce nulla di bianco fino a che il coso diventa molle esco dalla vasca e vado a giocare con Big Jim.
Poi un giorno a dieci anni un mio compagno di classe mi dà un giornalino e mi dice tieni vatti a fare una sega di nascosto e non farti vedere da nessuno. Io senza che nessuno se ne accorgesse l’ho letto dove mio nonno teneva le bottiglie di vino bianco in cantina, in estate le imbottigliava quando arrivava da una ditta veneta dove l’aveva ordinato. Era la storia di una vampira che succhiava il sangue a delle persone a cui poi rubava i castelli ma metà della storia era fatta di disegni come le fotografie del giornale nascosto sotto il letto di mio zio come la vampira che aveva in bocca il coso di uno che doveva ammazzare e che le diceva così, leccami il cazzo.
(…)
Non lo sapevo perché ma quando le guardavo quelle cose mi veniva il batticuore come quando andavo in bicicletta al Roncolino in salita. Questo forse perché era proibito guardarle anche se da quando le avevamo scoperte ne parlavamo sempre e andavamo a cercarle nelle discariche nascoste dappertutto sopra i mobili dei genitori dei cugini o anche dentro i sacchi della spazzatura.
Nel frattempo avevo capito un sacco di cose che mi aveva spiegato ossia che Adamo ed Eva erano stati scacciati dal paradiso terrestre perché avevano scopato e altre realtà che non immaginavo anche solo l’anno prima, ad esempio quando due persone una sotto e una sopra si leccano allo stesso tempo si dice il sessantanove. In un film di Lando Buzzanca avevo visto che seduto sopra di lui c’era una donna che aveva la gonna corta.
Lando Buzzanca le metteva una mano sotto la gonna e le diceva, tu me lo fai diventare duro come i giornalini.
Quando ho riportato il giornalino al mio compagno di classe lui mi ha chiesto se mi ero fatto la sega. Io mi vergognavo però alla fine gli ho detto che non sapevo cosa vuol dire, farsi una sega.
Lui mi ha detto che suo padre che andava in giro per la provincia di Varese a fare il rappresentante di medicinali va tutto il giorno dopo alle due ci vedevamo ai cessi dell’oratorio, mi spiegava una sega.
Il giorno dopo vado alle due nei cessi dell’oratorio c’è il mio compagno di classe che mi dice entra dentro chiudi a chiave ti faccio vedere.
Si tira giù i pantaloni e le mutande si prende il coso in mano e inizia a fare avanti e indietro sempre uguale. Subito il coso gli diventa un wurstel e lui fa la faccia come quella degli uomini dei giornali.
Poi si interrompe e mi guarda e mi dice è bellissimo devi provare puoi pensare a quello che vuoi. A Cicciolina che ti fa un pompino. Io gli ho detto che sapevo cosa voleva dire pompino e avevo visto delle foto di Cicciolina e sentito una sua canzone alla radio che parlava del cielo e di lei che era nuda. Lui ha detto bravo pensa in questo modo a Cicciolina e fai così e ha ripreso a fare avanti e indietro con la mano con gli occhi chiusi diceva di sì Cicciolina vieni qui continuava fino a che hanno bussato alla porta e lui ha detto occupato sto facendo la cacca e ha smesso di fare avanti indietro con la mano sul coso si è portato un dito alla bocca e piano piano mi ha fatto segno di fare silenzio, completamente silenzio.
Siamo rimasti zitti immobili un momento poi da fuori hanno bussato ancora e allora il mio compagno ha gridato vaffanculo sto cagando e il tipo che bussava se n’è andato e lui ha ripreso la sua cosa con gli occhi chiusi.
Io gli ho chiesto quando ti esce la sborra e lui ha detto alla fine, quella è la cosa più bella aspetta che penso a Cicciolina. Allora un po’ tutta questa storia mi dava fastidio gli ho detto io me ne vado lui mi ha bloccato mi ha detto guarda che devi assolutamente imparare perché non provi a farmelo un po’ tu.
Io non volevo proprio avevo un po’ schifo se gli usciva la sborra e mi sporcavo le dita e glielo detto.
Lui mi ha risposto di pensarci bene che se glielo facevo mi dava dei giornalini dell’Uomo Ragno ma io ero disgustato anche se gli Uomo Ragno mi piacevano molto specialmente le storie dell’orrore alla fine.
Comunque non mi andava gli ho detto io me ne vado fuori a giocare a pallone con il Villa lui mi fa peggio per te ti perdi i giornalini e ha continuato a farsi una sega dicendo delle cose a Cicciolina che si immaginava lì.
Quella sera dopo Carosello dove ho visto Joe Condor che volava per controllare tutto e anche la pubblicità della carne Montana sono andato a letto per fare la mia prima sega ma continuava a diventarmi molle anche se mentre era duro era piacevole mi sembrava di essere uno che guida senza la patente sbandavo in curva e poi ricominciavo con più concentrazione.
Era molto faticoso sempre con la mano fare avanti e indietro e continuavo a distrarmi con il pensiero.
Pensavo a Cicciolina e mi veniva duro, poi pensavo al mio compagno che nel cesso dell’oratorio pensava anche lui a Cicciolina e mi diventava molle.
Ciascuno deve pensare a Cicciolina per sé.
*************
Quando possedevo un criceto una sera mi sono affacciato.
Sul tetto di una casa che c’era dopo il mio cortile c’era un gatto.
Ma non era un gatto come quelli che accarezzi.
Era un gatto orrendo che miagolava.
La felicità di avere un criceto è il piacere di guardare quando gira sulla ruota che hai messo dentro la gabbia. È una ruota colorata e il criceto non capisce niente, dice adesso corro qui dentro e arrivo da qualche parte, ma è un criceto e non capisce che è sempre dentro la ruota colorata di plastica che gira, e attorno c’è la gabbia e la cucina, noi che lo abbiamo comperato lo guardiamo, perché non siamo criceti e usciamo in strada, andiamo nei negozi o a Varese con i genitori.
Quel gatto lo avevo già visto.
Era sbagliato.
Era un gatto tutto spelacchiato.
Era un gatto magrissimo.
Si capiva che doveva morire.
Se era una trasmissione lo toglievano.
Se era una macchina lo rottamavano.
Se era un amico lo scacciavano dall’oratorio.
E per quel motivo il gatto urlava sui tetti lontano. E se provava a urlare da un tetto vicino gli tiravano della carta.
Lui lo sapeva e stava sul tetto di una casa vuota.
Era la casa dei signori Derlini. Abitavano da soli e i figli erano andati a lavorare in Belgio. Erano morti da due anni e quando sono morti avevano novant’anni.
Quando sono morti il signor Nardo si è svegliato di notte e ha visto che sopra l’armadio della camera da letto c’era sua madre che lo chiamava. Sua madre era morta trent’anni prima ma il signor Nardo per la vecchiaia non lo aveva capito e aveva chiesto a sua madre cosa ci faceva sopra l’armadio. La madre gli diceva che non lo sapeva neanche lei, che purtroppo era morta cinquant’anni prima e improvvisamente era lì in cima all’armadio di casa loro e non sapeva scendere.
Allora il signor Nardo ha detto alla madre di non gridare perché sua moglie dormiva e che avrebbe fatto di tutto per salvarla.
(…)
Il signor Nardo piano piano si è arrampicato sul mobile per salvare la madre che era morta cinquant’anni prima ma era lì, era sopra l’armadio e aveva bisogno di aiuto. Quando il signor Nardo è arrivato in cima all’armadio ha capito che era un sogno, che sopra l’armadio non c’era nessuno, che la vecchiaia gli aveva giocato un brutto scherzo, confondeva la realtà con la fantasia, aveva fatto un sogno, si è reso conto della situazione e per lo spavento è caduto dal mobile.
(…)
Quel gatto mi ipnotizzava.
Mi chiedevo perché era diventato così.
Come mai era un gatto orrendo.
Come un ragazzo che stava andando in moto e aveva guardato un cartello. Guardando il cartello si era sposto troppo e aveva perso mezza testa. Era in coma da molti anni e stava immobile nel letto. Lo dovevano girare perché se stava fermo delle parti di corpo finivano, si facevano dei buchi.
Quel gatto era pieno di buchi.
Una sera con il cannocchiale l’ho guardato. Era il cannocchiale che mio padre aveva vinto alle giostre di Cantello e ho visto che non erano buchi della carne, erano delle chiazze senza peli.
Quel gatto era completamente spelacchiato a casaccio e aveva gli occhi pieni di cispe e miagolava sul tetto dei signori Derlini morti.
E insomma quando il signor Nardo ha capito che sua madre era morta e non era in cima all’armadio e che in cima all’armadio c’era lui e erano le quattro di notte gli è venuto il terrore della vita ed è caduto sul letto dove ha centrato la moglie e le ha rotto la colonna vertebrale. Anche lui si è rotto tutto. La moglie è morta il giorno dopo. Lui è rimasto in carrozzella per qualche mese e alla fine è morto anche lui.
(…)
Con il cannocchiale guardavo il gatto orrendo e mi è venuto in mente un documentario su Madre Teresa di Calcutta. Madre Teresa di Calcutta era una suora piccola con le rughe, e sorrideva. Quando qualcuno era ammalato prendeva l’aereo e andava da lui. Anche da tutti quelli che facevano schifo lei andava. Madre Teresa di Calcutta era la donna più buona del mondo e anch’io volevo diventare il Madre Teresa di Calcutta del gatto orrendo sul tetto della casa dei signori Derlini.
(…)
E se io ero il Madre Teresa di Viggiù prendevo l’aereo e andavo sul tetto dei Derlini e lo salvavo.
Il gatto miagolava e miagolava.
Ogni giorno lo guardavo fino a che gli ho lanciato un po’ di prosciutto ma il tetto era troppo lontano e è caduto in cortile.
(…)
Allora un giorno mi è venuta un’idea.
Ho preso la cerbottana di plastica e sulla punta ci ho messo un palloncino con dentro la Simmenthal. Mia madre non si era accorta che avevo rubato la Simmenthal dal frigo. L’ho legata sulla punta della freccia e l’ho tirata contro il tetto dei Derlini.
L’ho centrato.
Il palloncino si è tutto scassato e c’era la Simmenthal sulle tegole e il gatto orrendo è arrivato lì e si è mangiato la Simmenthal.
Allora ogni giorno ripetevo.
Con la cerbottana spedivo sul tetto dei Derlini il palloncino con dentro la Simmenthal o gli avanzi dell’ossobuco o la mortadella, quello che trovavo in casa lo sparavo al gatto orrendo.
Giorno dopo giorno il gatto migliorava.
Era mio il capire che lo stavo aiutando, migliorando la situazione di vita di un gatto che sarebbe andato incontro a morte sicura.
Con il cannocchiale vedevo anche che il pelo faceva meno schifo, grazie al mangiare la pelle migliorava, i peli ritornavano su di lui e un giorno sarebbe potuto scendere dal tetto e andare dagli altri gatti, e qualcuno lo avrebbe potuto prendere, e forse lo avremmo potuto prendere noi, e così avevamo in casa un gatto e il criceto, e io raccontavo a tutti quelli che venivano in casa che il mio gatto era orrendo, e grazie a me era diventato normale, e adesso lo avevo e lui stava lì a fare le fusa, giocava.
Giorno dopo giorno il gatto orrendo aveva capito che si poteva fidare di me, aveva capito l’ora che gli sparavo da mangiare e mi aspettava ma un giorno purtroppo il palloncino si è staccato dalla punta della cerbottana la carne è caduta in cortile la freccia è arrivata in faccia al gatto orrendo e l’ho ammazzato. (…)
Sono andato in camera mia mi sono detto adesso giochi con le costruzioni non ci pensare ho detto ma mi veniva da piangere e con le unghie ho strappato un pezzo di tappezzeria che era già rotto, l’ho strappato di più, sono tornato in balcone.
Con il cannocchiale guardavo il gatto orrendo con la testa spaccata, e le nuvole che c’erano, e com’ero anche io compreso nel mondo.

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