J. M. Coetzee – Gioventù (Einaudi)

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Il ritratto di un artista da giovane negli anni sessanta. Un giovane sudafricano, bianco e piccolo-borghese, il quale ha capito che nel suo paese non può avere nessuna speranza di riuscita.

Il ritratto di un artista da giovane negli anni sessanta. Un giovane sudafricano, bianco e piccolo-borghese, il quale ha capito che nel suo paese non può avere nessuna speranza di riuscita. E per questo vagheggia l’Europa, meta dei suoi desideri letterari. Così giunge a Londra e la sua gioventù sarà messa a dura prova dagli ostacoli che l’isola “fredda e inospitale” gli predisporrà sul cammino. Ostacoli che faranno crescere in lui una domanda: è veramente un artista? J.M. Coetzee, il grande scrittore sudafricano, qui al secondo capitolo della sua biografia romanzata (Gioventù, traduzione di Franca Cavagnoli, Einaudi, pp. 173, e. 14), ci descrive con la sua prosa fredda e distaccata le paure, gli imbarazzi e le speranze di un giovane alle prese con la “mappa” della sua vita, una mappa ancora tutta da decifrare ma proprio per questo affascinante.

Vive in un monolocale nei pressi della stazione ferroviaria di Mowbray, per il quale spende undici ghinee al mese. L’ultimo giorno feriale di ogni mese prende il treno e va in città, a Loop Street, dove A. & B. Levy, agenti immobiliari, hanno una targa d’ottone e un ufficio minuscolo. È a Mr B. Levy, il più giovane dei fratelli Levy, che porge la busta con il denaro dell’affitto. Mr Levy versa i soldi sulla scrivania ingombra di carte e li conta. Con un grugnito, tutto sudato, prepara la ricevuta: – Voilà, giovanotto! – dice passandogliela con uno svolazzo della mano.

Fa il possibile per non pagare in ritardo perché ha affittato l’appartamento sotto mentite spoglie. Quando ha firmato il contratto e versato la cauzione ad A. & B. Levy, non ha dichiarato di essere uno studente, bensì un “assistente bibliotecario” e come indirizzo di lavoro ha fornito quello della biblioteca universitaria.

Non è una menzogna, non del tutto. Dal lunedì al venerdì il suo lavoro consiste nel presidiare la sala di lettura nelle ore serali. È un lavoro che i bibliotecari, donne per lo più, preferiscono non svolgere perché alla sera il campus, situato in cima alla salita, è troppo buio e deserto. Anche lui sente un brivido lungo la spina dorsale quando apre la porta sul retro e si avvia a tentoni lungo un corridoio nero come la pece per raggiungere l’interruttore principale. Sarebbe facilissimo per un malfattore nascondersi tra le pile di libri, dopo che alle cinque il personale se n’è andato a casa, quindi svaligiare gli uffici vuoti e appostarsi nel buio per sottrarre a lui, l’assistente del turno serale, le chiavi. (…)

A volte immagina che una bella ragazza con un vestito bianco entri nella sala lettura e indugi con aria svagata dopo l’orario di chiusura; immagina di mostrarle i misteri della legatoria e della sala cataloghi, quindi di uscire con lei nella notte stellata. Non accade mai. (…)

I bisogni del corpo li tratta come una questione di puro buon senso. Ogni domenica fa bollire un ossobuco con fagioli e sedano e si prepara una grossa pentola di zuppa che gli dura per l’intera settimana. Il venerdì va al mercato di Salt River e compra una cassetta di mele o di guava o di qualsiasi altra frutta di stagione. Ogni mattina il lattaio gli lascia una bottiglia di latte sugli scalini di casa. Quando gliene avanza, lo versa in una vecchia calza di nylon, lo appende sopra il lavello e ne fa del formaggio. Per il resto, compra il pane nel negozio all’angolo. È una dieta che Rousseau approverebbe, o Platone. Quanto all’abbigliamento, ha una giacca e un paio di pantaloni buoni, che indossa a lezione. Nelle altre circostanze, fa in modo che gli indumenti vecchi gli durino.

Sta dimostrando una cosa: ogni uomo è un’isola; non c’è bisogno dei genitori.

Certe sere, arrancando lungo Main Road in impermeabile, short e sandali, i capelli appiccicati sulla testa per via della pioggia, illuminato dai fari delle macchine, si rende conto di quanto debba sembrare strano. Non eccentrico (c’è una certa raffinatezza nel sembrare eccentrici), solo strano. Digrigna i denti dal disappunto e accelera il passo.

È magro e agile nei movimenti, ma al tempo stesso flaccido. Vorrebbe essere seducente, ma sa di non esserlo. Gli manca qualcosa di essenziale, i lineamenti non sono ben definiti. In lui perdura ancora qualcosa d’infantile. Quanto dovrà passare perché cessi di essere un bambino? Cosa lo guarirà, farà di lui un uomo?

Ciò che lo guarirebbe, qualora arrivasse, è l’amore. Non crederà in Dio, ma crede nell’amore e nei poteri dell’amore. L’amata, la Donna del destino, riuscirà subito a scorgere attraverso lo strano e addirittura spento involucro esterno che lo avvolge il fuoco che gli brucia dentro. Nel frattempo, essere spento e avere un aspetto strano fa parte del purgatorio attraverso il quale deve passare se, un giorno, vorrà emergere alla luce: la luce dell’amore, la luce dell’arte. Giacché lui sarà un artista, l’ha deciso da molto tempo. Se per il momento dev’essere oscuro e ridicolo, ciò è dovuto al fatto che è proprio sorte dell’artista patire l’oscurità e il ridicolo fino al giorno in cui non rivelerà i suoi veri poteri e coloro che lo dileggiano e scherniscono taceranno per sempre.

I suoi sandali costano due scellini e sei pence al paio. Sono di gomma, li fanno da qualche parte in Africa, forse nel Nyasaland. Quando si bagnano, non fanno presa sulla pianta del piede. In inverno, nella Provincia del Capo, piove per settimane senza interruzione. Percorrendo Main Road sotto la pioggia, certe volte deve fermarsi a recuperare un sandalo che gli è sgusciato via. In quei momenti si avvede che i grassi borghesi di Città del Capo, i burgher, ridacchiano mentre gli passano accanto belli comodi nelle loro macchine. Ridete pure! Pensa. Presto io me ne andrò.

**************

E’ tardi, mezzanotte passata. È disteso sul divano nel monolocale del suo amico Paul, a Belsize Park, nel sacco a pelo azzurro ormai sbiadito che ha portato con sé dal Sudafrica. Nel suo letto, dalla parte opposta della stanza, Paul ha ricominciato a russare. Attraverso uno spiraglio nella tenda, brilla un cielo notturno di un arancio sodico tinto di violetto. Sebbene si sia coperto i piedi con un cuscino, li sente gelati. Non importa: è a Londra.

Ci sono due, forse tre posti al mondo, in cui si può vivere la vita con la massima intensità: Londra, Parigi, forse Vienna. Ma per vivere a Parigi bisogna aver frequentato una di quelle scuole dell’alta società in cui s’insegna il francese. Quanto a Vienna, è il posto dove gli ebrei ritornano a reclamare la loro primogenitura: positivismo logico, musica dodecafonica, psicoanalisi. Rimane Londra, dove i sudafricani non hanno bisogno di circolare con i documenti e la gente parla inglese. Londra sarà anche insensibile, labirintica e fredda, ma dietro le sue pareti impenetrabili ci sono uomini e donne che lavorano, intenti a scrivere libri, dipingere quadri, comporre musica. Si passa loro accanto per strada ogni giorno, senza indovinarne il segreto, per via del famoso e mirabile riserbo degli inglesi.

Per la condivisione del monolocale, che consiste in un’unica stanza e un angolo cottura con cucina a gas e lavello con l’acqua fredda (il bagno e il gabinetto al piano di sopra sono per l’intera casa), dà a Paul due sterline alla settimana. Tutti i suoi risparmi, che ha portato con sé dal Sudafrica, ammontano a ottantaquattro sterline. Deve trovare subito un lavoro.

Si reca negli uffici del Consiglio comunale di Londra e segna il suo nome in un elenco di supplenti, insegnanti disposti a entrare in servizio anche se convocati all’ultimo momento. Gli dicono di presentarsi per un colloquio in una scuola superiore di Barnet, in fondo alla Northern Line della metropolitana. Ha una laurea in matematica e in inglese. Il preside vuole che insegni studi sociali; inoltre, due pomeriggi alla settimana dovrebbe assistere gli allievi durante le lezioni di nuoto.

Ma io non so nuotare, – obietta.
Vorrà dire che imparerà, giusto? – dice il preside.
Esce dalla scuola con una copia del manuale di studi sociali sottobraccio. Per preparare la sua prima lezione ha a disposizione il fine settimana. Non è ancora arrivato alla fermata del metrò che già si maledice per aver accettato il lavoro. Ma è troppo vigliacco per tornare indietro a dire che ha cambiato idea. Dall’ufficio postale di Belsize Park spedisce il manuale con un messaggio: “A causa d’imprevisti, non mi è possibile assumere l’incarico. La prego di accettare le mie scuse più sincere”.

Un’offerta d’impiego sul “Guardian” lo fa partire per Rothamsted, il centro di sperimentazione agraria fuori Londra in cui lavoravano Halsted e MacIntyre, autori di The design of Statistical Experiments, uno dei testi universitari sui quali ha studiato. Il colloquio, preceduto da un giro dei campi e delle serre, va bene. il posto di lavoro per il quale ha presentato domanda è quello di funzionario sperimentale di secondo livello. Il suo compito, apprende, consiste nel predisporre griglie di rilevamento dati per coltivazioni sperimentali, registrare le produzioni in regimi diversi, quindi analizzarle al computer, il tutto sotto la direzione di un funzionario di livello più alto. (…)

Qualche giorno dopo, arriva una lettera con la conferma che è stato assunto; lo stipendio è di seicento sterline all’anno. Non riesce a contenersi dalla gioia. Che colpo! Lavorare a Rothamsted! In Sudafrica non ci crederà nessuno!

C’è un inghippo. La lettera si conclude così: “E’ possibile alloggiare in paese o nel vicino complesso residenziale”. Risponde subito: accetta l’impiego, dice, ma preferirebbe continuare a vivere a Londra. Farà il pendolare.

Per tutta risposta, riceve una telefonata dall’ufficio Personale. Fare il pendolare non è un ipotesi praticabile, gli dicono. Non gli hanno proposto un lavoro di ufficio con orari regolari. Certe mattine dovrà cominciare a lavorare prestissimo; altre volte dovrà lavorare fino a tarda ora, oppure durante il fine settimana. Come tutti i funzionari, dovrà pertanto risiedere non lontano dalla stazione di ricerca. Preferisce rifletterci e comunicare in seguito la sua decisione?

La sensazione di trionfo svanisce. Che senso ha aver fatto tutta quella strada da Città del Capo a Londra, se deve acquartierarsi in un complesso residenziale a chilometri di distanza dalla città in modo da alzarsi alle prime luci dell’alba per misurare l’altezza delle piante di fagioli? Vorrebbe lavorare a Rothamsted, vorrebbe fare buon uso della matematica su cui ha sfacchinato per anni, ma vorrebbe anche ascoltare letture di poesie, conoscere scrittori e pittori, avere relazioni amorose. Come è possibile farlo capire alla gente di Rothamsted, a quegli uomini in giacca di tweed che fumano la pipa, a quelle donne con i capelli stopposi e gli occhiali che le rendono simili a tanti gufi? Come può, davanti a loro, usare parole quali amore, poesia?

È però come fa a rifiutare una simile offerta di lavoro? È a un passo dall’ottenere un lavoro vero, e in Inghilterra per giunta. Basta che dica una sola parola – Sì -, e potrà scrivere a sua madre dandole la notizia che attende, e cioè che suo figlio guadagna un buon stipendio facendo un lavoro rispettabile. A quel punto potrà telefonare alle sorelle di suo padre e annunciare: “John fa lo scienziato in Inghilterra”. Ciò porrà fine una volta per tutte, alle loro lamentele e al loro scherno. Uno scienziato: che c’è di più solido?

La solidità è ciò che gli è sempre mancato. La solidità è il suo tallone d’Achille. D’intelligenza ne ha a sufficienza (sebbene non quanto pensi sua madre, e quanto pensasse lui stesso un tempo); solido invece non è mai stato. Rothamsted gli darebbe se non la solidità, non subito, almeno un titolo, una posizione, un guscio. Funzionario sperimentale di secondo livello, poi, un giorno, funzionario sperimentale di primo livello: di certo dietro uno scudo talmente rispettabile, in privato, in segreto, riuscirà a svolgere il compito di tramutare la sua esperienza in arte, il compito per il quale è venuto alla luce.

Questa è la tesi a favore del centro di sperimentazione agraria. La tesi contraria è che non è a Londra, la città dell’avventura.

Scrive a Rothamsted. In seguito a ponderata riflessione, dice, dopo aver valutato ogni aspetto della cosa, ritiene sia più opportuno rifiutare.

I giornali sono pieni di offerte d’impiego per programmatori di computer. La laurea in scienze è gradita, ma non necessaria. Ha sentito parlare di programmi per computer, ma non sa bene di cosa si tratti. Non ha mai visto un computer, se non nei fumetti, in cui è raffigurato come una scatola che sputa rotoli di carta. In Sudafrica, a quanto ne sa, non ci sono computer.

Risponde all’annuncio dell’Ibm, che è l’azienda più grande, la migliore, e si reca al colloquio con indosso il completo nero che ha comprato prima di partire da Città del Capo. L’uomo con cui fa il colloquio, fra i trenta e i quaranta, indossa anch’egli un completo nero, ma il taglio è più elegante, più asciutto.

La prima cosa che l’uomo vuole sapere è se ha lasciato il Sudafrica per sempre.

Sì, – risponde.
Perché?
Perché il paese sta andando incontro alla rivoluzione – risponde.
Cade il silenzio. Rivoluzione: non la parola giusta, forse per i locali dell’Ibm.

E, secondo lei, quando, – dice l’uomo, – avrà luogo questa rivoluzione?
Ha la risposta pronta. – Fra cinque anni -. È quello che dicono tutti (…)

Dopo il colloquio lo sottopongono a un test per misurare il quoziente d’intelligenza. Gli sono sempre piaciuti quei test, se l’è sempre cavata bene. Di solito se la cava meglio con i test, quiz ed esami che con la vita vera.

Dopo qualche giorno, l’Ibm gli offre un impiego come apprendista programmatore. (…) Comincerà presso l’ufficio di elaborazione dati Ibm di Newman Street, una traversa di Oxford Street, nel cuore del West End. L’orario di lavoro sarà dalle nove alle cinque. Lo stipendio iniziale sarà di settecento sterline all’anno.

Accetta le condizioni senza indugio. (…)

Anche se l’orario di lavoro in Newman Street è dalle nove alle cinque, presto scopre che i superiori aggrottano le ciglia, se i dipendenti maschi se ne vanno dall’ufficio alle cinque in punto. Le donne con famiglia possono andarsene all’orario senza biasimo alcuno; dagli uomini invece si pretende che lavorino almeno fino alle sei. Se c’è un lavoro urgente, accade pure che si debba lavorare tutta la notte, con una breve pausa per andare a mangiare un boccone al pub. Dato che a lui i pub non piacciono, lavora senza sosta. Di rado torna a casa prima delle dieci.

È in Inghilterra, a Londra; ha un lavoro, un lavoro vero e proprio, qualcosa di meglio che un semplice posto d’insegnante, per il quale percepisce uno stipendio. È fuggito dal Sudafrica. Tutto sta andando bene, ha raggiunto il suo primo obiettivo, dovrebbe essere felice. E, invece, con il passare delle settimane, si sente sempre più infelice. Ha attacchi di panico, che domina a fatica. In ufficio non c’è altro su cui posare gli occhi se non piatte superfici metalliche. Sotto la luce senza ombre dell’illuminazione al neon, sente che a essere aggredita è la sua stessa anima. Dall’edificio, un blocco informe di cemento e vetro, sembra che esali un gas, inodore, incolore, che gli s’insinua nel sangue e lo inebetisce. L’Ibm, può giurarlo, lo sta uccidendo, lo sta trasformando in uno zombie.

Eppure, non può gettare la spugna. La scuola superiore di Barnet Hill, Rothmsted, l’Ibm: non può permettersi di fallire per la terza volta. Fallire significherebbe assomigliare troppo a suo padre. Attraverso il grigio, spietato organismo dell’Ibm, il mondo reale lo sta mettendo alla prova. Deve temprarsi, se vuole resistere.

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