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Marco Drago – Cronache da chissà dove (Minimum Fax)

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Il piemontese Marco Drago è uno dei pochi scrittori veramente originali della giovane e già asfittica narrativa italiana.

Il piemontese Marco Drago è uno dei pochi scrittori veramente originali della giovane e già asfittica narrativa italiana. In più crede ancora nel valore delle riviste letterarie; insieme ad un gruppo di coetanei porta avanti, con non poche difficoltà, “Maltese narrazioni”, rivista che pubblica racconti di scrittori esordienti e non. Minimum Fax ha appena pubblicato un romanzo breve di Drago, dal titolo Cronache da chissà dove (pp.118 £ 12.000). Il libro descrive la fine di un amore nella nostra epoca mediatica e plastificata. Ne viene fuori la sulfurea descrizione di un paesaggio sociale marcio e malato, dove ciascuno, consapevole o no, si abbandona ad un’amara solitudine. Il tutto raccontato con uno stile pirotecnico, a metà strada fra Martin Amis e David Foster Wallace. Non male per uno scrittore “italiano”.

«Non ho mai preso in considerazione la possibilità di diventare un pagliaccio a trent’anni. Non mi sono mai detto, in confidenza, per consolarmi: “I tuoi fallimenti saranno spettacolosi, vedrai…”

Manola abita con me. O sono io ad abitare con lei. Dovrò aiutarla a traslocare (o dovrò traslocare io direttamente). Le cose, la casa, tutto da dividere, tutto da ricordare e da dimenticare subito dopo per evitare magoni del cazzo. Manola, ogni tanto, mi sembra un po’ scema ed è così che mi piacciono: che sembrino un po’ sceme ma che – forse – non lo siano, che giusto all’ultimo si raddrizzino e dimostrino al mondo fatto di ex compagni di scuola e attuali colleghi di lavoro che sono spregiudicate e simpatiche, cariche di personalità e molto meno rincretinite di loro. L’ambiguità è il sale di questa caratteristica che tanto mi piace di Manola: è scema o no? Se non è scema, allora perché dice tante cretinate quando parla con le persone che non conosce e magari si improvvisa latinista quando è ragioniera? (e perché è ragioniera?) Se è scema, allora come fa a insegnarmi quotidianamente a vivere? Il suo aggrovigliato modo di agire mette alla prova la mia attitudine alla sopravvivenza e la mia resistenza al crollo nervoso in ogni istante della mia vita su questa terra, e tutto questo presuppone una discreta intelligenza semi-criminale, sempre meglio che niente in questi tempi di vacche magre.

La madre di lei, al telefono, già m’ha sempre parlato con una punta di acredine schifosa. Del tutto parrucchiera, quella donna, del tutto. Ora che poi Manola, sua figlia, si sposa con l’ex di cinque anni fa e dunque, di fatto, molla l’attuale compagno, cioè io…Lei non sa che io ero il suo attuale compagno. Cioè. Attuale non va bene. Nel senso: lei non sa che io sono io. Lei crede – però lo sa che io sono io, sono sicuro che lo sa – lei crede che… lei ufficialmente crede che io e sua figlia abbiamo semplicemente la casa in comune, però mi ha sempre trattato come quello che si scopa la figlia e ha fatto bene, nel senso che mi scopavo sì la figlia, però è anche vero che se se la scopava un altro non è che dovesse essere per forza meglio di me. Adesso Manola si sposa con quello che mi odia perché negli ultimi anni lei era con me che andava nei posti (cinema, teatro, mare, piscina, letto, vacanze) e non con lui.

La madre di lei, al telefono, mi dice che è felice perché per tutti questi anni ha avuto paura che io fossi il ragazzo di Manola e che davamo proprio quell’impressione lì.

“Certo che io ero il ragazzo di Manola. Ero io che mi godevo le trecce color noce dei suoi capelli e le menate delle allergie ai pollini. Perché? C’è qualcosa che non va in me? Già, lei ha sempre avuto quest’aria perplessa, quando aveva a che fare con me, signora. Mica è giusto. Se la prenda piuttosto con quel troione di sua figlia Manola, che se non c’è qualcuno che la tiene a bada fa stragi a tutto andare!”

“Lei troione a mia figlia non lo dice!”

“Ma non è il fatto che io lo dica, signora, è il fatto che Manola è un troione, è un tro-io-ne! E’ un troione anche se a lei non l’ha mai fatto capire. Le piace così tanto l’uccello, a Manola, che lei, signora, non se ne fa un’idea. Per un uccello farebbe pazzie, e infatti è per l’uccello di quell’altro che sta facendo questa pazzia! Lo capisce o no?”

“Lei è un esaltato, ma io la denuncio. La denuncio!”

Tutti quelli che conosco hanno avuto convivenze disastrose con donne tutto sommato scialbette, e folgoranti incontri in diretta con donne appassionanti ma inaffidabili. Tutti tranne i contadini. Da dove vengo io, anzi dalle colline tutt’intorno, i contadini giovani esistono ancora e riescono a scovare donnine nemmeno male, devote e brave, bravissime. Ora non so dove vivano in pace e si riproducano donnine di questo tipo, probabilmente proprio in casa dei contadini che le sposano e poi fanno un sacco di figlie che diventano loro stesse donnine da sposare. Questi contadini sono di solito biondi o biondicci o biondastri, a volte biondocenere. Non sanno chi è Jack Nicholson. Alcuni non sanno nemmeno chi è John Travolta. Guidano l’auto due volte la settimana, non escono mai mai la sera e riescono a superare indenni interi decenni di storia italiana senza subire contraccolpi psicologici indelebili. I loro occhi azzurri guardano oltre. Quando hanno tutte le loro belle colline davanti, e il sole che tramonta lì dietro…ecco, lì lo vedi proprio che guardano oltre. Il fatto è che non riconoscerebbero Jack Nicholson nemmeno se andasse a chiedere di comprare la loro cascina. Lo tratterebbero come un ricco straniero, e cioè non gli rivolgerebbero la parola.

Questi tipi non hanno la mia stessa percezione di cosa sia il rapporto con l’altro sesso. Ho un sacco di amici che fanno i contadini. Evito di nominare Jack Nicholson in loro presenza e discorro di tante altre cose tra cui le donne. Loro spaziano tra i seguenti commenti standard: “Le donne fanno spendere un mucchio di soldi” (che è la più gettonata forever and ever e che dice una verità senza menzogna anche se limitata a pochi casi), “Le donne vanno bene quando poi sei vecchio e ti possono cudire” (altro hit-single della categoria: il verbo cudire è una gemma della filologia romanza e significa “prendersi cura”. In questa affermazione troviamo i segni della sicurezza incrollabile di diventare vecchi. Certo, con la vita che fanno questi contadini – non escono mai mai la sera, eccetera eccetera – il minimo che gli possa succedere è di diventare vecchi) e poi “Le donne con grilli strani per la testa non vanno mai bene”, e con questo chiudo la parentesi dedicata ai contadini per ritornare a noi cittadini dalla vita giapponese. Anzi riapro la parentesi per dire: i contadini danno per scontato che la loro donna resterà per sempre la loro donna, noi no. E’ tutta qui la differenza. Il senso balordo di precarietà che ogni misteriosa ragazza che amiamo si porta dietro quando si ferma con noi è una logorante e micidiale arma da guerra. Questo i miei amici contadini non riescono nemmeno a concepirlo. Senso di precarietà? E dove abita? Cos’è?

Da bambino, a sette anni, il medico mi diagnosticò non senza preoccupazione una colite spastica da competizione. Non mi ricordo bene com’era. Più o meno una cosa tipo un nodo nello stomaco. A diciassette anni lo stesso medico disse: “Gastrite”. Questa me la ricordo perché si fa viva ogni tanto. Anche oggi, almeno credo. Magari queste fitte allucinanti che mi fiaccano da stamattina sono frutto di un’ulcera, chissà. Tutto questo tricchetracche sul mio mondo gastrico si riallaccia al discorso del contadino sposato con la Rosina di turno. Quello al limite ha mal di stomaco per questioni di uva e soldi e pesi sbagliati. Io mi limito a morire, tra i dolori senza scampo di una pigra giornata di settembre, per una storia di donne.

Devo apparire tremendamente superficiale e fortunato. Quel giorno giocando a bocce la bella Manola mi aveva detto di volersene andare di lì. “Andiamo da qualche altra parte”. Io avevo detto subito di sì ed ero andato a pagare. Un contadino ubriaco, sessant’anni forse, mi aveva detto, quasi irritato: “Ma chi le porta le braghe a casa tua? La tua donna dice di andare e tu vai davvero?” Certo che vado, signor contadino. Lo sa che se io decidessi di mettermi le braghe la mia donna incontrerebbe per caso uno in piscina mentre io sono al lavoro e via, scapperebbe con lui? Lo sa? No che non lo sa, il signor contadino ubriaco che gioca a bocce tutta la domenica pomeriggio! Io sono un topo nella Grande Fogna e se non sto attento muoio annegato nel fango. E sebbene la mia attenzione per lei sia sempre stata vigile, sono finito poi a far parte di un’umanità derelitta, solo e forse per sempre.

L’uomo di oggi, l’uomo che si innamora di donne carine quasi quanto quelle della pubblicità, non è un uomo libero. Questa sociologia senza sostanza ha pur sempre una massiccia ombra di verosimiglianza. Spiegare a parole come ci si sente nel profondo a essere scaraventato via da una storia d’amore, spiegarlo senza ricorrere a rassicuranti terapie consolatorie, rischia di diventare un brutto esercizio di autocompassione, ma il fatto è che – lo voglia o no – sono braccato dalla depressione. Vinto. Quasi paralizzato dal terrore. Paralizzato nel decidere la camicia, perfino la barba superflua sulla gola mi inchioda a terra e non raccolgo nemmeno più le cartacce. Basterebbe chinarsi, raccoglierle e metterle nel cestino. Paralizzato. Non faccio le pulizie, quasi non mi lavo, soltanto la lucina rossa della segreteria telefonica mi alletta e mi attira a fare il percorso dalla porta d’ingresso al mobiletto del telefono, altrimenti devierei subito a destra e mi getterei sul letto senza nemmeno togliermi il giubbotto celeste con la cerniera. Paralizzato. Paralizzato al pensiero di perderla. Chi, non importa. Non è adesso: è sempre. Sempre di più attirato dal magnetismo deleterio delle storie d’amore, invecchiato e abbrutito dai baci avuti e ridati, dagli orgasmi anoressici delle ultime volte, da dialoghi troppo grotteschi per essere dialoghi. Il raccapriccio di certi risvegli guastati: lei è da un’altra parte.

Il contadino guarda oltre il solito tramonto sulle solite belle colline e pensa al cane (deve dargli da mangiare) e ai funghi da raccogliere domani mattina alle sei e mezza, sette. Io sono paralizzato e il terrore mi spinge a parlare da solo e a contare i passi che faccio (passi paralitici), anche seimila e cinquecento in una volta. »

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