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Jonathan Lethem – A ovest dell’inferno (Minimum Fax)

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Un uomo viaggia insieme a un ragazzo dentro una cosa chiamata forma (e che alla fine si rivelerà una specie di cavallo di Troia).

Un uomo viaggia insieme a un ragazzo dentro una cosa chiamata forma (e che alla fine si rivelerà una specie di cavallo di Troia). Una coppia di giovani viene ingaggiata per una gara di resistenza nella realtà virtuale. Un uomo abita in un’automobile e cerca di penetrare la zona ricca ed “esclusiva” delle case. Mondi immaginari che convivono con quelli reali e “cinematografici” descritti nella seconda parte del libro da Jonathan Lethem (A ovest dell’inferno, traduzione di Martina Testa, Minimum Fax, pp.164 e.11,50), uno degli scrittori più prolifici della nuova letteratura nord-americana. Un tema è il denominatore comune della raccolta: il viaggio come “ossessione” e “superamento” della linea d’ombra dei nostri incubi, i quali alla fine non saranno più gli stessi (cancellati o sostituiti da altri incubi, adatti per ricominciare un nuovo viaggio).

Vi chiederò di immaginarmi come una macchiolina nera nel deserto, un punto che striscia lungo una linea retta tracciata su una vasta pagina bianca, sudando letteralmente e metaforicamente, rimpiangendo qualunque cosa, sull’epicentro di un’esplosione nucleare, nel cuore dell’estate del 1984. Vi chiederò di immaginarvi questo: una pattuglia della polizia autostradale sulla statale 80, subito fuori Wendover (Nevada) mi aveva ordinato di percorrere a piedi un chilometro e mezzo di deserto tornando verso lo Utah, sotto il sole cocente di mezzogiorno – ma per farvi arrivare a quel punto, per aiutarvi a capire come avessi potuto raggiungere un tale livello di idiozia da trovarmi in quella situazione, devo spiegarvi quello che non avevo capito della differenza fra fare l’autostop nel New England e attraversare in autostop i deserti e le montagne del West. (…) Era l’estate dopo il mio primo anno al college. Io e il mio amico Eliot ci eravamo entrambi presi un “anno sabbatico” dalle rispettive scuole: Eliot dall’Università di Chicago, io da Bennington. Dopo esserci scrollati di dosso il college, avevamo finito per arenarci nella casa di famiglia di Eliot, nel nord dello stato di New York. Eravamo rimati d’accordo con la mamma di Eliot che avremmo preparato e ridipinto i muri esterni della loro grande casa in cambio di vitto e alloggio, e a modo nostro, un po’ saltuariamente, stavamo onorando l’impegno – anche se la vernice che stendevamo si sfaldava e veniva via come se il muro avesse la psoriasi, per via di alcune disgraziate semplificazioni nella nostra idea di “preparazione”. (…)

Io avevo lasciato in Vermont la mia ragazza, e un giorno di giugno, arrapato, stufo dei fumi della vernice, a secco di erba, venni meno ai miei compiti di imbianchino e andai a trovarla a Bennington in autostop. In genere per coprire quell’ora di tragitto ce ne volevano tre: era quella la proporzione più attendibile per i viaggi fra le cittadine che punteggiano la carta stradale del New England. Alzavi il pollice e infilavi dieci o quindici brevi passaggi uno dopo l’altro: commessi viaggiatori annoiati sui loro pick-up, papà gentili, gay trasognati e innocui e soprattutto studenti della Hampshire o della Bard alla guida di Toyota Corolla da cui uscivi immancabilmente strafatto dopo quei dieci minuti di percorso. Fare l’autostop era uno sforzo leggero, un’attività poco impegnativa: ti facevi quattro chiacchiere e già ti eri lasciato alle spalle un paio di città.

Melvin era un giovane sulla trentina, barbuto e profondo. Si fermò per farmi salire sul suo maggiolino da qualche parte appena fuori Chatam, e di lì a qualche chilometro ero, ebbene sì, strafatto, e lasciavo che mi facesse domande sulla mia storia. Gli prospettai la mia situazione: ragazza, casa da ridipingere, disperata voglia di evasione. Eliot e io speravamo di farci un viaggetto verso ovest per andare a trovare quel pazzo di suo zio che abitava a Berkeley, ma ci serviva una macchina.

“Be’, io deve riportare questo maggiolino in Colorado”, disse lui, e mi spiegò che sarebbe tornato indietro in macchina con un’amica, o qualcosa del genere. Fu fin troppo facile. Prima della fine del passaggio ci eravamo già messi d’accordo, e scambiati i numeri di telefono e l’indirizzo di Eliot. Una settimana dopo, all’ora stabilita, Melvin lasciò il maggiolino davanti a casa di Eliot e scomparve.

Voglio poter dire: Quella macchina ci portò il più lontano possibile, poi la abbandonammo in mezzo al Far West, e in effetti fu così: fra mille battute sul fatto che probabilmente ogni cavità era imbottita di coca per un valore di un milione di dollari, portammo la macchina precisamente fino a Golden, in Colorado, dove trovammo una gigantesca M scavata su una montagna e una pizzeria con un intero alce impagliato steso fra le quattro pareti: testa, pelle e zoccoli. Era il punto più a ovest dove fossi mai arrivato, ed era lì che abitava Melvin, e fu lì che io ed Eliot ci rendemmo conto che non avevamo pensato a come attraversare l’ultimo tratto della grande nazione, che non avevamo neanche affrontato l’argomento.

Per tre giorni restammo in Colorado a cazzeggiare, a un certo punto andammo perfino all’aeroporto di Denver a cercare di scroccare un passaggio su un aereo postale, un’idea insensata che ci eravamo messi in testa chissà come. Poi trovammo una bacheca di annunci per autostoppisti all’Università di Boulder e rimediammo per Eliot uno strappo fino a Berkeley a bordo di una due posti decappottabile guidata da una ragazza che si diceva fosse bellissima – io non la vidi mai. Il posto a disposizione era uno solo, quindi mi offrii volontario per arrivare a Berkeley in autostop: erano giorni che volevo tirare fuori il coraggio di farlo. Dopotutto ero capace di viaggiare in autostop, no?

Avevo calcolato male le proporzioni. La statale 80 fra Cheyenne, il Wyoming e San Francisco è un’immensa distesa di deserto e montagne punteggiata da un esiguo numero di avamposti che offrono ai viaggiatori benzina, cibo e gioco d’azzardo. Reno e Salt Lake City sono gli unici nodi di scambio per più di mille chilometri: il resto è tutto Elko e Little America, posti che potete conoscere solo se vi ci siete fermati a farvi riparare una gomma bucata o a mangiare in due bocconi un panino imbottito. Fare l’autostop in questa zona relativamente marziana, dove chiunque si fermi a raccogliervi si è automaticamente reso disponibile a passare fra i quarantacinque minuti e le due ore in vostra compagnia – a meno che non abbia intenzione di lasciarvi da qualche parte fra una città e l’altra, e a questa ipotesi non voglio nemmeno pensarci – è una faccenda piuttosto diversa dall’autostop nel New England.

Di fatto il rapporto che c’è fra le due cose è un po’ quello che c’è fra trovarsi di fronte il pitcher di una squadra di major league e farsi una partita di baseball al campetto dietro casa, o fra fare l’amore e tirarsi una sega. (…)

Il passaggio che mi portò fuori dallo Utah – così pensavo – me lo offrì un tipo che organizzava concerti rock in uno dei due grossi casinò di Wendover, nel Nevada, appena oltre il confine con lo Utah. La città era un puntino in mezzo al Grande Deserto Salato, e l’unica scusa per la sua esistenza era il fatto di essere il luogo più a est dove si potesse giocare d’azzardo lungo la statale 80. Il tipo mi fece salire in macchina alle quattro di un venerdì pomeriggio per le due ore di viaggio fino a Wendover. Ascoltammo Everybody’s Rockin’ di Neil Young mentre io mi godevo la sua aria condizionata e guardavo fuori dal finestrino le meravigliose, assurde piane di sale dove le coppiette si erano avventurate oltre il bordo della statale per scrivere i loro nomi con sassi che splendevano come occhi neri contro il bianco. L’organizzatore di concerti (…) fu abbastanza cordiale, ma dopo aver misurato la mia ingenuità accennò con disinvoltura al fatto che probabilmente ogni stanza dei due casinò della città era prenotata, e poi tracciò con gentilezza un confine da non oltrepassare: dopo essermi fatto lasciare sulla statale fuori Wendover non dovevo per nessun motivo cercarlo e chiedergli qualche favore. Sulla statale 80 ci saremmo dati un addio definitivo – senza rancore, si intende.

Non diedi troppo peso al suo ultimatum (che si sarebbe rivelato stranamente premonitore): dissi che quella sera volevo continuare a muovermi, superare Wendover e avviarmi verso Reno. Il cielo cominciava appena ad arrossarsi quando il tipo mi depositò sulla rampa di uscita della statale, appena fuori città, un paio di chilometri oltre il confine del Nevada. Dio, quanto sarei arrivato a odiare quel punto! Aspettai un’oretta buona, mezzo morto di fame e di stanchezza, fissando lo scintillio delle luci di Wendover dall’altra parte della superstrada e la distesa desolata che circondava me e la città. Non c’è niente che rallenti lo scorrere del tempo quanto starsene col pollice alzato mentre sul deserto scende la notte, e quel punto, un venerdì sera in cui ogni macchina era stipata di mormoni in gita al casinò per il fine settimana, era quanto di più vicino al peggior incubo di un autostoppista.

L’incubo vero e proprio arrivò passeggiando intorno alle sette: un vagabondo con un bastone da passeggio e due occhi alla Charles Manson. Mi squadrò con uno sguardo famelico.

“Dura trovare un passaggio in questo punto, eh?”

Impossibile, pensai, con te nei paraggi. “Eh sì”, concordai.

“Be’, se non trovi nessuno che ti dà uno strappo e vuoi buttarti a dormire, io ho una tenda…” Puntò il dito dall’altra parte dell’autostrada, verso una collina desolata e coperta di sterpaglia.

“No, grazie, ho deciso di proseguire”. Ora più che mai.

“Be’, se proprio non ci riesci…”

“Ma magari prendo e mi vado a cercare una stanza in città…” Mi interruppi, ma ormai mi ero già dipinto un bel bersaglio in piena fronte.

“Ah…ok”.

Il suo atteggiamento diceva: questo ragazzino non ha scampo.

“Anzi”, dissi. “Mi sa proprio che adesso vado”. E, sentendomi lo sguardo del vagabondo alle spalle, scesi lungo la rampa semicircolare e mi avviai verso Wendover.

Non esiste una città in America che non abbia un motel da quattro soldi, giusto? Be’, non trovai nessun motel da quattro soldi. Wendover era due cose: un paio di casinò luccicanti tutti prenotati pieni di coppie dall’aria perbenino e famiglie di mormoni, e una massa di baracche e roulotte in cui abitavano i croupier, gli agenti di sicurezza e le cameriere in servizio ai casinò: gente dura e sospettosa. Mi diressi verso le luci al neon, con la pelle che mi prudeva per la paura; solo ora capivo la condizione dettata dall’organizzatore di concerti, e mi rendevo conto che, se non l’avesse posta, in quel momento sarei stato senz’ombra di dubbio a bussare alla sua porta.

Entrai invece nello Stateline Casino. Di sicuro avrete presente l’immagine di un gigantesco cowboy al neon che alza la mano in cui stringe la pistola: è quello. Come mi era stato predetto, per quel weekend tutte le stanze erano prenotate da giorni. L’addetta al banco della reception mi guardò – bruciato dal sole, puzzolente, sacco a pelo in spalla – come se fossi una mosca sulla moquette.

Le chiesi se dopo una certa ora le prenotazioni decadevano.

“Non prima delle otto. Poi certe volte si liberano un paio di stanze. Ma non garantisco niente”.

Sparisci!, gridava il suo sguardo. Ma non sapeva che quello sguardo doveva misurarsi con gli occhi da lupo del vagabondo sulla statale, ed era un confronto da cui lei poteva solo uscire sconfitta. Mi accampai lì nell’atrio, drizzando sfacciatamente l’orecchio per cogliere qualche indizio, guardandola mentre mi guardava. Una giovane coppia fece la mia stessa domanda e ottenne la stessa risposta, e quando vidi che anche loro restavano nei paraggi andai a piazzarmi dignitosamente davanti al bancone, stabilendo la mia precedenza. (…)

Avevo creato una fila, perciò la coppia si mise dietro di me. Senza neanche volerlo sentii quello che dicevano a bassa voce. Per qualche motivo sembrava che fossi trasparente per chiunque, in quella sala.

Lei: “Se c’è una stanza sola potremmo proporgli di dormire nella macchina”.

Sì, sì, sì!, pensai. Mi erano rimasti più o meno novanta dollari, e le camere più economiche costavano sui settanta.

Lui (dopo lunga pausa di riflessione): “Non mi pare il caso”.

A quel punto sperai che ci fosse una stanza sola. Se lo meritavano. In realtà poi mi pare che una stanza la ottennero. Ma quello che ricordo meglio è la sensazione di sollievo che mi invase quando consegnai le mie banconote zuppe di sudore in cambio di una chiave. L’intenzione iniziale era di lasciarmi subito alle spalle quella spregevole cittadina, ma adesso sganciare il mio gruzzoletto per passare una notte dentro le mura del castello mi sembrava un trionfo. Salito in camera, alzai l’aria condizionata al massimo, mi feci la prima doccia in due giorni e indossai la camicia buona. Sul copriletto c’era un pacchetto di monetine da venticinque cents in omaggio, destinato a far sì che ogni viaggiatore stanco diretto a Reno lasciasse almeno un po’ del suo malloppo qui, invece. Pensai di spenderli per la cena, e scesi al pianterreno. (…) La mattina dopo lasciai lo Stateline e tornai al mio solito punto sulla rampa della superstrada, diretto a ovest.

Fu allora che la faccenda diventò assurda. Quella mattina rimasi lì dalle nove a mezzogiorno. Contai le macchine, giurai al Signore che non avrei mai più fatto l’autostop e mi rimisi a contare le macchine. Altre cento, decisi. Le cento macchine passarono e l’unica alternativa fu azzerare il conteggio e ricominciare da capo. Per tre volte quella mattina mi passò davanti la pattuglia della polizia autostradale, ma non me ne preoccupai troppo. Mi avevano già perquisito e interrogato una volta, nel Wyoming, ed ero sopravvissuto. E comunque, avevo ancora paura che ricomparisse il vagabondo: i poliziotti erano miei amici.

Poco dopo mezzogiorno, quando avevo ormai cominciato a chiedermi se ero condannato a rimanere a Wendover per l’eternità, i poliziotti accostarono per scambiare due parole. Sapevo che in Nevada fare l’autostop era illegale?

No, gli dissi, non lo sapevo. “Sto solo cercando di andarmene dalla vostra città, le assicuro, mi levo di torno il prima possibile”. Quell’approccio in Wyoming aveva funzionato, ma lì fallì.

È illegale, mi spiegarono. Puoi chiedere un passaggio nello Utah, ma non qui.

Ma dallo Utah ci sono appena venuto, spiegai io. Devo andare verso ovest.

Peccato, spiegarono loro. Lo Utah era a un paio di chilometri di distanza per di là – verso est – e sarei dovuto tornarci a piedi, col pollice abbassato, grazie, se non volevo violare la legge.

Ma così facendo torno esattamente da dove sono venuto, implorai.

Non importa, intanto non commetterai un reato sul suolo del Nevada.

Fu così che diventai una macchiolina sulla pagina, una pedina spostata con un assurdo gesto simbolico da una parte all’altra di una linea cartografica nello spazio reale – fu così che camminai a passi pesanti, sotto la lentissima scorta di una macchina della polizia, lungo la banchina della superstrada nel sole di mezzogiorno in mezzo al deserto fino a raggiungere un cartello che diceva: “Benvenuti nello Utah!”

Di conseguenza: in direzione ovest, Wendover era il primo posto dove fermarsi lungo quella strada dopo ore di guida. Di conseguenza: qualunque automobilista ci si fermava almeno per fare benzina e pisciare. Quindi: potevo restarmene lì per sempre e morirci. Nessuno avrebbe caricato un autostoppista due minuti prima di una sosta. Avevo già provato invano a chiedere un passaggio dalla parte giusta di quel buco infernale. Perciò non appena i poliziotti mi abbandonarono sull’altro lato di quella linea di confine, voltai i tacchi e tornai in Nevada.

Non mi fermai al punto sulla rampa che avevo ormai consumato, il punto del vagabondo, il punto del conteggio, il punto della morte. Mi trascinai oltre, entrai in città e raggiunsi la prima pompa di benzina. Umiliato oltre l’umiliabile, ero pronto a implorare, ad appellarmi personalmente agli automobilisti mentre facevano il pieno. Parlandoci faccia a faccia avrei convinto qualcuno, chiunque, a portarmi un paio di chilometri più a ovest, quel tanto che bastava per liberarmi del malocchio. Mi avvicinai al benzinaio, per fargli capire che ero innocuo, informarlo della mia sventurata condizione e portarlo dalla mia parte.

Il benzinaio era un nero vecchissimo che strascicava i piedi – il primo viso nero che vedevo da non so quanti giorni. In un film sarebbe stato interpretato da Scatman Crothers all’epoca di Shining. In un film sarebbe stato troppo, lo so, troppo facile, ma questa è la verità: ascoltò la mia storia, si mise a ridire e mi rispose in un dialetto così stretto che riuscii a stento a capirci qualcosa.

“Se vuoi aspettare che stacco, ti accompagno io per un pezzo”, fu più o meno quello che disse.

“Aspetto”.

“Puoi metterti seduto lì”.

Mi misi a sedere, aspettai, e quando venne il momento salii sulla Reliant scassata del benzinaio. Divisi lo spazio con il suo cane – che il benzinaio mi raccontò di aver trovato per strada e preso con sé, probabilmente solo perché capissi definitivamente che lui era davvero un angelo e io ero davvero un randagio, un animaletto indifeso, un cucciolotto – e uscì da Wendover prima che diventasse la mia Waterloo. O quanto meno, prima che lo diventasse per la terza e ultima volta, che mi sarebbe stata fatale.

Eliot ancora non mi crede, e – ci scommetto – nemmeno voi.

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