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Thom Jones – Sonny Liston era mio amico (Minimum Fax)

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Thom Jones aveva quarantasei anni quando nel 1991 cominciò a scrivere racconti. Come molti scrittori americani ha avuto una vita “intensa”.

Thom Jones aveva quarantasei anni quando nel 1991 cominciò a scrivere racconti. Come molti scrittori americani ha avuto una vita “intensa”. È stato in Vietnam a combattere e ha fatto i lavori più svariati (tra cui il pugile e il bidello). Oggi è considerato il migliore scrittore americano di short stories. Minimum Fax inizia con Sonny Liston era mio amico (pp.312 £. 26.000, traduzione di Martina Testa) la pubblicazione delle opere di Thom Jones. I suoi racconti hanno un ritmo teso e serrato, che tiene continuamente avvinti alla pagina. In più, anche nei momenti drammatici, si respira un umorismo corrosivo e mai fine a se stesso. I personaggi che Jones descrive sono “loser” che cercano di trovare “pagliuzze di felicità” in un mondo sclerotizzato che ha perso il senso dell’orientamento e che sembra assomigliare sempre di più ad “un grande reparto di neurologia”. Alcune volte ci riescono, altre volte devono arrendersi e aspettare momenti migliori. Perché questa è la vita.

La stanza Verde non sarebbe mai finita sulle pagine di una rivista di arredamento. A terra c’era un vecchio tappeto ruvido e peloso color verde pisello. Originariamente si intonava al copriletto di velluto verde del letto matrimoniale modello Slumber King con le molle logore, ma a un certo punto, durante l’amministrazione Carter, le tinte di velluto si erano alterate. (…) L’assortimento dei tessuti e l’accostamento dei colori in quella stanza erano spaventosi, come un incrocio fra la Transilvania e la Groenlandia. Margo Billis non ne sopportava più la vista. Aveva stabilito di rimettere a nuovo quell’atrocità come aveva fatto col resto della casa, ma il piano risaliva all’era A.C., avanti-cancro, quando il futuro sembrava avere qualche importanza. Non era più così.

Eppure sembrava che fosse Matthew, suo figlio, quello che stava morendo. Una domenica sera, dopo che Matthew aveva totalizzato più di dodici ore di sonno ininterrotto, la rabbia la costrinse a varcare la soglia di quel tugurio di stanza. Matthew girò la faccia tonda e pallida dalla luce azzurra della televisione, inarcò un sopracciglio e, come un Charlie Brown demente, disse: “Cosa stai facendo?”

Margo si ritrasse indietro di scatto. Il modo in cui si era mosso suo figlio, nella luce spettrale della tv, le era sembrato disgustosamente macabro – un misto di cartone animato e pupazzo da ventriloquo; la versione “Ai confini della realtà” dei Peanuts.

Si ricompose e disse: ” Tu che dici? Cos’altro faccio mai, io, se non rimettere in ordine il casino che lasci tu in giro?” Aveva la voce rauca, e dovette piegarsi su un ginocchio mentre dava una serie di colpi di tosse secchi e dolorosi. Alla delicata sensibilità di Matthew sembrò che una squadra di taglialegna del Nordovest si stesse facendo strada in mezzo alle sequoie della California con delle seghe elettriche Husquauar da sette cavalli. (…)

Alla fine Matthew si alzò a sedere e le si rivoltò contro: “Maledizione! Devi sempre, immancabilmente, piombare qui dentro come una pazza indemoniata quando sto cercando di dormire?”

La signora Billis fu pugnalata da un spasmo alla schiena, e le prese un crampo a un piede. Dovette rimettersi dritta zoppicando, così da poter appoggiare il peso sul piede. (…) Il crampo al piede le stava passando, ma fece qualche passo esitante per esserne sicura. “Non fai altro che dormire”, disse.

Avvertendo la debolezza della donna, Matthew tuonò: “Stronzate! Sto mandando in giro i curriculum, te l’ho già detto”. Mentre sputava fuori queste ultime parole, la bocca rotonda da cartone animato gli si aprì in una o carica d’odio. (…)

Margo fece tre tentativi di schiarirsi la gola, prima di dire: “Se pensi che mandando in giro curriculum arriverai da qualche parte, caro mio, sei pazzo. Non li legge nessuno. Quando hai intenzione di trovarti un lavoro, perdio? Ne ho davvero abbastanza di te”. Si portò un pugno chiuso alla bocca, e tossì.

La facciona a luna piena di Matthew sprofondò di nuovo sul cuscino, mentre alzava un braccio e raspava a mezz’aria disperato: “Oddio! Vuoi smetterla di tossire in quel modo, per favore? Usa l’inalatore, fai qualcosa”. La rabbia gli si sciolse rapidamente in un’insulsa pozzanghera di autocommiserazione e sussurrò affannato: “Basta che la smetti di torturarmi. Soffro di depressione endogena. Se non dormo, prima di venerdì sarò morto”.

La stanza di Matthew era fredda, e la signora Billis si strinse nella vestaglia rossa di spugna, chiudendosela bene contro il collo. “Tutti soffrono di depressione”, disse. “È parte integrante della condizione umana”.

Queste parole risvegliarono in Matthew il suo senso di disprezzo generale verso il mondo. Disse: “No, non è vero. Gli altri non ne soffrono come me. Alla gente capita di sentirsi un po’ giù di corda e subito vanno in giro a strombazzare che prendono il Prozac o l’erba di san Giovanni, ma sono mezze cartucce. Al lavoro ci vanno, le cose le fanno. Il mio caso non ha precedenti negli annali della medicina”. (…)

La signora Billis disse: “Tu parli di depressione, ma per te è solo un gioco. La gente che è davvero depressa si ammazza. Il suicidio non ti è mai passato per la testa neanche per un secondo; tu vuoi soltanto fare la bella vita!”

Matthew rotolò la testa sul cuscino e disse: “Sono troppo depresso per ammazzarmi, Cristo! Lo sanno tutti, che si può arrivare a stare troppo male per farlo davvero! Quando starò meglio, lo farò di sicuro”, disse. (…)

“Piantala con queste stronzate”, disse la signora Billis. “Muovi il culo da quel letto, trovati un lavoro, esci e cercati una bella ragazza! Sei il tuo peggior nemico, e anche il mio! Standotene a letto non risolverai niente. Guardami, io ho il cancro, e non piango dalla mattina alla sera. Ho settantatré anni, e ancora mi alzo dal letto e lavoro come un mulo!”

Matthew sentì che stava per piangere. Stava sicuramente avendo una crisi di nervi. Disse: “Perché devi sempre fare irruzione qua dentro con questa tattica brutale quando io sono pronto per l’elettroshock? Cronometri i miei cicli e ti riproponi di arrivare nel peggior momento possibile? Non sai che inferno può essere, cercarsi un lavoro. Il capitalismo è il male peggiore mai concepito dall’uomo. Sbattersi, sbattersi, sbattersi fino a non poterne più. Io non ce la faccio. Non reggo più, in quell’inferno di funzionari da quattro soldi. Se solo sapessi quanto sono spietati quei bastardi, ormai. Ai tuoi tempi la gente era ancora umana. Te lo dico io, sono dei criminali, e nessuno li fermerà!” (…)

La gola di Matthew era in fiamme. Cominciò a parlare in falsetto per usare una parte non logorata della laringe e Margo fece un salto indietro. Era una voce perversamente simile a quella di Topolino. Quel figlio-cartone animato con la vocetta alterata dall’elio buttò una mano da un lato e disse: “La depressione è peggio delle malattie più dolorose – peggio del cancro, peggio della fame – quello che vuoi, qualunque cosa. Mi sono fatto visitare da più di cento dottori, ho preso ogni antidepressivo sulla faccia della terra. L’ingegneria non fa per me. Ho bisogno di un altro campo in cui esprimere il mio personale punto di vista. Voglio dire, se ho qualche contributo da dare al mondo devo percorrere un’altra strada”. Matthew era fiero della sua scelta lessicale, ma quando vide che non faceva nessuna particolare impressione su sua madre il collo sottile finì per cedergli, e la grossa testa rotonda ricadde sul letto. L’altezza della sua voce era lacerante. “Non sono in grado di sopportare ulteriori interrogatori. Quello che mi stai facendo va contro le norme della Convenzione di Ginevra”. (…)

Ormai la signora Billis aveva montato una furiosa indignazione. Ciò le scatenò una tortuosa sfilza di traumi organici, ma la rabbia superava la paura. Chiuse la porta di Matthew con un calcio della pantofola di pelle d’agnello e si avviò a grandi passi in cucina col suo vassoio della colazione. “Gli pesa il culo, a quel figlio di puttana! Non vale un accidenti! Quarant’anni, ed è un incapace! Ne ho abbastanza. Io lo ammazzo!”(…) Si chiese perché gliene importasse tanto. Presto sarebbe stata due metri sotto terra. Allora lui cosa avrebbe fatto? Allora quale “strada” avrebbe trovato? Si girò di scatto e un attimo dopo era di nuovo lì a strappargli le coperte di dosso. Matthew si era già riaddormentato e si aggrappava disperatamente alle coperte. La madre si allontanò di qualche passo e si voltò verso l’armadio. “Ora prendo tutta questa porcheria e te la butto fuori in giardino, e poi faccio cambiare le serrature! Non ce la faccio più. Sono io quella malata! Tu puoi andartene all’inferno, fuori di qui!” Urlando, cominciò ad afferrare i vestiti di Matthew e a gettarli fuori dall’armadio. Matthew saltò su dal letto e la spinse di forza nel corridoio. Mentre si accapigliavano l’unghia del dito piccolo del piede gli urtò contro il cassettone, e gli si staccò per metà. “Maledizione”, gridò. “Tu sei completamente fuori di testa! Lasciami stare, che cazzo. Sei pazza!”

La signora Billis spinse la porta, ma Matthew la teneva chiusa con tutto il peso del corpo. “Se non te ne vai da questa casa entro un’ora chiamo la polizia!”, urlò. “Sono stufa di farti da serva, di pulire lo schifo che lasci in giro e di pagarti le bollette. Ti voglio fuori di qui!” Sembrava Linda Blair nell’Esorcista.

Anche se sua madre pesava a stento quarantacinque chili e stava morendo di cancro, Matthew dovette usare ogni grammo di forza che aveva in corpo per impedirle di entrare. Pareva che ci fosse Lucifero che caricava a testa bassa dall’altro lato della porta. Appena sentì che le spinte finivano, Matthew chiuse a chiave e tornò a letto. Aveva il polso accelerato e il fiato corto.

In cucina, sua madre ricominciò a tossire. Colpetti secchi. Coff coff coff! Matthew sentì il sibilo dell’inalatore e di lì a pochi secondi la tosse cessò del tutto. Perché non lo usava al primo pizzicore di gola? Perché? Perché quella donna era un demonio e tossiva solo per tormentarlo di sensi di colpa! E Cristo quanto gli faceva male, il dito del piede! Matthew si allungò a prendere la torcia e si sedette sulla sponda del letto a esaminarsi l’unghia insanguinata. Avrebbe dovuto strapparsela via ma non aveva il coraggio. Invece riprese la posizione supina e cominciò a fare esercizi hatha yoga di controllo del respiro.(…)

Sentiva l’unghia del piede pulsargli. Riaccese la torcia, strinse i denti, staccò lo spunzone e poi si ributtò supino sul letto. Così pochi millimetri di tessuto, e così tanto dolore. Una metafora perfetta della vita. Cazzo, ora addormentarsi sarebbe stato impossibile!(…) Era sul punto di assopirsi. Era proprio lì lì. Stava quasi per riuscirci. Però aveva un furioso bisogno di pisciare, e pisciare significava lasciare il santuario della Stanza Verde. Uscire; avventurarsi all’esterno con il demonio di Fordham Avenue in libertà. Merda! Improvvisamente Matthew si accorse che per trattenere l’urina doveva stringere le gambe. C’era un nervo nella vescica, una specie di lancetta naturale della benzina come quella sul cruscotto delle macchine. Una volta che raggiungeva il rosso, il segnale era difficile da ignorare. Ma…uscire là fuori? La madre gli sarebbe piombata addosso come un falco pellegrino. Tutt’a un tratto Matthew vide una tazza di plastica di Burger King buttata nel cestino della carta straccia. Era una cosa abbastanza squallida da fare, ma recuperò la tazza e ci pisciò dentro. Gli scappava così forte che aveva le lacrime agli occhi.

“Prendi nota”, ricordò a se stesso. “Svuotare la tazza alla prima occasione”. Eh eh. Cazzo, quanto si può scendere in basso? Be’, restatene sbattuto da qualche parte per due anni senza un lavoro e vedrai che puoi sempre dirti ehi tu, vai col limbo un po’ più giù! Eh eh eh. All’improvviso la tazza fu piena fino all’orlo e calda fra le sue mani. Non sapeva dove metterla. Alla fine la piazzò contro il muro accanto al letto. Fatto ciò, assunse La Posizione e di lì a pochi istanti era immerso nel sonno più profondo.

Matthew si svegliò alle sette del mattino seguente senza riuscire a togliersi di dosso i frammenti di un sogno inquietante – un vero e proprio terrore notturno. Eppure, per quanto fosse stato brutto, era niente in confronto al puro flagello dell’alba. Si trovò tutto ripiegato su se stesso in posizione fetale, ma si rigirò e tornò supino. Nello stomaco sentiva una massa torbida di acidi corrosivi e bile di stress disumano. Forse gli sarebbe toccato vomitare. Aveva un attacco di ernia iatale pari a una catastrofe nucleare – o era quella, o era lui: The Big One. Infarto a quarant’anni. Nella migliore tradizione americana, che Dio la maledica!

Matthew chiuse di nuovo gli occhi e provò a fare l’esercizio di respirazione profonda.(…)

Matthew si svegliò alle quattro e mezza del pomeriggio. Quando tornò in sé si trovava in posizione perfettamente distesa e supina; si stiracchiò con sommo piacere, inarcando i piedi mentre sforbiciava le braccia e le gambe disegnando piccoli ventagli sotto le coperte. Escludendo l’interludio con la madre, Matthew aveva praticamente messo insieme la bellezza di ventidue ore di sonno nelle ultime ventiquattr’ore. Un’impresa encomiabile! Continuò ad assaporare piccoli frammenti di sogno mentre entrava in cucina per bersi un po’ di caffè. Il suo orgoglio e la sua soddisfazione svanirono quando vide che la caraffa sotto la macchinetta Mr.Coffee era completamente vuota – atto di tradimento e di suprema tirannia da parte di sua madre.(…) Eppure, non era da lei tenere il broncio o non mettere su un po’ di caffè. Quando trovò finalmente i filtri e un pacchetto di caffè macinato della Starbucks, riempì la macchinetta e premette il pulsante. (…) Furioso per il contrattempo, tamburellò impaziente le dita mentre aspettava il caffè. Poi Matthew vide un’intera bottiglietta di pasticche di morfina poggiata dall’altra parte della stanza accanto al robot da cucina: le pasticche di morfina che la madre teneva sempre chiuse nella cassaforte da centocinquanta chili che aveva in camera da letto.

Matthew fece un respiro profondo e tese l’orecchio per cogliere il minimo accenno di rumore. Improvvisamente, pensiero e azione furono tutt’uno. Coprì la distanza che lo separava dalla morfina con la furtività e il silenzio di un esperto cacciatore mohicano. Se ne lasciò cadere rapidamente una dozzina nel palmo della mano, scosse un po’ il barattolo per gonfiare il livello delle pasticche e poi tornò alla sua postazione accanto alla macchina del caffè. L’intera manovra fu completata più in fretta di un cambio di costume di Superman nella cabina telefonica. (…) Facendo finta di niente, tornò nella Stanza Verde. Nella fretta di nascondere le pillole, urtò il letto e rovesciò il bicchiere colmo di urina. Non se ne curò quasi per niente: che cazzo, si sarebbe asciugata da sola praticamente senza lasciare odore. Be’, forse. Comunque, non era questo il momento di preoccuparsi per un po’ di piscio versato.

Matthew si diresse in fretta verso la camera della madre e ci sbirciò dentro. Quando ne vide la figura sotto le coperte, tornò in cucina. Dio! Che colpaccio! Quella scossetta per riassestare le pillole era una mossa geniale.

A un tratto Matthew si rese conto che ne aveva rubate troppo poche. Un’occasione del genere capitava a ogni morte di papa. Attraversò la stanza di soppiatto e fece uscire dalla bottiglietta altre venti pasticche. Il flacone ne conteneva duecento esatte. Dodici più venti, facevano trentadue in totale: che cazzo, tanto valeva arrotondare a quaranta. A quaranta pasticche, il trucchetto del riassestamento risultava meno convincente. Rimise a malincuore quattro pasticche nella bottiglietta, riavvitò il coperchio e tornò alla postazione caffè. (…) Aprì rapidamente il frigo, si versò un po’ di panna nella tazza e buttò giù quattro pasticche di morfina. Aveva bisogno di morfina. Il mignolo del piede gli pulsava come una grancassa. In una società più umana, il dolore sarebbe stato trattato in maniera meno calvinista. (…) Insieme al caffè prese due Xanax dalla riserva segreta e li inghiottì per accentuare lo stato di alterazione che sarebbe sopraggiunto da un momento all’altro. Mandò giù tutto il caffè in fretta per sciogliere le pillole più velocemente, poi si mise sul letto e assunse la posizione. (…) Assisteva allo sbocciare nel suo stomaco di uno splendido fior di loto di gioia che emanava radiose ondate arancioni di estasi orgasmica – onde che gli salivano pulsando fino alla base del cervello, fino alle radici dei capelli, e poi tornavano a scendere lungo la spina dorsale verso le braccia, le gambe, le dita e i talloni. (…)

Sentì improvvisamente di aver compreso il segreto dell’intero gioco dell’esistenza, e che bella risata fece tra sé e sé a quel pensiero! L’amore. Immerso in una scintillante luce bianca e guarito da ogni malattia e sofferenza, fisica o psicologica, capì infine che l’amore era la risposta. (…)

A un tratto, a Matthew venne fame. Come per magia si ritrovò a ciabattare verso la cucina con un altro quattro due (quattro pasticche di morfina e due di Xanax). Le buttò giù con un po’ di caffè e poi cominciò a rovistare nel frigo. Di lì a poco mise insieme un vassoio di biscotti e un’omelette al formaggio con cipolle verdi. Eccezionale, mai mangiato niente di più delizioso. Perfino lavare i piatti fu un divertimento. Dopo averli ripuliti a puntino cominciò a chiedersi che fine avesse fatto sua madre. Dov’era? Di sicuro non poteva essere ancora a letto, soffriva d’insonnia come pochi al mondo. Strano però, la macchina era parcheggiata sul vialetto. Quando prese il giornale si accorse che non aveva neanche ritirato la posta. Non era affatto da lei! Tornò alla sua camera da letto e aprì piano la porta. “Mamma?”

La donna non si mosse. Matthew si avvicinò. “Mamma, oh! Che stai facendo? Tutto a posto, piccola?”

Si avvicinò ancora, sentendo che c’era qualcosa che proprio non andava. Sul cuscino vide una serie di macchie di sangue e sputo. Tirò indietro le coperte e le prese il collo per sollevarla un po’. Era troppo tardi. Era fredda e blu, morta stecchita. Era strano, pensò, fermo in piedi lì accanto: la sua condizione non sembrava bella né brutta; la morte era solo quello che era. Niente di più, niente di meno. (…) Al di là del letto, Matthew vide la porta della cassaforte da centocinquanta chili. Gesù Cristo benedetto, era spalancata. Accese l’abat-jour e lo tirò fino al pavimento per guardarci dentro. C’era un altro barattolo da duecento pasticche di morfina e una borsa di tela 20×35. Aprì la cerniera e rovesciò il contenuto sul materasso. Banconote da cinquanta e da cento dollari caddero sul letto svolazzando. Contò rapidamente una somma di quattordicimila dollari. Oltre ai contanti c’erano parecchie cedole azionarie e un assegno della previdenza sociale, il tutto firmato e pronto a essere controfirmato. Matthew si inginocchiò a terra per vedere che altro c’era nella cassaforte, e fu uno shock trovarci mezza stecca di sigarette Lucky Strike. La signora Billis, a quanto ne sapeva lui, non fumava da anni. Gettò le sigarette sul pavimento e cercò altri segreti. C’erano parecchie figurine Hummel di porcellana avvolte in pezzi di tessuto – i tesori di sua madre. Nient’altro che stupida chincaglieria volgare, di fatto. Mentre le toglieva da quella che era ormai la sua cassaforte, una recente prescrizione per una confezione da duecento di morfina svolazzò a terra. Una ricetta di morfina! Misericordia! Che scoperta galattica! (…)

Alla fine aprì le pagine gialle e cercò le agenzie funebri. Bisognava chiamare direttamente loro, o informare prima il dottore? Se avesse informato il dottore, non avrebbe potuto usare quella ricetta per comprarsi la morfina. Sarebbe stata annullata. Ambrosia sprecata. Cazzo, non era ancora rigida! In qualche modo doveva essere rimasta in bilico, aggrappata alla vita fino a poco fa. Matthew non sapeva bene quanto ci volesse prima del rigor mortis. Poteva uscire ora, arrivare in macchina alla farmacia, comprare la morfina e poi fare le telefonate. Chi l’avrebbe mai saputo? Prese un’altra combinazione quattro-due e tornò alla cassaforte. Tolse un pacchetto di Lucky Strike dalla stecca e andò a sedersi in cucina a fumare e bere caffè mentre ci pensava su. Matthew aveva smesso di fumare appena sua madre si era ammalata di cancro e ora si domandava perché. Fumare era un tale piacere. Era godimento puro. Che lei riuscisse a fumare di nascosto alle sue spalle gli sembrava incredibile, ma d’altra parte, date le ore di sonno a cui era abituato, non era affatto sorprendente. Ma perché farlo di nascosto? Per prendere in giro se stessa! Sì, ecco cos’era! Negare a se stessa l’evidenza. Le sue capacità di analisi erano veramente acutissime.

Andò prendendo forma un piano geniale. Matthew finì il caffè, spense la sigaretta e recuperò dallo sgabuzzino il sacco a pelo di quand’era boy scout. Lo srotolò sul letto accanto a sua madre. Odorava di muschio. La prese per le ascelle e fece scivolare il corpo sul sacco a pelo, stando attento a non farle cadere la testa in avanti. Una volta che l’ebbe messa nel sacco a pelo, chiuse la cerniera lampo e sollevò il tutto, la portò fuori in garage e mise il cadavere dentro il congelatore. (…) Ritornò in cucina e tirò fuori un po’ di candele da un cassetto. Le poggiò sul congelatore e le accese in suo onore. Ora la morfina stava cominciando a fare piacevolmente il suo effetto. Matthew disse: “Vedila così, piccola: non sei veramente morta finché non ti scongelo e chiamo il dottore. Nel frattempo, fin quando posso falsificare la tua firma, ho tutto il lavoro che mi serve”.

Gonfiò il petto esile e cominciò a camminare su e giù davanti al congelatore pavoneggiandosi, con movimenti improvvisamente fluidi e ritmati. Libero dalle pastoie delle sue paure nevrotiche, era tutt’a un tratto diventato una forma d’arte in movimento, che schioccava le dita e ballava il jive nel garage. (…)

Matthew era proprio dell’umore giusto per spassarsela un po’. Disse: “Trovati un lavoro? Chi, io? Bella, mica stai parlando a un ragazzino! Trovarmi un lavoro? Ma vai a cacare! E comunque, perché mai dovremmo fare tutta la trafila del testamento e farcelo mettere in culo dal governo? Quei bastardi fascisti! Perché?”

Già, perché? Matthew tirò fuori una Diet Coke dal congelatore del garage. Di ritorno nella Stanza Verde si fece cadere in mano un altra quattro-due e la mandò giù con la Coca. Poi balzò sul letto e assunse la posizione. In tv stava per cominciare il telegiornale della sera e Matthew Billis si sentiva assolutamente, decisamente, favolosamente benissssssimo.

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