Julia Slavin – La donna che si tagliò la gamba al Maidstone club (Minimum Fax)

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I corpi sono al centro dei racconti di Julia Slavin (La donna che si tagliò la gamba al Maidstone Club, traduzione di Adelaide Cioni e Martina Testa, Minimum Fax, pp.230 e. 12,50).

I corpi sono al centro dei racconti di Julia Slavin (La donna che si tagliò la gamba al Maidstone Club, traduzione di Adelaide Cioni e Martina Testa, Minimum Fax, pp.230 e. 12,50). Corpi mutanti, mutilati, deturpati, “combinati” con gli oggetti del mondo esterno. Corpi che sono alla ricerca di qualcosa che dia un senso alla vita banale della middle-class americana. Ma soprattutto di comunicare il loro bisogno d’amore e di comprensione, così “irraggiungibili” in un “mondo difficile”. Perché ci vuole il corpo per amare, per avere coraggio, per cadere in tentazione, per peccare…. Ci vuole il corpo per vivere veramente.

La pelle giovane ha un aspetto che nessuna chirurgia plastica può ricreare. È traslucida e intatta, come se la carne fosse tesa sotto un lampione al neon. Ma penso sia stato il cappellino rosso che indossava al contrario, come un giocatore di baseball, a farmi perdere la testa.
Si chiamava Chris. Ci falciava il prato di casa.
Mentre lavorava io mi spostavo di finestra in finestra per guardarlo tagliare la nostra erba a strisce orizzontali. I bordi gli venivano irregolari, ma non me ne fregava niente, erano i suoi bordi, e dopo che se ne andava io mi stendevo fuori, accarezzavo i fili d’erba punzecchianti come avrei fatto con un nuovo taglio di capelli, e dicevo: Tu sei il mio prato. Oggi un ragazzo bellissimo ti ha tagliato e ti ha rifinito i bordi
Era un tardo pomeriggio di luglio. Il cielo era azzurro e limpido. Il sole aveva appena cominciato a calare dietro l’acero del cortile dei McNaulty. Lui si appoggiò allo stipite della porta di servizio con i pollici nelle tasche dei bermuda, la camicia legata al passante della cintura, e sulla cintura la scritta MONTANA in perline blu e bianche.
“Vuole venire fuori a dare un’occhiata?”
“No, mi fido”. Constatai con sollievo che riuscivo ancora a parlare.
“Sicura?” Si sporse dentro la cucina. “Soddisfare il cliente è la nostra prima preoccupazione”.
Riuscivo a pensare solo cose sbagliate e pericolose. Gli pagai il lavoro e lo feci uscire rapidamente dal retro. È come se fossi malata, pensai, tenendomi una bottiglia di San Pellegrino contro la fronte. Mi sono presa un virus di nome Chris. Non sapevo come avrei fatto ad aspettare i dieci giorni che l’erba ci metteva a ricrescere.
Preparai un bricco di decaffeinato e chiamai la farmacia per ordinare un’altra confezione di Clomid, il medicinale per la fertilità che stavo prendendo. Poi misi su Sibelius e mi sedetti a preparare il telaio. Lanciai il liccio sotto la trama; stavo procedendo senza intoppi quando l’odore di terra ed erba mi avvolse come una coperta morbida. Mi precipitai fuori di casa. Forse sudando sarei riuscita a liberarmene. Sentivo rumore di falciatrici dappertutto e mi misi a correre cercando di raggiungerle, pregando che una fosse di Chris. Ero come il mercurio uscito da un termometro rotto, rimbalzavo da un marciapiede all’altro, zigzagavo attraverso il quartiere, di falciatrice in falciatrice
Chris alzò lo sguardo dal prato dei Leonard su cui stava accovacciato, intento a tirare la cordicella della falciatrice per avviare il motore. “Salve, signora Carter”, disse.
“Chris”, dissi io. “Volevo chiederti…”
Si alzò in piedi, tirò fuori dalla tasca un pacchetto di Camel, lo scosse e ne fece uscire una. Mi offrì una sigaretta e io la presi. Accese un fiammifero, lo riparò con le mani sporche d’erba e me lo porse. Non fumavo da otto anni.
“Sì?”, disse. “Cosa voleva chiedermi?”
“Volevo chiederti se fai anche altre cose – sai, a parte falciare, tipo diserbare e potare”.
“Ne ho fatte”, disse. “Cose del genere. In passato”.
“Allora lo faresti?”, dissi io. “Per me?”
“Potrei farle un preventivo”. Mi mise le mani sul culo.
“Dai, qui no”.
“Perché no?”
Mi ficcò la lingua in bocca. La succhiai. Non m’importava se ci vedevano. Gli succhiai la lingua e lui cominciò a lamentarsi perché gli facevo male, ma questo mi fece soltanto succhiare più forte. Cercò di respingermi. Succhiai più forte. Si mise a urlare. Avevo la bocca spalancata, gli occhi sembravano sul punto di schizzargli fuori dalle orbite, la sua lingua toccò la mia ugola e io lo risucchiai fin giù, in gola. Tutto quanto. Mentre guardavo i suoi piedi sollevarsi da terra e seguire il resto del corpo giù per il mio esofago, trovai la cosa piuttosto buffa, ma una volta che mi fu dentro sentii la mia cassa toracica gonfiarsi e un dolore paralizzante spandersi dappertutto. Ero sicura che il petto stesse per esplodermi e non riuscivo a respirare. Mi accasciai sull’erba e rimasi stesa lì a pancia in su, in attesa della morte. “Aiuto, aiuto”, riuscivo appena a mormorare.
“Guarda cos’hai combinato”, urlò Chris da dentro.
“Aiuto, aiuto”, sussurrai.
“Aiuto, aiuto”, mi fece il verso Chris. Si riassettò in modo da non prendermi il torace, ma quando si mosse mi piantò il gomito nel pancreas e io strillai. Allora si sistemò un po’ più in basso e anche se non riuscivo ancora a muovermi, non mi faceva più male come prima. Rotolando su un fianco mi misi in ginocchio e mi tirai su tenendomi all’impugnatura della falciatrice. Una volta in piedi credetti di sprofondare nel terreno. Non ricordavo più come si faceva a camminare.
“Piede sinistro, piede destro”, disse Chris. Misi avanti il piede sinistro e gli trascinai accanto il destro. Ogni passo era come arrampicarsi di traverso su uno steccato. Usai la falciatrice come deambulatore e camminai goffamente fino a casa a gambe larghe, come se fossi appena scesa da cavallo.
“Adesso chiamiamo mio marito e sistemiamo tutto”, dissi. Chris non rispose. Si era addormentato.

(…)

“Dove diavolo sei?” Era mio marito Bruce, al telefono. Mi ero scordata che quella sera c’era la cena del suo studio legale.
“Mi dispiace tanto”, dissi. “Mi sono lasciata prendere dal telaio e non ho fatto caso all’ora”.
“Vieni qui e basta”, disse Bruce. “Supera il limite di velocità. Poi alla multa ci pensa lo studio”.
Rovistai nell’armadio in cerca di qualcosa che non fosse troppo sexy né troppo sciatto e che le altre mogli e gli altri soci non avessero già visto, e alla fine trovai un abito blu scuro di seta e un paio di sabot marrone chiaro. Misi rossetto e profumo in una borsetta Chanel, la gettai sul sedile posteriore della Saab, uscii sgommando dal vialetto di casa e sfrecciai a tavoletta lungo le curve della tangenziale. (…)
Bruce mi venne incontro all’ingresso. “Perdonami”, dissi.
“Non fa niente. L’importante è che sei qui. Sono tutti impazienti di vederti”.
Guardai la tavolata di soci e mogli e cercai rapidamente di ricordare i nomi di ciascuno. “Randi, Dan, che piacere vedervi. Carol, Trey; signor Westin” – il socio anziano – “mi dispiace tanto di essere in ritardo. Al meccanico stavolta gli faccio causa”. Tutti risero. “Signora Westin, è un piacere vederla. Bill, Sheryl. Quel foulard è meraviglioso, è di Hermes?”
“Bla, bla, bla”, disse Chris, facendomi quasi saltare per lo spavento. “Quand’è che si mangia?”
Il segnaposto col mio nome era esattamente di fronte alla moglie del socio anziano. “Allora Sally, si sta abituando a vivere lontano dalla confusione del centro?”, chiese la signora Westin.
“È gentile a ricordarlo”, dissi. “Mi piacerebbe tanto che lei e suo marito veniste a trovarci. Abbiamo comprato una di quelle vecchie casette di Sears nella quinta circoscrizione…ah!” Sentii un dolore acuto.
“Lo senti il mio birillo, eh?”, disse Chris.
Guardai giù e vidi il lieve effetto tenda del mio vestito causato dall’erezione di Chris che mi spuntava sopra l’ombelico. Cominciò a muoverlo su e giù contro le mie viscere addominali.
“Ho parlato di nuovo con quelli del Gruppo del Texas”, disse Dan Weiser. “Quei cowboy hanno fatto fortuna. I loro titoli erano finiti sottozero, ma il Gruppo di New York è riuscito a farli fruttare alla grande”.
Bruce alzò le mani. “Be’, Dan, la finanza strutturata fa miracoli”.
“Ma le cose si sono fatte veramente interessanti quando…”, continuò Dan.
“Oddio che meraviglia”, disse Chris. “Stringi gli addominali”.
“Shhh”.
“Allora, Sally”, disse Sheryl Arlen. “Ancora niente bambini?”
Allungò il braccio oltre Dan Weiser e mi diede un colpetto sulla pancia.
“Oh”, dissi io, triste. “Ci stiamo ancora lavorando”.
“E lavorate duro?” Sheryl mi fece l’occhiolino.
“Contrai gli addominali”, disse Chris, infilandosi tra i muscoli della mia pancia. “Contrai, contrai”. Chris sbatteva così forte che rimbalzavo su e giù sulla sedia.
Mi aggrappai al mio posto cercando di stare ferma.
“Smettila”.
“È troppo bello. La tua vena cava è così stretta”.
“Stai lavorando fuori casa, Sally?”, chiese la signora Westin, tagliando dell’anatra arrosto all’aglio.
“Sto lavorando”, dissi, tenendomi disperatamente alla sedia. “Non mi pagano, ma sto lavorando”. La voce mi tremava senza che potessi controllarla, era come stare seduta su una piattaforma vibrante. “Sa com’è, lavoro in casa, lavoro al telaio”.
“Contrai, contrai, più stretto, più stretto”. Chris diede un colpo finale che mi spinse su, sbalzandomi dalla sedia. Misi avanti le mani per fermarmi. Colpii in pieno il tavolo e rovesciai tutti i bicchieri d’acqua. Poi un proiettile di sperma uscì sparato dalla mia bocca, sorvolò il tavolo e ricoprì l’anatra della signora Westin come uno strato di mostarda alla frutta.

Chris dormiva sempre fino a mezzogiorno, così io avevo un po’ di tempo tutto per me, per leggere il giornale e lavorare al telaio. Ma poi si svegliava con un’enorme erezione mattutina. “Il fegato no”, dicevo io, e Chris trovava un’altra cavità in cui penetrare o un altro organo o un muscolo su cui darsi da fare. Era dentro di me da due settimane e devo dire che cominciavo ad abituarmici. Amavo mio marito, lo amavo davvero, ma da quando io e Bruce facevamo sesso a fini procreativi, era diventato come una faccenda da sbrigare. E poi sembrava che a Chris piacesse tanto il sesso tra di noi. Mi faceva tanti di quei complimenti ed elogi quando contraevo gli addominali o ruotavo i fianchi di qua e di là, che non resistevo. (…)
Sognavo che Chris era uscito da me e mi baciava il collo, aprii gli occhi e vidi Bruce. Mi fece scivolare la lingua sul collo e poi giù lungo il corpo. Quando arrivò ai fianchi mi schiuse le gambe e ci infilò la testa.
“Oh Bruce”, sussurrai.
Bruce saltò su urlando.
“Cosa?”, dissi io. “Cosa c’è?”
Indietreggiò dal letto. “C’è…c’è un occhio!”
Mi precipitai verso Bruce, che si era accasciato in un angolo.
“Sally, scusami”, piagnucolò. “Sono proprio sotto torchio al lavoro. Sto cercando di prendermi un po’ di ferie per andare insieme da qualche parte. Sono stato un cattivo marito negli ultimi tempi”.
“No, non, no”. Presi mio marito fra le braccia e lo cullai. “Sono io che sono stata cattiva”. Bruce mi abbracciò. Sapevo cosa dovevo fare.
“Non ho nessuna intenzione di andarmene”, disse Chris.
“Io e Bruce abbiamo bisogno di riprenderci la nostra vita”, dissi. “Questa situazione sta rovinando tutto”.
“Io non me ne vado”.
“Sei un bravo ragazzo. Dovresti uscire con le ragazze della tua età e giocare a baseball”.
“No. Voglio stare con te. Non me ne vado”. Avvolse le braccia attorno al mio intestino crasso.
“Chris, se non te ne vai di tua volontà, dovrò costringerti con la forza”.
“No, non lo farai. Io so una cosa che tu non sai. Sei incinta”.
Mi portai una mano alla bocca. Ma certo. Ero così distratta da Chris che non mi ero accorta di avere un ritardo. Corsi a telefonare a Bruce per dargli la notizia.
“Metti giù il telefono”, disse Chris. “Il bambino è mio”.
“Ti sbagli”, dissi io. “È da un po’ che mi misuro la temperatura. Io e Bruce abbiamo seguito il programma per filo e per segno”.
“Il suo sperma non è mai passato al di là di me”, disse Chris. “L’ho ingoiato”.
“Cosa….? Brutto stronzetto”. Mi diedi un pugno in pancia. “Non è vero”.
“Dentro di te c’è tanto di quel mio sperma da concepire un battaglione. Cosa credi che faccia io qui tutto il giorno? Il bambino è mio”. Mi prese l’utero tra le mani e canticchiò a mo’ di ninna nanna: “Sono io il padre. Sono io il padre”.
“Bruce, ho una notizia meravigliosa”, dissi al telefono.
“Sono io il padre”.
“Dici davvero?”, urlò Bruce. “Vengo subito a casa”.
“Cosa dirai a Bruce quando il ragazzo non crescerà oltre il metro e cinquanta e avrà la testa grossa come un cocomero?”, disse Chris, mentre io ammonticchiavo asciugamani puliti nell’armadio della biancheria.
“Crescerai ancora, e la testa ti andrà a pennello”.
“Ho smesso di crescere”, disse Chris. “Mio padre ha la testa grossa e suo padre aveva la testa grossa e pure mia madre ha la testa grossa”.
Bruce e io passammo una splendida serata, cosa che non accadeva da tempo. Passeggiamo nel parco e ce ne stemmo seduti dietro casa a mangiare ciliegie. Pregai Chris di mettersi a dormire per lasciarci stare un po’ soli e lui mi accontentò.

(…)

La mattina seguente, di buon’ora, fui svegliata da un lieve tremolio nella pancia. Chris stava piangendo.
“Chris?” Mi toccai in cerca della sua testa, la trovai appoggiata proprio sopra il mio utero, e l’accarezzai attraverso la pelle. “Cos’è successo?”
“Stai abortendo”, disse lui, e pianse. Mi strinsi le braccia attorno alla pancia. “Oggi alle cinque. Il bambino è morto”.
“Cos’è stato?”
“Un problema nell’impianto dell’embrione”, disse.
“Ecco, visto?, a forza di muoverti. È colpa tua!”
“No!”, urlò lui.
“Non hai fatto altro che scoparmi da tutte le parti. Lo sapevo che era pericoloso”.
“Il bambino era anche mio. Lo capisco che stai male, ma ci sto male anch’io”.
“Tu non hai idea di come sto io”. Mi precipitai giù in cucina.
“Sì invece. Io sento tutto quello che senti tu”.
“Fuori da me. Esci subito”.
“Mai”.
Spalancai il mobiletto sotto il lavello, afferrai una bottiglia di detersivo delicato per superfici, svitai il tappo e rovesciai la testa all’indietro. Non m’importava se ci ammazzava entrambi.

Mi risvegliai verso le due di pomeriggio sul divano. Avevo passato la mattina a vomitare detersivo.
“Oh, nausea mattutina”, aveva detto Bruce uscendo di casa. “Non ti preoccupare per me, prendo l’autobus”.
Cercai di tirarmi su a sedere. La stanza girava tutta per effetto dell’intossicazione, ma ero viva. Mi toccai in cerca di Chris ma non sentii niente. Niente. Ficcai la faccia nel divano e urlai. “Chris, Chris, torna. Per favore. Mi dispiace. Dammi un’altra possibilità”.
Poi sentii quel rimescolio nel bacino che negli ultimi tempi mi era diventato così familiare e confortevole. Mi avvolsi le braccia attorno alla vita. “Chris? Chris, stai bene?”
“Uh?” Era stordito, ma vivo. “Sì, il detersivo mischiato con l’acido del tuo stomaco ha un effetto allucinogeno niente male. Ho visto un Budda di giada seduto sul tuo colon. Immagino che a questo punto tu non ne possa proprio più di me”.
“No. Mi piace sentirti. Scusami se ti ho fatto male”.
“Adesso dormiamo un po’”. Mi sfregò il retro della pancia, cosa che mi fece addormentare velocemente.
Mi svegliai di nuovo alle sei e dalla leggerezza che sentivo capii che Chris era uscito. Mi alzai in piedi ed ebbi l’impressione di fluttuare nell’aria. Tolsi le fodere insanguinate dal divano e andai di sopra a lavarmi e cambiarmi. C’era un senso di tranquillità e di pace e girai un po’ per casa da sola. Fuori, Chris stava svuotando il contenitore dell’erba in un enorme sacco nero. Dopo un po’ sentii il rumore della sua falciatrice alzarsi dalla casa dei Leonard e unirsi al coro delle altre falciatrici del quartiere. Riconosco sempre quella di Chris. Ha un suono basso, dolce e deciso, come la voce di un amante.

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