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David Peace – 1977 (Meridiano Zero)

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Inghilterra. Yorkshire. Leeds. 1977. Tempo di giubileo. Quello della Regina e i Sex Pistols a latrare “God Save the Queen”. Tempo di sangue.

Inghilterra. Yorkshire. Leeds. 1977. Tempo di giubileo. Quello della Regina e i Sex Pistols a latrare “God Save the Queen”. Tempo di sangue. Quello che sparge sul terreno già imbevuto di odio e violenza lo squartatore di prostitute. Ad inseguire quest’ombra di morte, due uomini: il sergente di polizia Bob Fraser e il giornalista Jack Whitehead. Perché i fantasmi possano smettere di fargli visita ogni giorno che Iddio ha mandato sulla terra. Perché il sangue si plachi. Perché arrivi la quiete e tutto abbia senso. Anche la pace tanto desiderata. David Peace, uno dei venti migliori scrittori inglesi under 40 secondo la rivista Granta, ha scritto un noir teso e disturbante (1977, trad. di Giuliana Zeuli, Meridiano Zero, p. 365, e. 15.50). Allucinato. Un noir che ha assimilato a dovere la lezione di Ellroy.

Leeds.

Domenica 29 maggio 1977.

Ricomincia tutto daccapo:

Quando i due sette si scontrano…
A bruciare le gomme lisce in un’altra alba di fuoco, diretti verso un altro parco antico dov’è morta in segreto: da Potter’s Field a Soldier’s Field i parchi rivelano i propri fantasmi, ricomincia tutto daccapo.

Domenica mattina, coi finestrini aperti: sarà un’altra magnifica giornata, la buca delle lettere rossa tutta sudata e i cani che abbaiano verso il sole che sorge.

La radio accesa pulsa di un battito di morte.

In stereofonia: la radio e il walkie-talkie insieme.

Siamo diretti a Soldier’s Field.

È la voce di Noble da un’altra vettura.

Ellis si volta verso di me e mi lancia uno sguardo come per dire che dovremmo andare più veloci.

– È morta, – gli faccio, ma so anche cosa deve pensare in quel momento:

Domenica mattina… è partito in vantaggio, gli abbiamo dato un giorno di vantaggio su di noi, un’altra vita di vantaggio. Sui giornali niente fino a domani mattina, solo quello stramaledetto giubileo, nessuno che si ricordi di un altro sabato notte a Chapeltown.

Chapeltown: da due anni è la mia zona; i viali alberati e tante belle case antiche dentro le quali sono stati scavati degli appartamentini squallidi pieni di donne sole che vendono sesso per nutrire i loro bastardi schifosi, i loro uomini schifosi e le loro abitudini schifose.

Chapeltown: toccava a me. SQUADRA OMICIDI.

I patti che accettiamo, le bugie che comprano, i segreti che manteniamo, il silenzio che ottengono.

Accendo la sirena che si abbatte come un colpo di maglio sulla quiete di quella domenica mattina, una chiamata per i morti.

Ellis mi fa: – Diamogli una bella sveglia a questi negri del cazzo.

Ma so che lei non farà una piega nel suo letto umidiccio, un paio di chilometri più in là.

Ellis sorride, come se non avesse mai voluto altro dalla vita; come chi non aspetta altro che quello, e da un pezzo.

Ma lui non sa che cosa troveremo steso sull’erba a Soldier’s Field.

Io sì.

Lo so.

Ci sono già stato.

E adesso, adesso ricomincia tutto daccapo.

– Dove cazzo è Maurice?

Vado verso di lei, avviandomi sull’erba di Soldier’s Field. E dico: – Arriverà?

Tra me e lei c’è il Sovrintendente Investigativo Capo Peter Noble, il cocco di George, che si è schiodato dalla nuova, grassa scrivania a Millgarth.

So già che cosa troverò: ci sarà un impermeabile sopra di lei, scarpe o stivali piazzati sulle cosce, un paio di mutandine infilate su una gamba sola, il reggiseno spinto verso l’alto, lo stomaco e i seni scavati con un cacciavite, il cranio sfondato con un martello.

Noble controlla l’orologio e dice: – Be’, comunque vada, questo tocca a me.

C’è un tizio in tuta da ginnastica appoggiato a una grossa quercia che vomita. Lancio un’occhiata all’orologio. Sono le sette e c’è un velo sottile di bruma che si leva dall’erba in tutto il parco.

Poi mi decido a chiedere: – È lui?

Noble si toglie di mezzo. – Da’ un’occhiata anche tu.

– Cazzo, – esclama Ellis.

L’uomo in tuta alza lo sguardo, col mento ancora coperto di bava, e io penso a mio figlio e mi sento stringere lo stomaco in una morsa.

Sul ciglio della strada intanto stanno arrivando altre macchine, altra gente.

Il sovrintendente Investigativo Capo Peter Noble mi fa: – Che cazzo l’hai accesa a fare quella sirena? Così adesso ci ritroviamo tra i piedi tutto il circondario.

– Tutti possibili testimoni, – gli sorrido, e poi finalmente mi decido a guardarla.

Ha un impermeabile nocciola addosso, da cui spuntano pallidi i piedi e le mani. Ci sono delle chiazze scure sull’impermeabile.

– Dacci un’occhiata, cazzo, – fa Noble a Ellis.

– Dai, su, – insisto anch’io.

L’agente Investigativo Ellis si infila lentamente un paio di guanti di gomma bianchi e poi si accovaccia sull’erba accanto a lei.

Solleva il soprabito, deglutisce e allontano lo sguardo, concentrandomi sui crochi o chissà cos’altro.

Ellis rimette giù il soprabito.

Noble ci dice: – È stato lui a trovarla.

Mi volto di nuovo verso l’uomo in tuta, l’uomo coperto di vomito, con un senso di gratitudine. – Ce l’abbiamo già la deposizione?

– Se non è chiedervi troppo, – sorride Noble.

Ellis si tira su. – Che modo assurdo di andarsene, cazzo, – esclama.

Il Sovrintendente Investigativo capo Noble si accende una sigaretta e soffia fuori il fumo sibilando: – Stupida troia.

**********

Sono quasi le otto e in macchina si sta sempre più stretti, la luce comincia a svanire. In quella zona di Leeds si accendono i falò, e non si tratta di quei cazzo di fuochi del giubileo. Io e Ellis siamo ancora seduti vicino a Spencer Place senza fare un cazzo, a parte sudare e darci sui nervi a vicenda.

Siamo nervosi, cazzo, come il resto della città.

Ellis puzza e abbiamo i finestrini aperti, si sente l’odore del legno e di Roma che bruciano, fischi e grida nell’aria nera e rovente: quelli che non abbiamo ancora sbattuto dentro preparano le barricate e mettono fuori le bottiglie del latte per dopo.

Sono teso.

Vorrei chiamare Louise, mi chiedo se è già tornata dall’ospedale, mi sento in colpa per ieri e per il piccolo Bobby, penso di nuovo a Janice e me lo sento venire duro, cazzo, e poi scoppia il finimondo.

DI BOTTO:

Vetri che si rompono, frenate brusche, una macchina rossa che passa a tutta velocità a zigzag, col parabrezza in frantumi, colpisce un marciapiede e si cappotta ai piedi di un lampione.

– Cristo, – urla Ellis. – Quella è la Buoncostume.

Scendiamo tutti e due dalla macchina, attraversiamo di corsa Spencer Place e ci fiondiamo verso l’auto capovolta

Do un’occhiata in strada.

Alla luce di un falò che brucia in un campo in fondo alla strada c’è una banda di giamaicani, ombre nere che ballano e urlano dalla gioia, che quasi quasi vorrebbero completare l’opera che hanno appena cominciato e darci dentro.

Fisso lo sguardo nella notte buia, verso le barricate, i falò e le fiamme che sprizzano alte, cariche di dolore.

Una di loro si fa avanti spavaldo, tutto boccoli e atteggiamento da Mau Mau.

Fatevi sotto, dai.

Ma sento già le sirene, le squadre speciali e le pattuglie di riservisti, le nostre bugie del cazzo sguinzagliate nel vento, e mi volto di nuovo verso l’auto rossa.

Ellis si china a parlare con i due uomini a testa sotto che ci sono dentro.

– Qui tutti bene, niente di grave, – mi urla.

– Chiama l’ambulanza, – gli faccio. – Io resto qui con loro ad aspettare la cavalleria.

– Negri del cazzo, – borbotta Ellis tornando di corsa verso la nostra macchina.

Mi metto in ginocchio e lancio uno sguardo nell’auto.

È buio e a prima vista non riconosco i due che ci sono dentro.

Dico qualcosa tipo: – Non vi muovete. Pochi minuti e vi tiriamo fuori.

Loro annuiscono e borbottano.

Sono altre macchine che arrivano, altre frenate.

– Fraser… – geme uno degli uomini.

Mi sporgo a guardare l’uomo intrappolato nel sedile accanto a quello di guida.

È Craven, cazzo, l’Ispettore Investigativo Craven.

– Fraser?

Facendo finta di non sentirlo, gli dico: – Aspetta, eh, amico. Un poco di pazienza.

Do un’altra occhiata in strada e vedo un furgone straboccante di riservisti che passa a tutta velocità sopra il falò e si lancia all’inseguimento dei negri

Torna Ellis. – Appena arriva l’ambulanza Rudkin ci rivuole alla base. Dice che sono cose da pazzi.

– Perché qui no, allora? Resta con loro, – gli dico tirandomi su.

– Dove vai?

– Torno tra poco.

Pianto lì Ellis che borbotta e impreca e me la squaglio a tutta velocità verso il numero 2.

– Che cazzo vuoi?

– Lasciami entrare. Voglio parlarti.

– Questa sì che è una sorpresa, – dice sarcastica, però apre la porta per farmi entrare.

È a piedi nudi, con una gonna lunga a fiori e una maglietta.

Impalato al centro della stanza, sento dalla finestra aperta la puzza di fumo e l’inizio di una sommossa di sotto.

Le dico: – Hanno tirato un mattone o chissà cosa contro una macchina della Buoncostume.

– Ah, – mi fa, come per dire, ma cazzo qui succede quasi tutte le sere, no?

Chiudo il becco e la prendo tra le braccia.

– Ah, allora è questo che volevi? – mi fa ridendo.

– No, – mento, incazzato e con l’uccello duro.

Si accovaccia e mi tira giù la lampo: io mi lascio cadere all’indietro affondando nel letto.

Attacca a succhiarmelo e la mia mente è come un cielo nero dove spuntano le stelle che appaiono e scompaiono, ascolto le sirene e gli urli sapendo che la merda non è nemmeno cominciata.

**********

Antica città di merda inglese! Come mai è qui, questa antica città di merda inglese? La famosissima ciminiera grigia, gigantesca, del suo più vecchio stabilimento! Come mai è qui? Non c’è nessuno spunzone di metallo arrugginito nell’aria che interrompa la visuale in alcun punto della prospettiva reale. Cos’è questo spunzone che s’intromette, e chi lo ha messo lì? Sarà per ordine della Regina, per impalarci un’orda di ladri del Commonwealth, uno dopo l’altro. È così, perché i cembali risuonano e passa la Regina che va a palazzo in lunga processione. Diecimila spade scintillano al sole, e tre volte diecimila fanciulle danzano e spargono fiori. Seguite da elefanti bianchi bardati di bianco, rosso e blu, una moltitudine infinita, con infiniti scudieri. Eppure la ciminiera si leva sullo sfondo, dove non è possibile che sia, e ancora nessun corpo si contorce sull’orrido spunzone. Aspetta! È possibile che la ciminiera altro non sia che un umile spunzone arrugginito nell’angolo di una vecchia spalliera di letto che cade a pezzi. Aspetta! Ho venticinque anni e più, le campane che rintoccano giubilanti. Aspetta.

C’era il telefono che suonava.

Sapevo che era Bill. E sapevo anche cosa voleva da me.

Mi allungai sopra l’altro cuscino marrone, i vecchi romanzi ingialliti e la cenere grigia sparsa in giro e dissi:

– Casa Whitehead.

– Ce n’è stato un altro. Mi servi qui.

Misi giù il ricevitore e me ne restai rannicchiato nella fossetta che mi ero scavato nel groviglio di coperte e lenzuola.

Restai a fissare il soffitto, il broccato del paralume, la pittura scrostata e le crepe venate.

A pensare a lei e a pensare a lui, mentre le campane di St Anne annunciavano l’alba.

Il telefono attaccò a suonare di nuovo, ma avevo richiuso gli occhi.

Tutto sudato come uno stupratore, mi svegliai dai miei sogni pregando che non fossero miei. Fuori gli alberi si afflosciavano al caldo, in posa da salice piangente e il fiume scorreva nero come una scatola di lacca sotto la luna e le stelle, ritagliate nella tela oscura sovrastante, che si afflosciavano a guardare giù nel mio cuore tetro.

Il ragazzo dimenticato dal mondo.

Trascinai a fatica le mie stanche membra da Dickens alla cassettiera, strisciando sulla moquette lisa e fermandomi davanti allo specchio a contemplare le povere ossa che riempivano quello squallido sacco in cui dormivo, in cui sognavo, in cui nascondevo la mia pellaccia.

Ti amo, ti amo, ti amo.

Seduto davanti alla cassettiera su uno sgabello fatto da me ai tempi della scuola, mandai giù un sorso di Scotland e mi soffermai a pensare a Dickens e al suo Edwin, a me e al mio, e a ciascuno il suo.

Eddie, Eddie, Eddie.

Attaccai a canticchiare.

One day My Prince Will Come, o era invece If I’d Have Known You Were Coming I’d Have Baked a Cake?

Le bugie che diciamo e quelle che ci teniamo per noi.

Carol, Carol, Carol.

Che persona meravigliosa.

Sfinito e sborrato sul pavimento del bagno, lungo disteso sulla schiena, cercai a tastoni la carta igienica.

Mi ripulii la sborra dalla pancia e appallottolai i pezzi di carta facendo finta che non ci fossero.

Le tentazioni di san Jack.

*****

Ancora il sogno.

Ancora la donna morta.

Ancora la sentenza e la condanna.

Ancora tutto, ricominciava tutto daccapo.

Mi svegliai accanto al letto, in ginocchio per terra, e ringraziai Gesù Cristo il Salvatore a mani giunte perché non ero io il killer dei miei sogni, perché lui era vivo e mi perdonava, perché non ero stato io ad assassinarla.

Sentii sbatacchiare la buca delle lettere.

Delle voci di bambini canticchiavano nella fessura:

Jack si droga, Jack si fa, vaffanculo Jack testa di merda.

Non sapevo se fosse mattina o pomeriggio o se quella fosse un’altra banda di ragazzini venuti apposta a tormentarmi i nervi, invece di andare a scuola.

Mi rigirai e tornai a Edwin Drood, in attesa che venisse qualcuno a portarmi via almeno un po’ da tutto quello.

Il telefono attaccò a suonare un’altra volta.

Qualcuno che mi salvi l’anima.

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