W.G. Sebald – Vertigini (Adelphi)

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Il viaggio. Fonte al tempo stesso di ritrovamento e perdita per la storia di un individuo. Come un puzzle che sembra sempre sul punto di essere completato.

Il viaggio. Fonte al tempo stesso di ritrovamento e perdita per la storia di un individuo. Come un puzzle che sembra sempre sul punto di essere completato. Poi la mano trema (vertigine?) e tutto va in mille pezzi. E così si ricomincia daccapo. Con la consapevolezza che niente durerò all’infinito. Il grande scrittore tedesco W. G. Sebald, scomparso in un incidente automobilistico due anni fa, era un maestro nel cercare di rimettere in sesto, d’incollare i “cocci” smarriti della nostra civiltà attraverso storie polifoniche, che intrecciavano e legavano insieme i destini in apparenza distanti degli uomini raccontati. In questo libro (Vertigini, trad. di Ada Vigliani, Adelphi, p.229, e.15,00), la sua scrittura, ossessivamente ipnotica, ci restituisce il profumo della grande letteratura. E rende ancora più intenso il rimpianto per la prematura scomparsa di uno dei grandi scrittori della seconda metà del Novecento.

Il sabato 6 settembre del 1913 il vicesegretario della Compagnia praghese di assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro, dottor K., è in viaggio per Vienna, dove parteciperà a un congresso sul tema “Igiene e protezione antinfortunistica”. Come la sorte di un ferito in guerra dipende dalla qualità della prima fasciatura sul campo di battaglia – legge in un giornale che ha comprato a Gmund -, così negli infortuni della vita quotidiana i primi soccorsi sono della massima importanza per la prognosi. Questa frase mette in ansia il dottor K., quasi quanto l’accenno alla serie di eventi mondani che si intrecceranno al congresso. Ecco la stazione di Heilingenstadt. Infausta, vuota, così come sono vuoti i convogli. Ancora una volta a fine corsa. Il dottor K. sa che avrebbe dovuto supplicare in ginocchio il direttore di non portarlo con sé. Adesso naturalmente è troppo tardi.

A Vienna il dottor K. prende alloggio all’Hotel Matschakerhof, per simpatia verso Grillpalzer, che si fermava sempre lì per pranzo. Un gesto di deferenza destinato, purtroppo, a dimostrarsi inefficace. Per quasi tutto il tempo il dottor K. si sente malissimo. Soffre di un senso d’oppressione e di disturbi visivi. Benché disdica i suoi appuntamenti ogni volta che può, si ritrova di continuo in mezzo a una spaventosa quantità di gente – così almeno gli sembra. Siede a tavola con gli altri come un fantasma, ha gravi attacchi di claustrofobia e da ogni sguardo che lo sfiora si crede indagato sin nel profondo. Accanto a lui, quasi gomito a gomito, c’è Grillparzer, ormai decrepito. Fa delle brutte smorfie e a un certo punto gli posa addirittura una mano sul ginocchio. Durante la notte il dottor K. ha una crisi. La storia di Berlino continua a tormentarlo. Inutilmente si rigira nel letto, si mette delle compresse fredde sulla fronte, rimane a lungo alla finestra, guarda la via e vorrebbe giacere giù, di qualche piano, nella terra. Impossibile – annota il giorno dopo – condurre l’unica vita possibile, una vita in comune con una donna, ciascuno dei due libero, ciascuno per sé, senza matrimonio né di diritto né di fatto, vivere solamente insieme, impossibile compiere l’unico passo lecito oltre l’amicizia virile, perché lì, appena superato il limite stabilito, già si alza il piede che ti schiaccerà al suolo. (…)

Il 21 settembre il dottor K. si ferma a Desenzano sulla sponda meridionale del lago di Garda. Gran parte degli abitanti del luogo è riunita sulla piazza del mercato per accogliere il vicesegretario della Compagnia praghese di assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro. Il dottor K. invece è sdraiato laggiù in riva al lago in mezzo all’erba, davanti a sé le onde fra le canne, a destra il promontorio di Sirmione, a sinistra la costa fin su a Manerba. Starsene semplicemente sdraiati nel verde, questa nei tempi felici è una delle occupazioni preferite del dottor K. in tali casi – come ad esempio gli era successo un giorno a Praga quando un signore piuttosto distinto, con il quale aveva a volte intrattenuto rapporti di lavoro, gli era passato vicino in tiro a due – gode le gioie (in ogni caso solo le gioie, come lui stesso scrive) del declassamento. Ma a Desenzano non avrà modo di assaporare nemmeno questa modesta felicità. Alla fine lui è soltanto malato, e malato resta indipendentemente dal luogo in cui si trova. Sua unica consolazione è che nessuno sa dove sia finito. Riguardo agli abitanti di Desenzano, non è noto quanto tempo quel pomeriggio abbiano ancora trascorso nell’attesa del vicesegretario di Praga e a che ora, delusi, abbiano infine sciolto l’assembramento. Uno dei presenti deve aver osservato che coloro nei quali riponiamo le nostre speranze arrivano sempre e soltanto quando nessuno ne ha più bisogno.

Dopo quella giornata assai deprimente per lui, non meno che per gli abitanti di Desenzano, il dottor K. trascorre tre settimane nello stabilimento termale del dottor von Hartungen a Riva, dove giunge con il vaporetto prima che scenda la notte. Un cameriere con un lungo grembiule verde, chiuso sulla schiena da una catenella di ottone, conduce il dottor K. nella sua stanza; dalla finestra egli volge lo sguardo al lago che, al calare dell’oscurità, è disteso lì davanti in una quiete assoluta. Tutte le sfumature del blu si alternano fra loro, e nulla sembra muoversi, nemmeno il vaporetto che ha di nuovo preso il largo e si è ormai allontanato per un buon tratto. L’indomani già comincia la routine delle terapie.

Tra le varie docce fredde e le applicazioni elettriche che gli sono state prescritte, il dottor K. vuole provare, per quanto possibile, a calarsi appieno nel silenzio e nella quiete, ma il tormento che lo lega a Felice, e lega lei a lui, gli ricade addosso di continuo – come si aggregasse in qualcosa di vivo -, soprattutto al risveglio ma anche durante i pasti. Finirà per credersi paralizzato e incapace di tenere in mano le posate.

Fra l’altro a tavola, alla destra del dottor K., è seduto un vecchio generale che per lo più sta zitto, ma di quando in quando avanza osservazioni di abissale acume. Così una volta, levando improvvisamente lo sguardo dal libro che tiene sempre aperto accanto a sé, dichiara che in guerra, a pensarci bene, tra la logica della simulazione e quella del bollettino militare, entrambe a lui familiari come poche altre cose al mondo, si estende un ampio terreno di dati imperscrutabili. Decisive sono proprio le minuzie che sfuggono alla nostra facoltà percettiva. Nelle principali battaglie della storia d’ogni tempo è accaduto esattamente così. Minuzie, certo, che però hanno lo stesso considerevole peso dei cinquantamila soldati e cavalli morti a Waterloo. In ultima analisi è solo questione di peso specifico. Al riguardo Stendhal ha sempre avuto idee più precise di qualsiasi Stato Maggiore, e adesso, da vecchio, il generale va a scuola da lui: per non dover morire completamente all’oscuro della verità, per smascherare quell’idea in fondo assurda in virtù della quale si crede di poter influenzare il corso degli eventi con un colpo di timone, con la propria volontà, mentre gli eventi sono influenzati dai più diversi rapporti reciproci.

Ascoltando le massime del suo vicino di tavola, il dottor K., pur consapevole che quelle osservazioni non sono affatto rivolte a lui, avverte in sé un lieve empito di fiducia e una specie di tacita solidarietà. Non a caso egli nota adesso anche la ragazzina alla sua sinistra e suppone sia crucciata a causa del signore muto alla sua destra, quindi di lui. È piuttosto piccola di statura, vive a Genova, ha un’aria molto italiana, ma in realtà è di origine svizzera e, come alla fine si scopre, ha un timbro di voce singolarmente basso. Ogni volta che con quella voce lei gli rivolge la parola – il che accade piuttosto di rado -, il dottor K. interpreta la cosa come una straordinaria prova di confidenza. Poiché è malata gli appare meritevole di grandi attenzioni, e presto la porta in barca sul lago. Le pareti rocciose svettano dall’acqua, qua e là ancora verdi, verso la bella luce autunnale, come se l’intera contrada fosse un album e un dilettante di rara sensibilità avesse disegnato le montagne sul foglio bianco per la proprietaria dell’album, a ricordo di sé.

Al largo i due si raccontano la storia delle loro malattie, entrambi sull’onda – si potrebbe dire – di un miglioramento passeggero e di una placida sensazione stuporosa. Il dottor K. sviluppa una frammentaria teoria dell’amore immateriale, dove non c’è differenza tra prossimità e distanza. Quando apriamo gli occhi, egli dice, sappiamo che la nostra felicità nasce dalla natura e non dai nostri corpi, i quali già da tempo ormai non appartengono più alla natura. Perciò tutti i falsi innamorati – e sono la quasi totalità – nell’amore tengono gli occhi chiusi oppure li spalancano per bramosia, il che è la stessa cosa. Non c’è altra condizione in cui gli esseri umani siano più disarmati e più fuori di sé, aggiunge. Sulle proprie idee, ormai, si è perso il dominio. Si soggiace a una specie di impulso coattivo alla variazione e alla ripetizione nel quale, come lui stesso ha troppe volte dovuto sperimentare, ogni cosa si disgrega, anche l’immagine della persona amata, alla quale cerchiamo tuttavia di aggrapparci. È strano d’altronde che in condizioni analoghe, a suo giudizio davvero al limite della follia, lui non abbia mai saputo trovare altra via d’uscita se non calcarsi sulla coscienza un immaginario cappello nero da maresciallo napoleonico. Ma in quel momento nulla gli era meno necessario, concluse, di un simile cappello, perché lì in mezzo al lago erano entrambi davvero quasi immateriali, e avevano una naturale percentuale della loro stessa irrilevanza.

A seguito di questi discorsi, in sintonia con le aspirazioni del dottor K., i due giungono a un accordo: non dovranno parlare ad altri di quel loro incontro, non dovranno scambiarsi foto, neanche un foglio di carta, nemmeno una parola scritta e, una volta trascorsi insieme quei pochi giorni che ancora restano, ciascuno dei due dovrà lasciare semplicemente che l’altro prosegua per la sua strada. All’atto pratico naturalmente non fu facile e, giunta l’ora dell’addio, il dottor K. dovette prendere ogni sorta di bizzarre precauzioni per evitare che la fanciulla genovese scoppiasse in singhiozzi davanti a tutti. Quando alla fine il dottor K. l’accompagnò all’attracco del vaporetto ed ella percorse con andatura incerta la passerella che conduceva a bordo dell’imbarcazione, lui si sovvenne che solo poche sere prima avevano trascorso insieme un po’ di tempo in compagnia di altra gente, e una giovane russa, molto ricca e molto elegante, per noia e per disperazione – perché di regola sono le persone eleganti a sentirsi smarrite in mezzo a quelle che non lo sono, non viceversa – aveva letto loro le carte. Come succede di solito in simili casi, non era venuto fuori nulla di serio, ma solo sciocchezze e ridicolaggini. Quando fu il turno della fanciulla genovese, invece, si produsse una combinazione di carte che non dava adito a dubbi e secondo la quale – come spiegò la gentildonna russa – ella non avrebbe mai contratto il cosiddetto vincolo del matrimonio. In quel momento il dottor K. si sentì addirittura costernato al pensiero che proprio a quella ragazza – nei cui confronti provava tanto affetto e alla quale, sin dal primo incontro, aveva dato dentro di sé il nome di “Sirenetta” per via dei suoi occhi verde acqua -, che proprio a lei le carte avessero predetto una vita da nubile, benché non avesse nulla della zitella, ad eccezione forse della pettinatura, come dovette ammettere adesso vedendola per l’ultima volta nell’atto un po’ goffo di tracciare in aria con la mano sinistra il segno che tutto era finito, mentre la destra era tranquillamente posata sul parapetto.

Il vapore salpò e si spinse al largo di sghimbescio lanciando ripetuti segnali. L’Ondina era sempre appoggiata al parapetto. Ormai la si distingueva a fatica. Infine non si riuscì più a individuare con certezza nemmeno il battello, si scorgeva soltanto la scia bianca che esso si lasciava dietro sull’acqua, la cui superficie tuttavia ben presto si placò. Riguardo alle carte, anche per lui – come il dottor K. ebbe modo di ripensare tornando in clinica – ne era risultata una combinazione inequivocabile, in quanto tutte le carte con figure erano finite ben lontane da lui, in posizione marginale. Anzi, una volta scesero soltanto due figure e un’altra nemmeno una, sicché a seguito di questa distribuzione, evidentemente molto inconsueta, la gentildonna russa lo aveva guardato negli occhi di sotto in su, dicendo che da tempo non si era visto a Riva un ospite così singolare.

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