Valerio Magrelli – Nel condominio di carne Einaudi Stile Libero)

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La prosa aulica e metafisica di Valerio Magrelli è una felice eccezione nel panorama letterario italiano. Il libro del poeta romano è un insieme di frammenti narrativi che hanno per...

La prosa aulica e metafisica di Valerio Magrelli è una felice eccezione nel panorama letterario italiano. Il libro del poeta romano è un insieme di frammenti narrativi che hanno per oggetto il corpo con le sue sorprendenti metamorfosi (Nel condominio di carne, Einaudi Stile Libero, p. 128, e. 8,50). Metamorfosi che ognuno di noi si limita ad osservare (o nel migliore dei casi a governare), rimanendo un “ospite”, un “affittuario” dell’organismo che abita con la consapevolezza di ignorarne le sue regole “condominiali”. Le gambe, le braccia, la pelle con le loro “malattie” e le loro “guarigioni” ci rendono così spettatori attoniti e affascinati del mistero della vita.

Perché fu il guasto la mia vera guida, lo psicopompo, la voce fuori campo. (Con i miei disturbi intrattengo lo stesso rapporto che un pittore della domenica ha con l’arte: niente di serio, ma una lunga consuetudine laterale, e un leggero talento).

La famiglia dal medico: un senso di smarrimento, di fuga in Egitto. La mia prima visita oculistica. Mentre ancora fissavo il tabellone con i suoi geroglifici luminosi, la stele di Rosetta di un lungo cammino verso il crepuscolo, mentre ancora inforcavo gli occhiali di prova (una specie di polipo in acciaio nero su cui inserire e ruotare le lenti per la verifica), il dottore, scherzando, mi disse che potevo andare, così com’ero, e che tenessi pure tutto l’armamentario.

Poi il gioco fu scoperto, ma troppo tardi per diradare un senso di nauseante enucleazione. Non fu una malattia quella, ma piuttosto la condizione preliminare per ogni sua futura manifestazione, la certezza di essere condannato a vivere dietro una maschera di ferro, o come un palazzo in ristrutturazione, con i ponteggi davanti alla facciata. Ora ero pronto, ora avevo la protesi con cui guardare e traguardare l’arrivo di altre, infinite protesi. Quelle antenne sporgenti dai cerchi tarati e pesanti, quei flagelli di creaturina ciliata, li avrei portati come una ricetrasmittente d’infezione. L’impianto era montato: i programmi potevano avere inizio.

Chi ha inventato le diciotto e trenta? Chi ha potuto concepire quest’ora mesta e letale? Da dove è sorto questo dosso del tempo, che rompe la giornata, la frattura, e la obbliga a rallentare, interrogandosi. È giovedì, la cena è ancora lontana, se ne intravede appena il profilo in distanza. Il tepore del pranzo è sparito per lasciare il posto a un collasso termico riscontrabile nella tazzina di caffè dimenticata sopra lo scaffale. Pozzanghera di fango, cataplasma. È la morte del sole, il giorno di Santa Lucia. Buio. Il lavoro langue. Non può finire il vecchio, e il nuovo non può nascere. Non può nascere il nuovo. È in questo stallo che sono venuto alla luce, in questa risacca del mondo, un giovedì alle diciotto e trenta, mentre in tv davano l’intervallo. Stasi. Mi sento figlio della stagnazione e dell’ipocondrio, nato, come una Venere rovesciata e nera, dalle melmose acque della cattiva infinità pomeridiana.

Una candida spiaggia. Bambino, marcio in colonna con alcuni coetanei lungo un mare azzurrissimo, immobile e chiaro. L’occhio corre sull’acqua mattutina, sotto un cielo d’estate terso e ventilato. Se mi soffermo sulla bellezza della scena, è per capire il suo rapporto con ciò che ne seguì.

Ora è in ballo la pelle, e il temporaneo addio che volle dare al resto del mio corpo. Sì, perché mentre andavo in quel paradiso di luce, la luce lavorava fervida sopra la mia carnagione. Mi concia per le feste, anzi, mi concia e basta. Separa l’epitelio, lo stacca (anatra laccata) e col suo flauto ci soffia dentro non so più quale musica o liquido o siero. La sera, in tenda, la mia schiena è un plastico con i monti in rilievo.

Era la prima tappa nel lungo percorso di ustioni che mi aspettava. Poi avrei dovuto vedere la mia faccia staccarsi lenta come una maschera mortuaria dal resto del viso (“fece una palla di pelle di pollo”). Poi, proprio a Delfi, nell’isola di Apollo, coperto come un monaco ortodosso, avrei sentito le mani, bruciate e palpitanti, diventare le incandescenti, magiche forcelle di un rabdomante.

Quella dei piedi, invece, fu una avventura che ricorda piuttosto l’Oneirocritica di Artemidoro. Ho ancora davanti agli occhi uno zio sorridente che passeggia, impassibile, solo, sulla distesa di una spiaggia arroventata. Nessun essere umano, nessuna creatura vivente, nessuna pianta, pochi minerali, avrebbero potuto tollerare il contatto con quella rena di fiamma, già vicina alla vetrificazione. Lui sostava tranquillo, grande invalido, reduce della campagna di Russia. Aveva le due estremità congelate, frigido marmo neoclassico, ghiaccio su fuoco. Questo per dire che allora, sotto il solleone, mi piaceva dormire accovacciato all’ombra, osservando il profilo di quello straniato Canova. Quando mi appare in sogno una fanciulla, si china su di me, ma non mi bacia, no; mi sfiora il piede con una lama affilata. O è Psiche, con la sua goccia incandescente? Mi sveglio di soprassalto per scoprire un gruppo di amici che ride intorno a me. Tra le dita scottate, ho ancora il mozzicone di una sigaretta.

Il braccio, invece, lo ruppi da grande. Passati trenta giorni di immobilità, mi aspettavo l’apparizione di un arto pallido e stremato, traslucido e fantastico. Niente affatto. Stava lì, quasi uguale a prima. Tutto risolto? Macché. Tanta ingannevole normalità nascondeva una nuova metamorfosi: l’odore. Fu quando tolsero il gesso, che mi comparve il Genio. La pelle, appena sfiorata, quasi fosse la lampada di Aladino, e lui di fronte a me, pronto a ubbidire. Bastò sfregare leggermente all’altezza del polso, perché da quel braccio, da quel timido braccio, salisse enorme un ectoplasma puteolente. Io mi aspettavo qualcosa del genere, ma non quella creatura, non quella creatura. Perché non si trattava di un afrore più o meno disgustoso, quanto di una dimensione ulteriore, ultradermica. E presto ne compresi il motivo.

Nel giro di quelle poche settimane, la pelle non era soltanto marcita: in un punto, all’attaccatura del pollice, aveva cominciato a decomporsi. Non solo macerata o squamata; di più: forse credeva fosse già venuto il momento, e insomma, colliquava – o meglio, si accingeva a farlo. Preparativi per la villeggiatura.

Non avevo mai sentito un odore simile. Veniva dalla famiglia dei formaggi, dei formaggi di fossa. Ma qui si andava oltre, come un cacio acutissimo – cacio dell’aldilà. (Scherzavo sull’espressione “manomorta”. La mia, mezza morta, allora, doveva aver corteggiato la morte in persona. Era bastato un tocco). Così, per giorni e giorni, mentre l’area interessata si andava riducendo per il sopraggiunto contrordine, continuavo a aspirare avidamente, dal palmo, quella specie di coca letale. Era diventato un gioco, o un tic: immaginavo che la puzza fosse finalmente sparita, annusavo ancora un poco, e poi, di colpo, il flash dell’oltrecarne, il focolaio, quello spiraglio sulla putrefazione, snervante filo di latte fermentato, caglio, aureola di siero, pista che si perdeva all’orizzonte del paesaggio cellulare. Da cui, il ricordo del cappotto azero.

Lo aveva comperato qualcuno, durante un viaggio, al mercantino di un paese sperduto nelle steppe dell’Asia centrale. Grigio, irto, selvaggio, per un paio di giorni poté andar bene anche fra le strade di Mosca, dopo di che finì in fondo a un armadio. Mesi dopo però, dovendo traslocare, il proprietario inizia a svuotare la casa. Da qualche parte c’è un cattivo odore, ed è a quel punto che se lo ritrova davanti, Lazzaro, ritto in piedi, brulicante di vermi, risorto!, in un ronzio di microrganismi all’opera. Perché la pelle, conciata in fretta e furia, era tornata a vivere (dunque, il contrario esatto di quanto accadde a me). Splendida riemersione, prepotente ritorno dall’Ade, imperioso reclamo di senso, in questo cappotto di carne. Allora potrei dire che, mentre quello non era morto abbastanza, io, piuttosto, non era abbastanza vivo. Il mio lupo stava accucciato fra le dita, e ringhiava.

Il papilloma vola fra i tessuti, farfalla della morte.

Non indulgerò certo su ciò che Edmund Spenser chiama la Porta Esquilina del corpo. Fin troppo chiaro è il senso di quell’addio da sé che in essa ha luogo. Altre, e più perturbanti, sono le forme di questa Aufhebung che occorrerà incalzare. Per esempio, l’inaudito sconforto che ci coglie quando, dopo uno scontro, il naso ha cambiato posto. Ho detto proprio così: non è più nel punto in cui l’avevamo lasciato. Un’incredulità, davanti allo specchio, uno sgomento. Dove è finito, dove sono finito, io stesso, nell’alterarsi delle linee? Un sentimento di incombente scompiglio grava sul corpo, come può fare il vento sopra un mazzo di carte.

Del resto, trattengo ancora, violentissima, l’impressione di panico provata nel vedere che il gattino con cui giocavo si era incastrato – una scapola, un ossicino, non so. Cosa ancora più orribile, non soffriva, ma camminava obliquo. Si era già rassegnato a questa inattesa forma, traslocando nel suo nuovo aspetto. Poi, una scrollata, e le tessere di quel domino ritornarono a posto. Non lo toccai mai più.

Ricorda, sei un cubo di Rubik, e anche se adesso ti trovi nella combinazione giusta, basta agitare i pezzi, e saranno guai!

Di fronte a Gerusalemme, dal parcheggio sul Monte degli Ulivi (un parcheggio sul Monte degli Ulivi…), la città appare in tutta la sua confusa bellezza: un cantiere dorato, stratificato, abbagliante. Siamo su un colle e lei sta sul colle di fronte. Ci separa un fossato, ma non un fossato qualunque, bensì la valle di Giosafat. Qui, secondo Gioele, si svolgerà il Giudizio Universale. Dietro il garage, insomma. Noi, neanche scendiamo dall’auto.

Malgrado la giornata sia radiosa, la guida mi invita a non muovermi, e fruga tra i sedili della Fiat. Scendiamo? No, mi risponde, mentre nell’abitacolo infuocato armeggia con carta e forbici. Ritaglia due foglietti in forma di “L”, ne capovolge uno, e li incastra, facendoli combaciare. Rappresentano le terre di Israele (intanto, nella centoventisette, il caldo inizia a diventare insopportabile). Li fa aderire al parabrezza, in controluce, e compie un lieve movimento. I due frammenti slittano, si discostano, tra di essi si apre uno spazio vuoto e il cielo occhieggia. Il quadrato rappresenta il Mar Morto, spiega, e la sua spaccatura, il tracciato del fiume Giordano. (È un zigzag, come il “sette” di una giacca strappata).

Grazie a pochi, poveri arnesi da cartoleria, ho assistito alla lacerazione geologica che molti millenni fa sconvolse il Medio Oriente. Correndo verso sud, in direzione dei grandi laghi superiori, la fratturazione delle rocce, la distorsione, la catàclasi, alterò il sistema tettonico afro-asiatico. Raccolgo i due pezzetti di carta, fantasticando sulla lunga fessura che si spinse nel cuore del continente nero. Il Sarto Forbicione annuisce, e finalmente mi fa segno di scendere.

Riposti gli strumenti, entriamo sulla spianata della Moschea di Omar, nel punto in cui l’angelo avrebbe interrotto il sacrificio di Isacco, nel punto che Salomone avrebbe scelto per erigere il primo tempio, nel punto dove Maometto sarebbe salito in cielo col suo cavallo bianco. La costruzione ingloba la cima del monte ed esibisce al suo interno, nuda e totemica, un’area circolare limitata da un recinto. Circoncisa. Saranno sì e no cento metri quadri, l’equivalente di un appartamentino. Eppure, questa fu la rampa di lancio di un convulso andirivieni celeste: tutto un traffico di angeli che atterrano, profeti che decollano, ascensioni, assunzioni, intatto ganglio di energia spirituale.

Mi aggiro sotto la Cupola della Roccia. L’unico luogo in cui non riesco a entrare è una porticina laterale. Un inserviente mi sbarra l’accesso. Passano varie donne in scialli neri. Io no. Un francese. Io no. Desisto. Chiedo all’amico se ho perso qualcosa. Lo esclude. Insisto. Mi rassicura: c’è solo una tana, sotto il cocuzzolo, buia, maleodorante. Eppure, mentre usciamo nella luce, non so trattenere un’ultima domanda, quella fatale, ed è una fitta al cuore. “Almeno ha un nome”, chiedo, “questa tana?” Lui sospira, e con residua dolcezza, glissa: “Un nome? Un nomignolo”.

Io, in un soffio (il soffio disperato del turista-collezionista, perso in un mare di tenebre che solo la serie completa, ossia la completezza della serie, potrà mai diradare – viaggiatore che studia sulla guida le cose da visitare, per visitarle, e infine, cancellandole per sempre dalla cerchia dei doveri, si solleva dall’obbligo, si sente sollevare e solo allora può finalmente, lui, volare via per dissiparsi e dirsi: “Ho visto; sono libero di non vedere più”), in un soffio, dicevo, faccio: “Quale?” E lui: “Lo chiamano l’Ombelico del Mondo”.

Silenzio. L’ombelico del rimpianto. Quale cordone è stato mai spezzato? Da quale ombelico dei limbi sono dovuto rimanere fuori? In Terra Santa, in questa Terra Sarta e sforbiciata, chi ha voluto recidermi il cammino?

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